Il termine “Robot” fu usato per la prima volta in un’opera teatrale di Karel Čapek (pubblicata nel 1920 e messa in scena dal 2021) con l’intenzione di designare un essere umanoide artificiale composto da materia organica sintetica. Nell’immaginario collettivo la robotica viene spesso associata all’ambito militare o tecnico-scientifico, ma raramente emerge nel dibattito pubblico una sua possibile relazione con una sfera che ancora oggi patisce un certo imbarazzo: quella della sessualità. All’interno di Robot Sex. Social and ethical implications (Mit Pr 2017), John Danaher intende indagare la possibilità di una nuova sessualità che permetta l’incontro di corpi “vivi” in senso classico, con corpi sintetici. Sebbene questo scenario possa sembrare distopico, i robot sessuali sono tutt’altro che una semplice ipotesi: TrueCompanion ha lanciato sul mercato il suo prototipo di robotica sessuale, Roxxxy, per la prima volta nel 2010; i primi modelli di RealDoll, prodotti dalla Abyss Creations, sono stati invece presentati al pubblico dal 1996, inizialmente solo come bambole sessuali e successivamente come agenti robotici dotati di intelligenza artificiale.
All’interno di Robot Sex, Neil McArthur esplicita diverse posizioni rispetto a questa nuova forma di sessualità: si parla di argomenti edonistici, anti-edonistici, distributivi e relazionali.
La prima prospettiva parte da un’assunzione estremamente semplice: il sesso per la maggior parte delle persone è un bene. Anche laddove si consideri questa nuova sessualità come meno “reale” di quella con un partner umano, essa è in grado di offrire benefici edonistici diretti, portando a un aumento della quantità di esperienze sessuali possibili.
La posizione anti-edonistica nasce invece da una constatazione diversa: il sesso non deve essere inteso solo come un mezzo per la soddisfazione del proprio piacere. Secondo il procreazionismo ogni attività sessuale non legata a fini procreativi è immorale: gli atti sessuali considerati accettabili sono solo quelli potenzialmente riproduttivi. Tra gli argomenti anti-edonistici sono inscrivibili anche le posizioni di coloro che ritengono che la sessualità implichi la creazione di un legame intimo tra persone e una reciproca attrazione: sebbene un robot sia in grado di simulare interesse e desiderio, tale manifestazione esterna non corrisponderebbe ad uno stimolo interno “reale” o “autentico”.
Una posizione distributiva annovera la sessualità all’interno della lista dei beni fondamentali degli individui. Esistono soggetti che a causa di specifiche condizioni fisiche o psicologiche non riescono ad esperire una sessualità pienamente soddisfacente: parliamo di persone affette da disabilità o che sono state soggette ad importanti traumi legati alla sfera sessuale. Questa posizione sostiene che un aumento delle forme di sessualità accessibili possa colmare tale scarto distributivo.
Tra gli argomenti relazionali l’autore invece inserisce tutto ciò che concerne le relazioni umane. Un primo avvicinamento al sesso, con agenti robotici invece che con corpi umani, potrebbe abbassare i livelli di stress e disagio in individui sensibili. Questi robot potrebbero inoltre colmare lo scarto di desiderio che spesso causa la rottura di molte coppie o permettere agli individui di realizzare delle fantasie che possono creare tensione o disagio nell’altro partner, senza che questo si trasformi in un’esperienza traumatica per un altro soggetto umano. In quest’ultimo caso, il robot sembrerebbe avere un vero e proprio valore educativo: confrontarsi con un agente artificiale piuttosto che con una persona rispetto a pratiche che possono essere più o meno spinte, può essere una forma di tutela nei confronti dell’altro.
Tali questioni sollevano un tema cruciale che riguarda l’influenza che i modelli sociali e culturali sono in grado di esercitare anche nelle nostre esperienze più intime. Sebbene il sesso sia una sfera in cui i gusti dipendono da propensioni personali, desideri e interessi privati, il modo in cui un corpo viene considerato attraente, così come una pratica specifica viene fatta apparire desiderabile, dipende molto dalle relazioni di potere che ci circondano. Non è un caso che gli esempi sopra citati di robot sessuali in commercio ricalchino specifici modelli estetici e comportamentali: si parla di “donne” con un certo tipo di aspetto e atteggiamento. Queste rappresentazioni umane esplicitano chiaramente lo standard di oggettificazione a cui i corpi femminili sono continuamente sottoposti, richiamando inoltre ad una questione purtroppo ancora oggi attuale: quella sul consenso. Se si inizia a pensare che il sesso ci sia dovuto, e debba dunque essere sempre a nostra disposizione, come potrebbe avvenire nel caso di un robot continuamente pronto a soddisfarci, l’idea che una sessualità sana sia da riferirsi ad un consenso reciproco inizia a divenire sfuggente. Che si tratti di un’esperienza considerabile “autentica” o meno, la pericolosità di questi strumenti potrebbe risiedere nella legittimazione di comportamenti, atteggiamenti e pretese che nel mondo contemporaneo hanno iniziato a sollevare delle questioni sempre più urgenti che riguardano proprio il modo in cui raccontiamo e ci relazioniamo ai corpi femminili.
Affinché questi strumenti abbiano un valore educativo è necessario che si sottraggano a logiche di sopraffazione. Al di là dello statuto etico che si riconosce a questi nuovi attori sociali, potrebbe essere necessario implementare in loro la possibilità, ad esempio, di rifiutare un rapporto sessuale, laddove non vengano raggiunti degli standard comportamentali che replichino una dinamica che tenga in considerazione l’elemento del consenso. Non è necessario assumere che questi agenti abbiano dei reali diritti morali, ma potrebbe essere utile comportarci come se li avessero: questo permetterebbe di tentare di riprodurre dei modelli di sessualità, senza dubbio più accessibili, ma non per questo meno sani.
NOTE
[Olena Kamenetska via unsplash.com]