Nella tradizione liberale il principio è saldo: se una persona adulta è competente, informata e dice “no” a un trattamento, quel rifiuto va rispettato. L’autonomia significa che nessun altro può sostituirsi a noi nel decidere che cosa sia il nostro bene. Questa diffidenza verso il “lo faccio per il tuo bene” non nasce dal nulla: quella frase ha coperto secoli di ricoveri forzati, trattamenti psichiatrici obbligatori, piccoli abusi in famiglia. Il sospetto verso il paternalismo è, prima di tutto, una memoria storica.
Eppure c’è un punto in cui questo quadro comincia a scricchiolare. Che cosa succede quando è la sofferenza stessa a distruggere le condizioni dell’autonomia? Non semplicemente “è più difficile scegliere quando si è depressi”, ma qualcosa di più radicale: il dolore diventa un ambiente totale che chiude la capacità di immaginare alternative reali. È su questo confine che vale la pena soffermarsi.
Chiamiamo questo stato inferno fenomenico. Non è la tristezza ordinaria, né una depressione grave ma ancora gestibile. Nell’inferno fenomenico ogni attimo della coscienza è saturo di sofferenza, e la struttura del tempo – la possibilità di proiettarsi in un futuro diverso – quasi scompare. È ciò che Matthew Ratcliffe descrive come perdita delle possibilità esistenziali in Feelings of Being. Chi si trova in questa condizione non è necessariamente confuso: può seguire un ragionamento, elencare pro e contro di una terapia. Ma quando prova a decidere, ogni possibilità davanti a sé appare come una variante dello stesso incubo. L’idea che “potrei stare meglio” è lì come frase, ma non diventa una possibilità reale che la mente riesce ad abitare. Decidere non è solo maneggiare concetti: è muoversi in un campo di alternative che si sente dall’interno. Se quel campo si è chiuso, il meccanismo dell’autonomia gira senza aggrapparsi a niente.
Immaginiamo ora, per esperimento mentale, una pillola del futuro: un trattamento che elimina in modo stabile l’inferno fenomenico senza creare euforia forzata, senza cancellare ricordi né riscrivere valori. Chi la prende rimane riconoscibile: stessa storia, stessi legami, stesse idee di fondo – solo senza quel dolore che occupava tutto. Immaginiamo inoltre che chi propone la pillola sappia con certezza che funzionerà e che, una volta uscita dall’inferno, la persona guarderà indietro e riconoscerà l’intervento come qualcosa che avrebbe voluto chiedere, se ne fosse stata capace. Non un grazie estorto dall’adattamento, ma il riconoscimento di un sé non addestrato a obbedire: solo liberato a decidere. Su questa struttura del riconoscimento retrospettivo si sofferma Harry Frankfurt in The Importance of What We Care About (Cambridge University Press, 1988).
A questo punto il dilemma diventa nitido. Da una parte c’è l’autonomia formale: la persona capisce, è competente, rifiuta – e la regola dice di rispettare quel rifiuto. Dall’altra c’è l’autonomia sostanziale: la capacità di costruire e seguire i propri valori in un mondo che offre davvero più di una strada, in una prospettiva vicina a quella sviluppata da Ronald Dworkin in Life’s Dominion (Knopf, 1993). L’inferno fenomenico non tocca la prima, ma corrode la seconda. Rispettare il “no” significa difendere l’involucro dell’autonomia lasciando che il contenuto si consumi.
Le sirene d’allarme devono però suonare forte. È il racconto che la psichiatria ha usato per decenni: “ti obblighiamo, ma un giorno ci ringrazierai”. Il risultato è stato troppo spesso sedazione, isolamento, adattamento forzato. Le condizioni dell’esperimento mentale – dolore fenomenologicamente definito, trattamento certo, identità intatta, gratitudine non coatta – servono esattamente a espellere quei meccanismi. E poiché condizioni simili quasi non esistono nella realtà, questo esperimento non è una licenza per il paternalismo. Funziona come un calibro: mostra quanto occorre spingersi all’estremo per descrivere una violazione del consenso come emancipatoria. E, per contrasto, rivela quanto le pratiche concrete di coercizione psichiatrica siano lontane da questo modello.
L’autonomia che vale la pena difendere non è una proprietà che si attiva ogni volta che qualcuno supera un test di competenza. È un intreccio fragile tra esperienza, immaginazione e valori, eroso sia dall’invadenza delle istituzioni sia dalla violenza muta del dolore. Ai margini estremi dell’esperienza, può darsi che sia proprio l’autonomia – presa nel senso più profondo – a chiedere una piccola deviazione dalla regola. Non per riaprire la strada a nuovi domini benevoli, ma per ricordare che, senza un minimo di respiro fenomenico, anche la libertà di dire “no” rischia di restare solo un’eco in fondo a un pozzo.
NOTE
[Photo credit Camila Quintero Franco via unsplash.com]
Tommaso Biagi
È un ricercatore indipendente di filosofia morale e politica. I suoi lavori si concentrano sui temi della dominazione strutturale, dell’autonomia, della giustizia sociale e delle condizioni della libertà effettiva. Ha pubblicato articoli e saggi in ambito etico e politico ed è autore del progetto di ricerca sull’“anarchismo del limite”.