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Il figlio del nemico: l’eredità del conflitto e la banalità dell’inimicizia

La storia umana è tragicamente costellata di colpe dei padri che ricadono sui figli. Il concetto di “figlio del nemico” – in tedesco Feindeskind – incarna tragicamente ma in maniera precisa questa duplice condanna, biologica e sociale. Il meccanismo psicologico dell’inimicizia sotteso a questo gioco di destini, nel quale l’innocente eredita uno stigma politico, militare e soprattutto etnico, trasforma la vittima in un bersaglio ideale prima ancora che questa possa aver compiuto una scelta, in qualsiasi direzione. Sembra un diritto ereditario al contrario, dove a farne le spese sono i moderni Astianatte – il figlio di Ettore scaraventato dalle mura di Troia in quanto figlio del nemico – cioè quei bambini nati dai conflitti contemporanei.

Il terrore e la propaganda politica non si limitano a colpire il nemico visibile, ma distruggono il tessuto stesso delle relazioni umane, erodendo i concetti stabili di amicizia e inimicizia. La degradazione morale delle società che creano e danno volto e corpo ai “figli dei nemici”, sono state perfettamente spiegate da Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo (1951). La filosofa di Hannover analizza come il totalitarismo compia il suo lavoro cancellando la distinzione tra colpevoli e innocenti, trasformando l’intera società in un ingranaggio di complicità e sospetto. Soprattutto nei momenti di crisi storica e sotto la pressione del terrore, la percezione dell’altro viene completamente distorta attraverso dinamiche precise. Il totalitarismo, continua Arendt, standardizza l’altro, riducendolo a una categoria rigida. 

Ho incrociato per caso un documentario andato in onda sul canale austriaco ORF dal titolo Gegen jede Chance sul calciatore austriaco Helmut Köglberger, scomparso nel 2018 e tra le prime people of color in Austria. Nato dall’unione tra una donna austriaca e un militare afroamericano dell’esercito statunitense nel 1946, Köglberger crebbe appunto come una delle prime persone di colore in una nazione, l’Austria, ferita dalla guerra e dall’annessione forzata al Terzo Reich e per questo motivo carica di risentimento. Risentimento che, di solito, cerca una valvola di sfogo sull’outgroup, sugli altri, sul diverso. Era una società segnata dal pregiudizio, quella del dopoguerra nella quale crebbe Köglberger, e l’esposizione a comportamenti estremi improntati al razzismo, all’ostilità e all’emarginazione sociale erano tutti riconducibili al colore della pelle e al suo status di “figlio del nemico”, assimilabile in tedesco anche al concetto di Besatzungskind, letteralmente “figlio dell’occupante”. Nel documentario coprodotto dalla televisione nazionale austriaca, si pone l’accento sul contesto, quella società conservatrice e segnata dai retaggi nazionalsocialisti: il colore della pelle di Helmut Köglberger rappresentava, perciò, lo stigma visibile dell’unione con un soldato occupante, percepito più come nemico che come liberatore. Eppure, nonostante le pesanti discriminazioni e la stigmatizzazione iniziale, Köglberger lottò contro ogni barriera fino a diventare una delle più grandi leggende del calcio austriaco.

Pur non trattandosi di un regime totalitario, l’analisi di Arendt sembra calzare anche in questo contesto postbellico. Praticamente di colpo, il figlio del nemico (o di un diverso, magari solo percepito come tale) cessa di essere un individuo per diventare un’estensione biologica della minaccia o del trauma collettivo e giungere a un’educazione improntata sull’odio indistinto per l’altro. Se non ci si può più immedesimare nell’altro – e nel caso di Köglberger  l’altro corrisponde al salvatore – significa che siamo a un punto di non ritorno? L’accettazione acritica di un odio impartito per procura, privo di un qualsiasi giudizio critico pronto a mettere in discussione il diktat del credo del caso dev’essere la wake-up call che ci serve. Sono la sopravvivenza del pregiudizio sociale e la necessità di creare a tutti i costi un colpevole a uscire dal totalitarismo e fare, spesso, la differenza anche in altri contesti.

Per evitare quindi che l’identità di una persona venga definita da conflitti che non ha scelto, dobbiamo rifarci ancora una volta a Hannah Arendt: il dovere qui è preservare lo spazio della parola e dell’azione condivisa, dove ogni individuo può ricominciare da capo, senza portarsi dietro le colpe per diritto biologico. Ricominciare con la natalità significa, secondo Arendt, avere la possibilità politica di agire, rompendo le catene della necessità per introdurre l’imprevedibile e cambiare il corso della storia. Riconoscere l’altro significa spogliarlo dalle colpe storiche o biologiche dei padri e restituirgli la sua unicità. Solo spezzando l’automatismo della colpa ereditaria e rifiutando la polarizzazione, che trasforma la nascita in un peccato originale politico, la società può sperare di interrompere la catena infinita della vendetta e della degradazione morale. 

Anche grazie all’ esempio di Helmut Köglberger, che della “diversità” ha fatto un vanto e un motivo per distinguersi in positivo, invertendo di centottanta gradi quello che ha dovuto subire. Ma soprattutto senza essere necessariamente succubi di un totalitarismo: e questo, a mio avviso, è l’aspetto più terrificante.

 

NOTE
[Photo credit Wadi Lissa via unsplash.com]

Milo Salso

Milo Salso

Acqua, odore dei libri, Sehnsucht

Sono molto curioso: leggo, ascolto e guardo tutto quello che mi capita e stare fermo è la cosa che sopporto di meno. Dopo essermi laureato a Padova in psicologia sociale e del lavoro mi sono trasferito in Austria, nel 2015. Qui, tra bici, hiking e musei, tento di rendere meno amara la nostalgia del mare con frequenti uscite sul […]

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