Home » Rivista digitale » Interviste » Dentro “La caffettiera di Kant”: intervista a Eugenio Radin
eugenio radin

Dentro “La caffettiera di Kant”: intervista a Eugenio Radin

La filosofia viene spesso percepita come qualcosa di distante dalla vita quotidiana, confinata tra grandi tomi e aule scolastiche. Eppure negli ultimi anni stiamo assistendo a un fenomeno interessante e particolare in cui i filosofi stessi, grazie ai social network, stanno contribuendo a renderla maggiormente fruibile per un pubblico sempre più vasto e trasversale.

Tra i protagonisti di questa nuova stagione della divulgazione filosofica c’è Eugenio Radin, filosofo, musicista, scrittore e tra i creator più seguiti in Italia nel suo ambito. Attraverso video, podcast ed eventi dal vivo, Radin affronta le grandi domande della filosofia con un linguaggio accessibile, mostrando come il pensiero filosofico possa aiutarci a comprendere il mondo e le sfide del presente.

Lo scorso giugno, approfittando di un incontro alla Libreria Lovat di Villorba (TV), con lui abbiamo parlato del suo ultimo libro La caffettiera di Kant, pubblicato da Ponte alle Grazie e del rapporto tra filosofia, vita quotidiana cambiamenti e mondo digitale.

 

Veronica Di Gregorio Zitella: In La caffettiera di Kant provi a rendere più vicino a noi uno dei filosofi più influenti e, al tempo stesso, più temuti dagli studenti. Quali sono, secondo te, gli elementi che rendono la lettura e la conoscenza di Kant, anche a scuola, così spesso ostica? E qual è stata la sfida più grande nel tradurre concetti così complessi senza tradirne la profondità?

Eugenio Radin: La difficoltà in parte è insita in Kant stesso. Con lui nasce, infatti, un linguaggio filosofico nuovo: se prima la filosofia parlava il linguaggio degli intellettuali, con Kant assume una terminologia molto più specifica e autonoma, quindi è inevitabile che susciti delle difficoltà soprattutto a scuola. Si potrebbe ovviare a questa complessità cercando di spiegare bene il territorio di cui Kant cerca di tracciare la mappa partendo dalle domande della sua epoca alle quali cerca di dare delle risposte. Quindi non limitarsi a dire “Kant si interroga sul funzionamento della conoscenza” ma spiegare l’importanza che aveva questa domanda nel periodo del tardo illuminismo in cui la conoscenza era il grimaldello con cui si affrontava ogni cosa. Un altro sforzo, poi, dovrebbe essere fatto per cercare di tradurre in immagini più visibili il pensiero molto astratto di Kant.

La parte più difficile è proprio trovare l’immagine adatta, una volta individuata il concetto diventa più facile da spiegare. Io non ho un metodo vero e proprio che mi susciti delle immagini visibili: è un’associazione di pensieri e anche questa traduzione in immagini è in qualche modo un tradimento, ogni traduzione lo è, però ci aiuta e aiuterebbe gli studenti, almeno come primo approccio, a visualizzare il concetto di cui stiamo parlando per poi andare in profondità con maggiore cognizione di causa.

 

Veronica Di Gregorio Zitella: C’è un’idea kantiana che, secondo te, potrebbe aiutarci ad affrontare meglio problemi quotidiani come il rapporto con gli altri?

Eugenio Radin: Kant è un autore molto attento alla dimensione sociale soprattutto nella Critica della ragion pratica quando parla della morale. Io credo che la seconda formulazione dell’imperativo categorico kantiano, trattare l’umanità tutta, ogni persona, come fine e non come mezzo sia, ancora oggi, il cuore di una socialità sana e uno dei modi più alti in cui la filosofia ha formulato il pensiero morale dello stare con gli altri.

 

VDGZ: Attraverso i tuoi contenuti, sui diversi social, raggiungi ogni giorno migliaia di persone. Quali sono le domande che emergono con maggiore frequenza dalla tua community?

