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Rebuilding

La rinascita gentile di “Rebuilding”

L’incendio che devasta il ranch di Dusty all’inizio di Rebuilding – Come lacqua per il fuoco (2025) non distrugge soltanto ettari di terra, staccionate e ricordi; cancella, di fatto, l’illusione dell’ordine, del controllo e del sogno americano. Nella cultura occidentale, e in particolare nel cinema hollywoodiano, il trauma viene quasi sempre risolto attraverso una verticalizzazione della rabbia: il protagonista subisce il danno, si isola, cova il risentimento e poi agisce, aggredendo il destino o un colpevole per restaurare un ordine perduto. Il regista Max Walker-Silverman, invece, ribalta lo stereotipo del cowboy facendo di Dusty un personaggio gentile, pacato e misurato nonostante le vicissitudini sfavorevoli e le difficoltà familiari. 

La rinascita di Dusty nel corso del film, il suo riavvicinamento alla figlia e allex moglie, non avvengono tramite un’impresa eroica e solitaria, ma sedendosi attorno a un fuoco, accettando un semplice aiuto materiale, condividendo il silenzio e la scarsità delle risorse. Non si tratta di reprimere l’aggressività o di far finta che il dolore non esista, ma di fare in modo che essi non si convertano immediatamente in violenza aperta o in isolamento rancoroso. Una posizione che le filosofie della non violenza e l’etica della vulnerabilità portano avanti da tanti anni. Come ricorda Judith Butler, autrice impegnata nel promuovere una risposta etica, comunitaria e collettiva, al dolore e al lutto, «l’aver subito un danno diventa occasione per riflettere su di esso, per metterne a nudo i meccanismi di diffusione, per gettare luce su come e quanto anche altri soffrano a causa della permeabilità dei confini, della violenza improvvisa, dell’espropriazione e della paura» (J. Butler, Vite Precarie, Meltemi, Roma 2004, p. 15).

Nel film non c’è azione, non c’è vendetta, non c’è impeto, ma non per questo manca la reazione. Nei paesaggi che accompagnano placidi ogni spostamento, nei volti dei rifugiati che vengono collocati nelle roulotte e poi sfollati anche dalla nuova “casa”, non c’è debolezza o passività. Rebuilding, con le sue inquadrature naturali, cambia le modalità percettive dello spettatore, offrendo un immaginario alternativo in grado di ribaltare le logiche iper-competitive e aggressive del presente. Non individualismo, non performatività, ma comunità e reciprocità nel riconoscimento della propria vulnerabilità e dei legami che ci uniscono gli uni agli altri indipendentemente dalle nostre volontà. Rebuilding sembra rispondere alla domanda che Butler si pone nei suoi saggi:

«Se il nostro senso di perdita permane, rischiamo solo di sentirci inutili e impotenti come teme qualcuno? Oppure questo ci porta a recuperare il senso della vulnerabilità umana, della nostra responsabilità collettiva per la vita corporea l’uno dell’altro?» (ivi, p. 50).

Il film invita a rimanere esposti alla forza del dolore senza cercare di risolverlo con l’aggressività, scoprendo che proprio in quella sosta forzata risiede la possibilità di un nuovo inizio. Il punto di svolta risiede proprio nel modo in cui questa comunità minima decide di elaborare il lutto collettivo. Non c’è spazio per la recriminazione rabbiosa o per la violenza compensativa. La risposta alla distruzione è un anti-individualismo implicito che si esprime attraverso la gentilezza e i micro-gesti quotidiani. Questo approccio trova un solido fondamento teorico ne La forza della nonviolenza, di Judith Butler. L’autrice spiega che un’etica della nonviolenza non può basarsi sull’individualismo, ma deve nascere proprio dalla critica a esso. Ogni individuo è già da sempre implicato nelle vite altrui, vincolato da un intreccio di relazioni che possono essere distruttive, ma che costituiscono anche l’unica rete di sostegno possibile. Come nota acutamente Butler, «non è necessario amarsi a vicenda per sentire in ogni caso l’obbligo di costruire un mondo in cui tutte le vite siano sostenibili» (J. Butler, La forza della non violenza, Nottetempo, Milano 2020, p. 93). Rebuilding ci porta a riflettere sulla fragilità umana per recuperare il senso della nostra responsabilità collettiva con l’obiettivo di ricostruire un presente e un futuro che si basino sull’etica della comunità e sulla forza politica della gentilezza.

 

NOTE
[Photocredit Josue Michel by Unsplash]

Chiarabini Alessandro

Alessandro Chiarabini

Romantico, ironico, versatile

Nato a Rimini nel 1996, dopo il liceo mi sono trasferito a Venezia per seguire la mia passione verso la filosofia. A Ca’ Foscari ho conseguito la triennale in Filosofia prima di virare verso l’ambito semiotico e comunicativo, con una laurea magistrale a Siena in Teorie e Tecniche della comunicazione. Dopo una breve esperienza a […]

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