Da Il Diavolo veste Prada 2 a Karate Kid: Legends, il 2026 (e non solo) sembra essere l’anno dei revival cinematografici. E se questa operazione non fosse un ritorno in grande stile degli intramontabili classici, ma piuttosto frutto dell’incapacità di generare un futuro originale?
Quante volte vi è capitato di sentire dell’uscita della parte 2, 3, 4 o persino 5 (si pensi a Toy Story) di un cult la cui trama pensavate conclusa? E quante volte vi è capitato, una volta guardato il suo sequel, di rimanerne delusi? Secondo Mark Fisher, la colpa è del capitalismo: egli sostiene, infatti, che la cultura pop contemporanea è vittima di un’anemia creativa data dall’impossibilità di pensare in maniera alternativa. La condizione a cui il capitalismo la ha ridotta è quella di un riassemblaggio infinito di mode passate o pastiche, di classici che vengono svuotati del loro potenziale sovversivo originario e riproposti in salsa vintage o rétro, perché facilmente digeribili dal mercato. Fisher sostiene, inoltre, che «il capitalismo semplicemente occupi tutto l’orizzonte del pensabile» e non lasci quindi spazio al nuovo di emergere con la sua forza creatrice (M. Fisher, Realismo capitalista, NERO, Roma 2018, p.37).
«Senza il nuovo quanto può durare una cultura?» (ivi, p.28).
La domanda è più che mai pertinente, ma ciò che più vi è di pericoloso – in questo processo di cancellazione del futuro – è che ci lascia anche senza passato. Esso esaurisce, infatti, le risorse da cui attinge per alimentare il mercato continuando a riproporre lo stesso disco rotto, senza inventare nulla di nuovo. Il revival è pertanto un’ulteriore conferma della sterilità creativa del presente, del nostro modo “impoetico” di vivere, per dirla con Heidegger.
L’abisso che si è spalancato da tempo sotto i nostri piedi è quello del nichilismo e, mentre il revival cerca di mettere una pezza al vuoto creativo dei nostri tempi, sta in realtà impoverendo anche la materia di cui è figlia, il prodotto originale da cui prende le mosse.
Si potrebbe affermare che i revival aiutino a consolidare un lavoro cinematografico nella memoria collettiva, ergendo in tal maniera l’opera originale a classico. Prendiamo, per esempio, il remake Il Gladiatore 2 di Ridley Scott: Annone (che poi si scoprirà essere Lucio Vero Aurelio), figlio di quel Massimo Decimo Meridio magistralmente interpretato da Russell Crowe nel 2000, è un’eco morente del personaggio a cui è ispirato: non aiuta a ringalluzzire la sua memoria, piuttosto la conserva sciupandola. Non è un eroe, ma figlio di un eroe morto e sepolto: il suo compito è quello di realizzare il grande desiderio del padre e tenerne alto il nome; Annone è un conservatore, non un rivoluzionario. Se abbiamo bisogno di “ri-vivere” significa che il tempo di vivere si è già concluso.
Jaron Lanier, nel suo saggio Tu non sei un gadget ripreso da un articolo di Andrea Coccia, scrive: «La musica pop creata tra la fine degli anni novanta e la fine degli anni Zero non è caratterizzata da alcun stile – non possiede cioè uno stile particolare per la generazione che è cresciuta ascoltandola. Si potrebbe affermare che il processo di reinvenzione della cultura attraverso la musica sia giunto al termine». La crisi creativa domina il panorama culturale della società contemporanea e ciò si riflette, come emerge da questo passo, in ogni forma d’arte. E ciò che è peggio è che viene catalizzata dalla performatività che quest’ultima si autoimpone. Non potendosi permettere di rimanere a secco di produzioni, infatti, il mercato cinematografico sposta l’attenzione dal contenuto alla tecnica: intelligenza artificiale generativa e Virtual Production sono solo le epitomi di questo sviluppo.
Ciò che il capitale desidera è che anche per guardare le rovine si faccia la gara alla prima fila. E se dalla sua non ha l’inventiva, – essendo egli stesso un «impasto informe di tutto quanto è già stato» (M. Fisher, op. cit., p. 33) – ha l’ottimizzazione: toglie al contenuto per dare alla tecnica. Il filosofo tedesco Martin Heidegger chiama questo meccanismo Denken als Rechnen, o “pensiero calcolante”, e cioè quel pensiero capace solo di dare di calcolo, che ragiona in termini di numeri e di efficienza trascurando tutto il resto. Il pensiero calcolante è impoetico: non crea nulla né dischiude orizzonti di senso.
Per quanto la tecnica riuscirà a lucrare sulla crisi creativa dei nostri giorni? Ai posteri l’ardua sentenza.
NOTE
[Photo credit Krists Luhaers via unsplash.com]
Francesco Nalini
Classe 2007, odia la filosofia quanto basta per amarla. Autore del corso “Il caffè filosofico” presso il liceo Copernico-Pasoli di Verona e attorucolo di teatro, compare nei cortometraggi Lear delle montagne (prodotto da Casa Shakespeare), Dove crescono i papaveri e No Cameras Allowed (regia di Simone Tosi). Insegue le matte epifanie di una vita che tenta di scrivere “tra il silenzio e il tuono” (e di cui è, peraltro, follemente innamorato).