A chiunque è capitato almeno una volta nella vita di trovarsi in disaccordo sulla propria canzone preferita, sul proprio libro o su un quadro preferito con un amico, un conoscente o un estraneo. Dopo una estenuante discussione, per finire di parlare e per rispettare entrambe le parti, si sarà giunti certamente al mantra contemporaneo in fatto di arte: de gustibus non disputandum est. Per noi è bella una cosa, per il nostro interlocutore è bella un’altra. È lecito sostenerlo? Oppure, quando siamo in ambito artistico, la discussione dovrebbe raggiungere un livello differente e il mantra, di fatto, è solo un modo per sfuggire alle discussioni scomode?
Immanuel Kant scrive la Critica del giudizio nel 1790 e ci propone con essa alcune riflessioni a proposito: “estetica” deriva da “aisthesis”, termine greco per “sensazione” e si riferisce, per Kant, alla scienza che si occupa di ciò che registrano i sensi. Nella Critica del giudizio, ciò viene visto come profondamente relazionato ai giudizi che possiamo dare sulla bellezza delle cose; in altre parole, Kant ci spiega cosa avviene quando sosteniamo che qualcosa è bello o brutto. Il giudizio estetico, secondo Kant, si collega alla sensazione di piacere o dispiacere che proviamo al momento dell’esperire la cosa, senza alcun intervento del concetto. In altre parole: quando abbiamo esperienza di un oggetto che vogliamo definire bello o brutto, questo oggetto ci restituirà una sensazione di piacere o di dispiacere; sulla base di questa sensazione, possiamo procedere a definirlo bello o brutto senza che intervenga il concetto, ossia senza che intervenga alcuna conoscenza della cosa che influenzi la nostra sensazione. La filosofia di Kant, a questo punto, si interroga sulla definizione di bello e sulla relazione che intrattiene con il bello naturale; il senso comune, tuttavia, spesso si ferma a dei ragionamenti che non vanno oltre questa prima indicazione kantiana, portandola al parossismo: all’interno dei musei, vige la regola del “mi piace” o del “non mi piace”, di fronte ai quadri di un museo o alla musica che sentiamo, ci soffermiamo solo sul fatto che, per l’appunto, ci stia piacendo o meno.
Tutto questo porta a delle conseguenze. Le discussioni intorno a un’opera si esauriscono nella discussione dei propri gusti personali, senza tuttavia scalfire in alcun modo l’effettivo contenuto dell’opera. In Verità e Metodo (1960), Hans Georg Gadamer mostra come questo tipo di fruizione artistica tenda a svuotare l’opera del suo contenuto, così come avviene anche quando ci soffermiamo solo sul vissuto personale che ci ricorda. Limitarsi alla sensazione di piacere o dispiacere senza intervenire ulteriormente sulla nostra esperienza o limitarsi alla discussione sul vissuto personale rischia di astrarre la discussione sulle opere dalle opere stesse. In questo modo, queste divengono dei gusci vuoti, riempibili liberamente da ciò che vogliamo e le discussioni su di esse diventano delle discussioni sui nostri vissuti, senza che delle opere venga detto alcunché. Gadamer, allora, elabora un particolare concetto di esperienza: nella nostra quotidianità, siamo interpreti delle cose, viviamo e facciamo esperienza e, tra tutte le esperienze presenti, ve ne sono alcune che rimangono nel nostro vissuto come esperienze particolarmente importanti. Alcune esperienze ci cambiano, ci modificano, ci svoltano e le opere d’arte possono arrivare a causarle: un libro, un quadro o una poesia possono essere tanto impattanti nella nostra esperienza comune da sconvolgere le nostre convinzioni e cambiarci interamente come persone. Ne L’origine dell’opera d’arte (una raccolta di conferenze tenute nel 1936), Martin Heidegger, maestro di Gadamer, aveva detto che l’importanza delle opere artistiche sta nell’essere capaci di causare, molto di più delle esperienze comuni, questo tipo di esperienza carica di significato. Le opere, allora, sono prima di tutto vere: contengono quei significati veri, autentici per la nostra esistenza che fanno parte della nostra tradizione culturale.
È inevitabile che, per ottenere questo tipo di esperienza, sia necessario soffermarsi a lungo sulle opere artistiche, andando oltre il mantra che abbiamo descritto. L’esperienza che ne abbiamo cambia inoltre nel tempo con il cambiare di noi stessi che la esperiamo, rinnovandosi di volta in volta e generando esperienze significative sempre diverse. Non è certo nostra intenzione quella di eliminare dall’esperienza artistica il gusto personale; tuttavia, riteniamo giusta una sua calibrazione che tenga conto di tutto ciò che l’arte può darci, oltre la superfice delle prime impressioni personali che ne deriviamo.
NOTE
[Photo credit Diogo Fagundes via unsplash.com]