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L’invidia: il dramma del confronto

Una stretta di mano cordiale, le parole di circostanza “sono felice per te” e un sorriso convincente: è questo il copione che recitiamo quando ci congratuliamo con qualcuno. Dietro la facciata dei convenevoli, può consumarsi, però, un dramma silenzioso. La realizzazione dell’altro non sempre suscita ammirazione, talvolta provoca sofferenza, irritazione, perfino rabbia. Sono i segnali dell’invidia, sentimento capace di convertire il trionfo altrui in una minaccia al proprio valore, nello schiacciamento del proprio io. 

L’invidia si insinua nella quotidianità delle relazioni: nelle amicizie, negli affetti familiari, nei luoghi di lavoro. Aristotele la definisce «dolore per il successo dei propri simili» (Aristotele, Retorica, Libro II, 1387b), individuandone l’elemento chiave nella prossimità. Non si invidia chi è troppo lontano da noi. Si invidiano coetanei, colleghi, compagni di studi, amici, persone che condividono con noi un contesto e le stesse possibilità. È proprio questa vicinanza a rendere l’invidia così dolorosa. Quando a raggiungere un traguardo è un nostro pari, l’invidia provoca una frattura interiore: il successo dell’altro non viene vissuto come un fatto estraneo, risuona come un fallimento personale, si fa riflesso di un’aspirazione incompiuta, di un risultato mancato che avrebbe potuto appartenerci. 

Fin dall’infanzia costruiamo il nostro io misurandoci con le capacità, i traguardi e i riconoscimenti di chi ci circonda. Il confronto diventa però distruttivo quando il valore di sé dipende esclusivamente dalla posizione che occupiamo rispetto agli altri. Percependosi svilito dal successo altrui, l’invidioso attiva un meccanismo di difesa: per colmare il divario non lavora sulle proprie fragilità, preferisce sabotare l’immagine dell’altro, sminuirla, nella speranza di rialzare la propria. Minimizza il merito del rivale attribuendolo alla fortuna, alle raccomandazioni, ai privilegi; ogni spiegazione risulta più accettabile dell’idea che quel successo possa essere il frutto di talento, impegno, perseveranza.
Spinoza porta alle estreme conseguenze questo meccanismo difensivo. Definisce l’invidia come «odio in quanto agisce sull’uomo in modo che egli goda del male altrui e, al contrario, si rattristi del bene altrui» (B.Spinoza, Etica, Parte III, def. XXIII). L’invidioso soffre non per ciò che gli manca, ma per ciò che l’altro possiede. Il successo altrui è la prova tangibile di uno scontento personale. Per questo, l’invidia alimenta una rabbia silenziosa, che vorrebbe annientare tutto ciò che dona all’altro valore e felicità: i beni materiali, i traguardi raggiunti, i riconoscimenti ottenuti, la stima degli altri. Se non può appropriarsene, l’invidioso desidera che l’altro li perda, per trovare nella rovina altrui un sollievo.

A causa della sua inconfessabile carica distruttiva, l’invidia è costretta a camuffarsi dietro sembianze più nobili per potersi giustificare. Si traveste da spirito critico, da difesa dell’equità, persino da indignazione morale. Così, la svalutazione dell’altro non appare come il frutto del risentimento, ma come legittima denuncia di un’ingiustizia.

«L’invidioso – afferma Nietzsche – quando avverte ogni innalzamento sociale di un altro al di sopra della misura comune, lo vuole riabbassare fino a essa. […] Egli pretende che quell’uguaglianza che l’uomo riconosce, venga poi anche riconosciuta dalla natura e dal caso, e per ciò si adira che agli uguali le cose non vadano in modo uguale» (F.Nietzsche, Umano, troppo umano, vol. I, aforisma 29). 

L’invidioso non accetta che dalla parità dei diritti possano nascere destini diversi. Vorrebbe che la vita garantisse a tutti gli stessi risultati, impedendo a chiunque di elevarsi oltre la «misura comune». Nella realizzazione altrui non vede merito o talento, ma solo una violazione del proprio concetto di giustizia. Piega così il nobile principio dell’uguaglianza a una logica perversa di livellamento sociale: non ne fa uno strumento per incentivare chi è rimasto indietro, ma un’arma per frenare chi è riuscito ad avanzare.

Esiste, però, un antidoto all’invidia, che la filosofia antica riassumeva nella pratica della cura di sé: l’arte di misurare la propria vita non sui risultati degli altri, ma sul cammino che stiamo percorrendo. Il vero confronto non è con chi ci sta accanto, ma con la persona che eravamo ieri. L’invidia può trasformarsi in un’occasione di autoconsapevolezza, di riflessione su sé stessi. Quando affiora davanti al successo altrui, vale la pena chiedersi: che cosa desidero davvero? Quale parte della mia vita sto trascurando o posso migliore, mentre resto focalizzato sugli altri? Così l’invidia perde la sua forza distruttiva. Non si concentra più sui meriti altrui, ma sulle possibilità che non abbiamo ancora coltivato. Ci ricorda che la felicità non è un bene da spartire né il successo una risorsa limitata. Il talento, la realizzazione e la gioia degli altri non impoveriscono la nostra vita né sottraggono valore al nostro percorso, possono, al contrario, diventare una spinta a esprimere il nostro potenziale e costruire la nostra strada.

Solo allora quella stretta di mano, quel sorriso e la frase “sono felice per te” smettono di essere gesti di circostanza e diventano l’espressione autentica di chi, avendo trovato il proprio centro, non teme più la luce degli altri.

 

NOTE
[Photo credit Negar Nikkhah via unsplash.com]

Marilena Buonadonna

Marilena Buonadonna

Solare, determinata, poliedrica

Mi chiamo Maria Buonadonna, anche se per tutti sono Marilena. Ho studiato musica fino a quando sono stata folgorata dalla filosofia, la passione della mia vita, che mi ha condotta a laurearmi con lode a 21 anni, con la tesi dal titolo Filosofie della natura ed etica ambientale. Dal 2005 insegno filosofia e storia a […]

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