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Intervista Luigino Bruni

Costruire stima sociale per il tempo della cura. Intervista a Luigino Bruni

Ospite dell’edizione 2025 del Festival Biblico di Vittorio Veneto, tenutasi quest’anno a Conegliano, abbiamo intervistato il professor Luigino Bruni, economista, saggista e giornalista italiano. Dal 2012 è professore ordinario di economia politica presso l’Università Lumsa di Roma, inoltre è editorialista di “Avvenire” e vicepresidente della Fondazione The Economy of Francesco. Tra i suoi innumerevoli testi, si segnalano Economia vegetale (Aboca, 2024) e La foresta e l’albero. Dieci parole per un’economia umana (Vita e pensiero, 2016).

 

La narrazione attuale – non a torto – dipinge un quadro della società attuale come sempre più individualista, impegnata a guardare il proprio giardino; sicuramente il “volo” di imprenditori sempre più ricchi conferma la dimensione del lavoro e del profitto come spirito guida apparentemente sovrano di questi tempi. Il paradigma vegetale (da lei raccontato in Economia vegetale) si ispira a una logica del limite, della cura, della ripetizione. Lei parla di “cura” come paradigma economico alternativo. Come può essere praticata la cura nei mercati e nelle imprese, senza cadere nella retorica?

In realtà una delle tendenze degli ultimi decenni è che il mercato sta monopolizzando la cura: con la diminuzione del welfare e la crescita del mercato abbiamo un’esplosione di cura. Interessante in questo senso la proposta della filosofa canadese Jennifer Nedelsky di ridurre il lavoro per tutti e di aumentare la cura gratuita che ogni persona offre alla collettività, perché se noi non ci curiamo della cura come cittadini sarà il mercato, sempre di più, l’unica agenzia che la offre; aumentando però le diseguaglianze, perché i poveri saranno poveri di soldi e di tempo, perché dovranno utilizzare il loro tempo per curare i ricchi. Il grande tema in questo caso riguarda quindi il patto sociale, perché se il mercato per i solventi, cioè per chi paga, è l’unico o il principale luogo che offrirà cura agli anziani in un mondo in cui saremo sempre più bisognosi di cure, questo porterà sempre più a una polarizzazione forte tra chi ha denaro e chi non ce l’ha. Da qui l’importanza di rendere tutti e tutte, come diceva Nedelsky, non meno di dodici ore alla settimana offerte gratuitamente per occuparsi degli altri, da aggiungersi naturalmente alla cura più istituzionale. La cura è una dimensione dell’essere umano, di homo sapiens, non è solo dei tecnici (ad esempio gli infermieri). Il tema della cura sarà sempre più il tema del nostro tempo, dovremmo ri-immaginarci un sistema dove la cura sia molto più democratica e diffusa, non solo affidata a chi la gestisce, come fa il mercato, con profitto.

 

The Care Collective, in pieno Covid, ha scritto un vero e proprio Manifesto della cura, citando la rinnovata vicinanza tra le persone in tempi di pandemia (con esempi concreti) ma anche altri casi, come quello della crisi greca e la nascita (soprattutto tramite i corpi intermedi della società) di banchi alimentari e altri strumenti che escono dalle logiche di mercato. C’è un modo in cui il mercato può lavorare in modo fruttuoso in questo senso?

Certamente, anche se la mentalità delle grandi aziende fa fatica a concepire qualcosa che non abbia prima o poi un ritorno, quindi è una cultura molto diversa dalla cultura della cur,a dove in realtà non sempre c’è ritorno, salvo quell’1% di filantropia (che è comunque troppo poco). Ci sono dei rapporti molto asimmetrici dove la reciprocità è molto molto sfumata: per esempio con i bambini piccoli, con gli animali, con le piante, con le persone anziane, mentre il mercato vive di reciprocità. Quindi sì, ci sono dei tentativi, il mercato in fondo è fatto di persone, quindi ci sono anche dei manager più illuminati, ma non è nella cultura della grande impresa che oggi possiamo cercare grandi soluzioni: dobbiamo cercarle nella democrazia politica. La cura infatti, nella civiltà occidentale, è associata a servi, a donne, a schiavi, a persone non preparate; ancora oggi quando si pensa a qualcuno che deve pulire, che deve occuparsi dell’anziano e così via, si pensa a professioni molto poco remunerate e non stimate. Se la cura non esce da questo luogo di minorità è difficile che possa essere davvero stimata, e deve essere associata alla libertà, non al dovere. Dobbiamo reinventarci qualcosa, non possiamo rassegnarci al solo mercato: è una rivoluzione importante e culturale che dovremmo guardare più da vicino, e velocemente.

 

Se è una rivoluzione culturale ciò di cui abbiamo bisogno, serve quindi agire da lontano e promuovere uno sguardo complesso sulla realtà, un’educazione e una preparazione meno parcellizzate ma in grado di aprirsi ad approcci plurali. Come allenare la cittadinanza a questa visione complessa?

