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Il panopticon digitale: chi controlla chi sui social media

Succede decine di volte al giorno: prendiamo il telefono con l’intenzione di controllare solo un messaggio, una notifica veloce. Apriamo Instagram o TikTok per un attimo, giusto per dare un’occhiata. Mezz’ora dopo siamo ancora lì, il pollice scorre automaticamente sullo schermo in un movimento meccanico e ipnotico. Post dopo post, storia dopo storia, video dopo video. Quando finalmente usciamo dall’applicazione, proviamo un misto di confusione e fastidio: come è possibile che sia passato così tanto tempo? Perché è così difficile smettere? La risposta comune è che siamo dipendenti, che i social sono progettati per creare assuefazione. Ma c’è qualcosa di più profondo in gioco: non è solo una questione di dipendenza, ma di controllo.

Michel Foucault, filosofo francese del Novecento, ha dedicato gran parte del suo lavoro ad analizzare i meccanismi attraverso cui il potere si esercita nelle società moderne. In Sorvegliare e punire, Foucault descrive il panopticon, una prigione ideale progettata dal filosofo Jeremy Bentham. Nel panopticon i detenuti sono disposti in celle lungo un anello circolare, mentre al centro si trova una torre di guardia. Il genio di questa architettura sta nel fatto che i prigionieri non possono vedere se c’è davvero qualcuno nella torre che li osserva, ma sanno di poter essere osservati in qualsiasi momento. Questo crea un effetto straordinario: i detenuti interiorizzano lo sguardo del controllore e iniziano ad auto-disciplinarsi, comportandosi come se fossero sempre sotto sorveglianza. Come scrive Foucault, «colui che è sottoposto a un campo di visibilità, e che lo sa, fa propri i condizionamenti del potere» (M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 2014, p. 218). Il potere diventa così automatico e permanente, funzionando anche in assenza di un guardiano reale.

I social media sono il panopticon del nostro tempo. Ogni volta che pubblichiamo una foto, un pensiero, una storia, sappiamo di essere potenzialmente osservati. Like, commenti, visualizzazioni, condivisioni: sono tutte metriche che ci ricordano costantemente che siamo sotto lo sguardo degli altri. Come i detenuti di Bentham, non sappiamo esattamente chi ci sta guardando e quando, ma la possibilità stessa di essere visti modifica il nostro comportamento. Iniziamo a curare maniacalmente la nostra immagine digitale, a pensare ogni contenuto in funzione di come verrà percepito, a modificare le nostre azioni nella vita reale in base a quanto saranno “postabili”. Il controllo non viene più dall’esterno ma si è installato dentro di noi. In questo caso, però, sappiamo chi stiamo cercando di impressionare: altri esseri umani, il nostro pubblico, reale o immaginato. Costruiamo la nostra immagine per piacere, per ottenere consenso, per essere visti e riconosciuti.
Foucault ci insegna che questa è la forma più efficace di potere: quella che non si presenta come imposizione violenta ma come libera scelta. Nessuno ci obbliga a usare i social media, nessuno ci punta una pistola alla testa per farci scrollare. Al contrario, lo facciamo volontariamente, anzi, con piacere. Ed è proprio qui che sta il paradosso: crediamo di controllare i social, di usarli come strumenti per esprimerci liberamente, mentre in realtà sono loro a modellare i nostri desideri, le nostre aspirazioni, il nostro modo di percepire noi stessi e gli altri. Come scrive Foucault, il potere moderno non reprime ma produce: produce soggetti che desiderano esattamente ciò che il sistema ha bisogno che desiderino.

Ma c’è un secondo livello di sorveglianza, più subdolo e invisibile del primo. Mentre costruiamo con cura la nostra immagine per gli altri esseri umani, siamo contemporaneamente osservati e studiati dagli algoritmi. Qui il meccanismo cambia radicalmente: non cerchiamo il consenso delle macchine, non vogliamo piacere agli algoritmi. Eppure loro ci osservano con un’intensità che nessun essere umano potrebbe mai eguagliare. Ogni nostro clic, ogni secondo di permanenza su un contenuto, ogni like viene registrato e analizzato. Il sistema impara a conoscerci meglio di quanto conosciamo noi stessi e ci propone esattamente ciò che ci terrà incollati allo schermo più a lungo. Non siamo noi a scegliere cosa guardare: è l’algoritmo a scegliere per noi, sulla base di calcoli che ci sono completamente opachi. Foucault direbbe che questo è un dispositivo di potere perfetto: invisibile, apparentemente neutrale, che si presenta come servizio alla nostra libertà mentre in realtà la erode sistematicamente. Se la sorveglianza umana ci spinge a performare e a cercare approvazione, quella algoritmica ci manipola senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

La consapevolezza di questo doppio meccanismo è il primo passo verso una forma di resistenza. Riconoscere che quando scrolliamo non stiamo semplicemente passando il tempo ma stiamo partecipando a un sistema di sorveglianza e controllo può cambiare il nostro rapporto con questi strumenti. Non si tratta di demonizzare i social media o di abbandonarli completamente, quanto piuttosto di recuperare una posizione critica. Ogni volta che apriamo un’applicazione, possiamo chiederci: chi sta controllando chi in questo momento? Sto scegliendo io o sto reagendo a stimoli progettati per catturare la mia attenzione? La libertà, per Foucault, non consiste nell’essere completamente liberi dal potere, ma nel rendere visibili i meccanismi attraverso cui il potere opera. Solo così possiamo iniziare a sottrarci alla presa del panopticon digitale che abbiamo costruito intorno a noi stessi.

Bianca Lerma

Bianca Lerma

solare, riflessiva, curiosa

Sono Bianca Lerma, scrittrice e poetessa. Vivo a Milano, ma amo viaggiare e conoscere culture, tradizioni e popoli diversi: ogni incontro arricchisce l’animo. Sono solare, ma profondamente riflessiva. È questa doppia natura che mi ha spinto ad annotare i pensieri, finché quelle note non hanno cominciato a trasformarsi in poesia. Scrivere è il mio modo […]

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