Ci sono due parole che si rincorrono nella mente di chi scrive mentre ascolta, legge o guarda le notizie e le immagini delle proteste in corso nelle piazze italiane ed europee.
La prima è “confusione”. Una confusione esterna, fatta di immagini mosse, riprese concitate, audio frammentati, corpi aggrovigliati, fumi. Ma è anche una confusione interna, un frastornamento di pensieri e di sentimenti alimentato da commenti polarizzati e appiattiti sul presente, con scarsa visione in prospettiva e altrettanta scarsa capacità di lettura in profondità. Il presidente Mattarella è stato forse la più autorevole voce che ha sottolineato, invece, l’urgente necessità di «un’analisi intelligente e approfondita; un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che arrivano da soggetti inediti, condizione quest’ultima che pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili».
La seconda parola ricorrente è “violenza”, che si porta dietro una miriade di domande a cui non si cercherà qui di dare una risposta; si tenterà invece di metterle in ordine, di abbozzare i “diversi profili”, dimodoché diventino guida di riflessione e azione.
La difficoltà, quando si ragione sulla violenza, è che ci si ritrova a stare letteralmente dentro a un ossimoro. La violenza infatti arriva quando c’è un vuoto di pensiero (ce lo ha spiegato Hannah Arendt ne La banalità del male): come illudersi di poter riempire quel vuoto proprio con delle parole, espressione del pensiero? La violenza, nel momento in cui è agita, non lascia spazio alle parole perché se lo prende tutto, proprio come si è presa le piazze (cfr. D. Scatolero, Il braccio alzato, Gruppo Abele, Torino 2015). Emblematico il corteo di Milano: i manifestanti hanno sospeso la marcia proprio quando sono iniziate le violenze, di fatto autocensurandosi, senza poter spiegare le motivazioni che li avevano portati fin lì.
Ma chi ha portato la violenza? “Soggetti inediti”, li ha definiti Mattarella; “maranza”, li chiama qualcun altro in tono dispregiativo; “ragazzi di seconda generazione”, prova a dire chi cerca cause precise; “anarchici”, afferma chi guarda alla matrice politica; “arrabbiati”, azzarda qualcun altro; “teppisti”, taglia corto l’opinione pubblica. La molteplicità di definizioni non è di per sé errata; è figlia della molteplicità di visioni del mondo e in realtà conferma che questi violenti appartengono a gruppi diversi, non riconducibili ad un unico insieme omogeneo, come invece ci porta a pensare una lettura superficiale. L’unica cosa che li accomuna è di fatto la violenza agita.
Da dove arriva a questi ragazzi l’idea che la violenza sia una possibilità di azione? Ciò che è accaduto sembra in parte rientrare in quelle che Alain Bertho, antropologo e sociologo, definisce rivolte anomiche (cfr. A. Bertho, Le temps des émeutes, Bayard, Parigi 2009), ovvero sommosse non guidate da ideologie ma pure esplosioni di rabbia inespressa, scatenate da un pretesto, spesso un abuso di potere, il cui unico obiettivo è distruggere visibilmente i simboli di un sistema escludente. E violento, verrebbe da aggiungere.
Perché questo è il punto: la violenza dal punto di vista comportamentale arriva tramite apprendimento. Se un ragazzo cresce in contesti violenti, più facilmente accederà alla violenza come metodo di espressione. E qui va detto con onestà: la nostra società – anche quella italiana, anche quella del centro città – è una società che ha a che fare con la violenza. Perché non si può chiamare altrimenti una società in cui ai bambini stranieri viene fatto capire di essere degli indesiderati. È violenta una società che aumenta le spese per le armi e non trova fondi per la scuola e la sanità. È violenta una società che accetta che dei bulli siedano al potere e si prendano ciò che vogliono «perché ne hanno bisogno». È violenta una società che esibisce la discriminazione economica come un successo. È violenta una società che accetta la violenza di genere come facente parte della natura umana. È violenta una società che inquina il futuro in nome del progresso. È violenta una società che colpevolizza i giovani, arrivando a definirli «scarafaggi» in India o «zecche» qui da noi, immobilizzandoli in un presente iniquo e impedendo loro un futuro.
Tutto questo insegna a dei ragazzi, in piena formazione del sé, che la violenza è plausibile; di più, che solo tramite essa si accede al potere, si raggiungono gli obiettivi.
Si può giustificare la violenza? Assolutamente no. Ma nessuna violenza, allora. Anche quella istituzionale, economica e culturale. Perché ogni violenza toglie possibilità di partecipazione e di espressione, eliminando le persone. Perché la violenza alimenta la rabbia e crea confusione, quella confusione che impedisce il pensiero e il cambiamento, paralizzandoci nella paura.
NOTE
[Photo credit Tom Caillarec via unsplash.com]