22 agosto 2019 Alessandro Tonon

Imprigionati in un like alla ricerca di riconoscimento

Il tempo ipermoderno è connotato dalla presenza e dall’utilizzo massificato dei social network che, per molti abitatori di quest’epoca, si configurano come una sorta di palcoscenico nel quale esporsi, postare contenuti e immagini, che spesso testimoniano il desiderio di mostrare che si esiste e che non si è da meno di quanto gli altri esibiscono e condividono. La cifra inconscia e pertanto inconsapevole di questi gesti quotidiani è il bisogno, precipuamente umano, di essere riconosciuti.

Il bisogno di riconoscimento – come sostengono gli studiosi di psicologia dello sviluppo – è una necessità per la formazione integrata ed equilibrata della propria identità e conseguentemente della propria personalità. Laddove questo bisogno primario, fortemente presente sin dalla nascita, non venga soddisfatto, la vita si ammala, prendendo deviazioni disfunzionali che ostacolano l’espressione della propria autenticità, spontaneità e intimità, fino a minare l’autorealizzazione del singolo.

Il bisogno di riconoscimento è fondamentale per l’uomo e si declina secondo sfumature di rara profondità. Lungi dall’essere collegato solamente con la soddisfazione delle esigenze primarie (alimentazione, pulizia, accudimento), esso si configura per l’uomo come una necessità psicologica ed esistenziale, altrettanto determinante rispetto alle soddisfazioni primarie. È questa la fame di stimoli, così come l’aveva definita lo psichiatra canadese Eric Berne1, che rinvia al desiderio profondamente umano di essere riconosciuti come viventi degni d’amore, di rispetto, per ciò che si è, per come si è, ontologicamente dotati di valore incondizionato come esseri umani.

In questo senso è possibile comprendere i risultati degli studi condotti, alla metà del secolo scorso, dallo psicoanalista austriaco Rene Spitz2 sui bambini di alcuni brefotrofi che, ricevendo solamente cure materiali sviluppavano svariati problemi fisici e psicologici, che li conducevano a un marasma psicotico e persino alla morte. La conclusione di Spitz fu che, a questi bambini, mancava proprio di essere soddisfatti nel bisogno più profondo del loro essere: il bisogno esistenziale di essere riconosciuti. Comprendendo così che la loro vita non era legata solamente a un tubo digerente ma era degna di cura, d’amore, di valore e che pertanto meritava di essere riconosciuta nella sua singolarità, unicità e irripetibilità. Ecco che la “fame” di riconoscimento, lungi dall’essere solamente una fame di cibo, si configura piuttosto come una fame di stimoli esistenziali. Per un neonato, questi stimoli sono la presenza affettiva della madre e i riconoscimenti, non solamente materiali ma soprattutto psicologici, forniti dai diversi care givers. Riconoscimenti dall’alto valore simbolico che comunicano implicitamente il valore intrinseco della vita di quel singolo, di quel nome proprio, che sentendosi amato si sente riconosciuto il permesso d’esistere, crescere e realizzarsi. Questi stimoli esistenziali occupano una quota centrale in tutto l’arco della vita e senza di essi la vita, ogni vita, appassisce.

Anche nella vita adulta questo tipo di soddisfazione è fondamentale, proprio perché connaturato alla nostra essenza. In questa direzione, la quotidiana azione di interfacciarsi con altri utenti3 è per molti frequentatori della rete, ricerca di riconoscimento esistenziale e apprezzamento. Il tentativo, per lo più inconscio, è quello di colmare vuoti di riconoscimento che hanno origini antiche e rimandano a bisogni non soddisfatti nella propria infanzia. I social network s’inseriscono nel solco di questa carenza esistenziale. Ne sono testimonianza la condivisione di stati emotivi, fotografie che ritraggono la propria immagine o momenti salienti della propria quotidianità e talvolta persino della propria intimità. Ecco dunque che molti utenti vanno alla ricerca di riconoscimenti esistenziali presso altri utenti. Ma si può parlare di riconoscimento solamente se vi è reciprocità. In proposito lo psicoterapeuta Alessi scrive: «sin dall’infanzia, l’essere umano afferra il significato di sé solo con l’implicarsi affettivamente con l’altro»4. Dunque, per essere riconosciuti dobbiamo a nostra volta riconoscere. Diversamente, i social network possono offrire tutt’al più un effimero “apprezzamento” non appartenente al reale, unica dimensione nella quale può realizzarsi il vero riconoscimento umano. Inoltre, se il bisogno reale è quello di riconoscimento esistenziale, esso rimanda a una profonda insoddisfazione affettiva e relazionale, che non può certo essere placata da un like o da un cuoricino che, oltre ad essere costruiti secondo una logica binaria, hanno una struttura autoreferenziale e monodirezionale, per definizione contraddittoria rispetto alla reciprocità che connota il riconoscimento intersoggettivo.

Per questo l’“approvazione” virtuale è destinata allo scacco, poiché la sua natura non è sostanziale e non vi è reciprocità. Diversamente, il riconoscimento reale è fatto di incontro autentico fra esseri umani e questa dialettica, fragile ma fondamentale, di riconoscere ed essere riconosciuti, ha un valore maggiore proprio in quanto incarnata. Di fatto, il riconoscimento intersoggettivo, si deposita e si sedimenta nella nostra memoria psicologica e spirituale: sorgente reale e non virtuale, concreta e non transitoria, alla quale sempre possiamo e potremo attingere per la percezione veritiera di noi stessi e dell’altro. E dopo aver preso consapevolezza della fame di riconoscimento che in origine non ha ricevuto soddisfazione, è alla relazione reale che dobbiamo fare ritorno, nel qui e ora dell’età adulta, per soddisfare e placare la sete di “carezze” esistenziali. Invero, non sarà certamente l’illusione virtuale e quantitativa fornita da un pollice verso o da un cuoricino, destinati a dissolversi entro il vortice travolgente ed effimero dei social network, a compensare il profondo bisogno qualitativo di riconoscimento che necessita di soggettività umane, di anime incarnate e non di una manciata di like fornita da utenti virtuali.

 

Alessandro Tonon

 

NOTE
1. Cfr. I. Stewart e V. Joines,
L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, tr. it. di S. Maddaloni,  Garzanti, Milano, 2014, pp. 101-118.

2. Cfr. R. Spitz, Hospitalism: genesis of psychiatric conditions in early childhood, in Psychoanalitic studies of the child 1, 1945, pp. 53-74.
3. Mi si perdoni, ma mi riesce difficile chiamarli amici o seguaci, termini dal significato storico e culturale molto più nobile e complesso di quello che intendono veicolare i social network.
4. A. Alessi, Noi due. Istruzioni per una sana vita di coppia, Roma, Città Nuova, 2018, p. 5

[Photo credits Prateek Katyal su unsplash.com]

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