Io sono del parere che su questi temi le norme sociali siano importanti, perché le norme sociali non sono soltanto le norme giuridiche o penali, sono appunto l’approvazione e la disapprovazione dei comportamenti. Nell’ultimo secolo abbiamo creato una cultura del lavoro che da un mondo di schiavi e poveri arriva a una situazione attuale in cui se io le dico che non faccio nessun lavoro perché sono ricco, non mi dice “complimenti” ma pensa “poveretto”. Nel giro di due generazioni abbiamo trasformato il non lavoro da privilegio a una malattia sociale. Così dovremmo fare con la cura. Se lei oggi m’incontra e mi chiede “professore, quante ore di cura dona alla comunità?” e io rispondo “nessuna perché sono abbastanza ricco da potermi comprare una persona che lo faccia per me”, lei dovrebbe dirmi “io non la stimo”. Dobbiamo smettere di apprezzare chi lavora tanto e fino a tardi e a non valorizzare chi invece si dedica volontariamente e liberalmente alla cura. Se noi non cominciamo ad apprezzare questo tipo di comportamento, non cambieremo le norme sociali. Non è facile, anche io a volte faccio fatica a dedicare due ore ad ascoltare un anziano o a pulire un bagno, perché mi sembra che l’impatto che ha un mio articolo sia molto maggiore. Invece dobbiamo cominciare ad apprezzare i passi fatti anche quando non li vede nessuno, perché fanno comunque parte della mia dignità e del mio dovere di essere umano. Serve quindi anche un cambiamento di mentalità.

 

Lei insiste sulla necessità di un nuovo patto sociale tra imprese, cittadini e istituzioni. In questo senso, si potrebbe parlare di una nuova “filosofia della responsabilità” simile a quella di Hans Jonas. Una grande responsabilità che va messa (se non spontaneamente presa) sulle spalle a più livelli, non solo quello individuale e politico.

Sì, per esempio anche del mondo culturale, quello dei media, i film, i social, le trasmissioni, i talk show… Bisogna mostrare e raccontare storie dove le persone sono stimate e sono imitabili anche per la cura e non solo per il lavoro. Bisogna cambiare l’idea di eccellenza, che dovrebbe essere trasportata dal lavoro alla vita, cioè se io sono un eccellente lavoratore ma incapace di cura sono una persona immatura, un cittadino immaturo. Se questo diventasse generalizzato, magari tra qualche anno – ma non troppi anni, perché i problemi sono urgenti – riusciremo a cambiare il rapporto tra valore e cura.

 

Lei riprende spesso nei suoi libri il pensiero di Emmanuel Levinas e la centralità del volto dell’altro, osservando che “l’altro” è ciò che interrompe l’economia dell’io. Il “gioco” della cura e di un nuovo paradigma quindi starebbe nella centralità del rapporto io-tu?

Chiaramente è un cambiamento epocale: se riusciamo a incrementare la cura non può avvenire ad un solo livello, quello dell’io, ma anche quello dell’altro e della politica. Il cambiamento però viene anche dalle istituzioni, pensiamo al lavoro part time: in Olanda il 70% delle donne e quasi il 60% degli uomini lavora part time, anche chi fa il chirurgo lavora part time. Immaginiamo di arrivare a 30 ore di lavoro la settimana remunerate e aumentare le ore di cura non remunerate: questo non è solo un grande segno di fraternità, ma anche un’enorme redistribuzione di ricchezza, perché quelle ore non remunerate sono uguali per tutti. Bisogna rivedere le regole del gioco a livello “macro”, che deve lavorare con il “micro” livello personale se vogliamo vedere un cambiamento abbastanza veloce. L’intelligenza artificiale ci aiuta molto in questo, perché semplifica il nostro lavoro: il problema è cosa facciamo di quel tempo risparmiato, soprattutto a casa… stiamo davanti alla televisione o ai social, o ci occupiamo degli altri?

 

Abbiamo parlato sinora di persone e di fragilità umane, ma come ci ha ben insegnato papa Francesco nel 2015 con la sua Laudato si’, la cura ambientale è legata a doppio giro con tutto ciò di cui abbiamo discusso in questo momento. In che modo secondo lei ciò è particolarmente evidente?

La cura è molto più sostenibile del lavoro, e anche di un certo tipo di tempo libero. Se utilizziamo il tempo libero per fare overtourism con gli aerei ha un impatto molto maggiore dell’occuparci di una persona come un anziano o un bambino: sono beni di creatività che non hanno impatto sulla CO2. Papa Francesco diceva di rimettere insieme il grido della terra e il grido dei poveri, cioè di collegare lavoro e cura per celebrare la sostenibilità, ambientale ma anche relazionale, dedicata al benessere umano in senso ampio. Finché la sostenibilità sarà legata al “non si può”, “non devi inquinare”, “non devi fare qualcosa”, le persone difficilmente riusciranno a sposare un cambiamento. Bisogna far vedere la bellezza di un mondo dove inquiniamo di meno per fare delle cose interessanti. Di nuovo, serve un cambiamento culturale, che vuol dire scuola, educazione, film, serie televisive, e tutto ciò che può portarci in quella direzione.

 

NOTE
[Photo credits Omar Breda]

Giorgia Favero

plant lover, ambientalista, perennemente insoddisfatta

Vivo in provincia di Treviso insieme alle mie bellissime piante e mi nutro quotidianamente di ecologia, disillusioni e musical. Sono una pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti del Veneto, lavoro nell’ambito dell’editoria e della comunicazione digitale tra social media management e ufficio stampa. Mi sono formata al Politecnico di Milano e all’Università Ca’ Foscari Venezia in […]

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