Non riusciamo mai a stare da soli con i nostri pensieri. La mattina, appena svegli, la prima cosa che facciamo è controllare il telefono. Durante il tragitto verso il lavoro, cuffie nelle orecchie: podcast, musica, audiolibri. Le pause si riempiono di scrolling sui social. La sera, serie tv fino a quando non crolliamo dal sonno. Ogni momento di silenzio, ogni potenziale vuoto viene immediatamente saturato con stimoli esterni. Quando ci troviamo costretti ad aspettare senza distrazioni – in fila, dal medico, in ascensore – proviamo un disagio quasi fisico. Siamo sempre connessi, sempre occupati, sempre altrove. Ma quando ci fermiamo davvero con noi stessi? Quando dedichiamo tempo a quella che gli antichi consideravano la pratica fondamentale dell’esistenza: la cura di sé?
Michel Foucault ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a studiare le pratiche di cura di sé nell’antichità greca e romana. Nel suo corso al Collège de France L’ermeneutica del soggetto, Foucault analizza il concetto greco di epimeleia heautou, letteralmente “cura di sé” o “preoccupazione di sé”. Questa nozione appare nell’Alcibiade di Platone, dove Socrate esorta il giovane Alcibiade a occuparsi di sé stesso prima di occuparsi della città. Come scrive Foucault, «la cura di sé è una sorta di pungolo che deve essere piantato là, nella carne degli uomini, che deve essere conficcato nella loro esistenza, e che rappresenta un principio di agitazione, un principio di movimento» (M. Foucault, L’ermeneutica del soggetto, Feltrinelli, Milano 2003, p. 14). Non si tratta di narcisismo o egoismo, ma di una pratica etica fondamentale: per vivere bene, per governare gli altri, per essere liberi, bisogna prima prendersi cura di sé stessi.
Questa cura di sé comportava nell’antichità esercizi concreti: meditazione, esame di coscienza, dialogo con sé stessi, scrittura di diari, momenti di ritiro e silenzio. Era un lavoro attivo, una tecnica dell’esistenza. E al centro di questa pratica stava il famoso precetto delfico “conosci te stesso”. Ma, e questo è cruciale, per Platone e per la tradizione antica, il “conosci te stesso” non era un punto di partenza ma un risultato. Non si può conoscere sé stessi senza prima prendersi cura di sé. La conoscenza di sé emerge dalla pratica della cura di sé, non la precede. Bisogna dedicare tempo, attenzione, esercizio alla propria interiorità per arrivare a comprenderla.
Oggi abbiamo completamente rovesciato questa logica. Non solo abbiamo abbandonato la cura di sé come pratica, ma abbiamo anche esternalizzato la conoscenza di sé. Deleghiamo agli algoritmi il compito di dirci chi siamo: Spotify ci suggerisce cosa ci piace, Netflix cosa vogliamo guardare, Instagram ci mostra a quale tribù apparteniamo. Facciamo test di personalità online, leggiamo oroscopi, cerchiamo negli altri lo specchio di noi stessi. Ma queste sono forme di conoscenza superficiale, pre-confezionata, che ci restituiscono un’immagine rassicurante e bidimensionale. La vera conoscenza di sé richiede qualcosa di molto più difficile: stare con sé stessi, nell’incertezza, senza risposte pronte.
Perché evitiamo così sistematicamente questo incontro? Foucault suggerirebbe che abbiamo paura di ciò che potremmo scoprire. Stare da soli con i propri pensieri significa confrontarsi con dubbi, contraddizioni, desideri che preferiremmo ignorare. Significa ammettere che non sappiamo chi siamo, che le nostre certezze sono fragili, che la nostra identità è meno coerente di quanto ci piace credere. È molto più confortevole riempire ogni spazio mentale con contenuti esterni, lasciare che siano gli altri – o gli algoritmi – a dirci cosa pensare, cosa desiderare, chi essere. La distrazione continua è una forma di fuga da noi stessi. Non è un caso che uno studio recente abbia dimostrato che molte persone preferiscono darsi scosse elettriche piuttosto che restare quindici minuti da sole con i propri pensieri: l’incontro con sé stessi è diventato più doloroso del dolore fisico.
Recuperare l’arte della cura di sé non significa cadere nel narcisismo contemporaneo del self-care mercificato – spa, cristalli, rituali mattutini instagrammabili. Foucault ci ricorda che la cura di sé è una pratica etica, non estetica. Significa ritagliarsi momenti di vera solitudine, non per sentirsi meglio o essere più produttivi, ma per costruire un rapporto autentico con la propria interiorità. Significa scrivere, riflettere, dialogare con sé stessi senza aspettarsi risposte immediate. Significa accettare il disagio del silenzio e della non-produttività. Per Foucault, la cura di sé è una pratica di libertà: solo chi conosce veramente sé stesso può sottrarsi alle forme di potere che operano attraverso la costruzione delle identità. Solo chi ha coltivato la propria interiorità può resistere alla colonizzazione esterna del proprio sé. In un’epoca che ci vuole sempre connessi, sempre disponibili, sempre orientati verso l’esterno, prendersi cura di sé diventa un atto di resistenza. Non per egoismo, ma perché senza questa cura non possiamo essere davvero liberi, né pienamente umani.
NOTE
[Photo credit Jared Rice via unsplash.com]