ER: Spesso mi viene chiesta la mia opinione su qualsiasi cosa e questo, per me, è in parte negativo perché presuppone che una persona brava a fare una cosa sia automaticamente onniscente. È importante capire, invece, che ci sono delle specializzazioni e, quindi, essere un buon divulgatore non significa avere delle risposte pronte sulle crisi internazionali, per esempio, ma nemmeno su altri ambiti che riguardano le scienze umane, sarebbe come chiedere a un calciatore perché non partecipa a partite di basket, hanno in comune che si gioca con un pallone ma sono due sport diversi. Vedo che le persone che mi seguono si interrogano, questo è positivo, e credo sia importante fornire una guida al domandare cosicché le domande diventino più utili. Da quello che noto sui social sarebbe bello trasmettere anche questo: la filosofia è una materia che ti insegna come porti delle buone domande.

 

GF: Il ruolo centrale del filosofo oggi non è più tanto quello di inventare delle nuove strutture di pensiero o anche solo formulare nuovi concetti, nuove prospettive ma dare delle coordinate alle persone per capire quello che sta succedendo?

ER: Secondo me una cosa non esclude l’altra, dare delle coordinate ti porta anche ad aprire questioni che richiedono di essere pensate per la prima volta. Per esempio l’Intelligenza Artificiale apre a nuove domande che poi dovranno essere concettualizzate credo, quindi, che il compito del filosofo sia un po’entrambe le cose. Cercare di capire quali domande dovremmo porci che possano aprire prospettive nuove e interessanti.

 

VDGZ: Spesso si pensa che la filosofia serva a trovare risposte, mentre in realtà insegna soprattutto a porsi domande. In che modo questo approccio può essere utile nella vita di tutti i giorni?

ER: Ci sono domande a cui non ha senso che la filosofia debba dare una risposta, sono quelle che nel corso della storia abbiamo delegato ad altre discipline, come la scienza. Una cosa che a molti sfugge, però, è che non ogni domanda ha una risposta dimostrabile. Faccio un esempio, è inutile che le domande della medicina vengano lasciate ai filosofi ma ci sono domande nella medicina in cui la scienza non può dare risposta come quelle legate al concetto di vita e morte, per esempio: quando un embrione diventa qualcosa di vivo? Qui subentra un pluralismo di verità e la scienza non può fornire una risposta mentre la filosofia può aiutare a dare dei tentativi di risposta.

 

VDGZ: Viviamo immersi in notifiche, contenuti brevi, distrazioni e stimoli continui. Quali strumenti può offrire secondo te la filosofia per non essere trascinati dal flusso digitale e recuperare uno spazio di riflessione personale?

ER: Credo che la filosofia abbia bisogno di lentezza. Quest’anno mi sono interrogato molto sul tema e ho cercato di tradurre questa riflessione anche nel mio lavoro: pubblicare meno su Instagram e TikTok, aprire un canale YouTube con video più lunghi, dedicare più tempo alla newsletter con articoli di approfondimento e scrivere un altro libro. Purtroppo credo che questa fame di dopamina, di notifiche che stiamo vivendo non possa essere combattuta con la filosofia ma piuttosto dovremmo cercare di curarla con altri strumenti per poi riuscire a dedicarci effettivamente alla filosofia.

 

Grazie Eugenio Radin per la tua disponibilità!

Veronica Di Gregorio Zitella

Veronica Di Gregorio Zitella

curiosa, determinata, sognatrice

Sono laureata in Lettere e Filosofia e tutto il mio percorso accademico si è svolto alla Sapienza di Roma dalla triennale al Master in Editoria, giornalismo e management culturale e le mie più grandi passioni sono la filosofia, la lettura e la comunicazione; dalla fine del 2018 mi occupo di social media e comunicazione digitale […]

Gli ultimi articoli

RIVISTA DIGITALE

Vuoi aiutarci a diffondere cultura e una Filosofia alla portata di tutti e tutte?

Sostienici, il tuo aiuto è importante e prezioso per noi!