25 agosto 2016 Alessandro Tonon

Dal cielo stellato alla filosofia

Concludendo la Critica della ragion pratica Kant scriveva: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me1. E a proposito della prima precisava: «La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata»2.

Queste righe sono indiscutibilmente fra le più celebri e suggestive del filosofo di Konigsberg. Esse non sono tuttavia un unicum all’interno della galleria filosofica e letteraria. Se infatti, come afferma Aristotele «gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia»3, questo significa che a destare stupore e smarrimento negli uomini, dalla notte dei tempi, ha contribuito certamente l’immensità della volta celeste.

Ecco che, proprio contemplando il cielo e lasciandosi stupire (talvolta intimorire?) dalla sua incomparabile bellezza, gli uomini hanno cominciato a riflettere su se stessi, sulla propria condizione mortale, sulla propria origine, sul proprio destino. Hanno cominciato a filosofare.

È dunque possibile affermare che, sin dalle sue origini, la filosofia mantiene una fedele partnership con il cielo stellato. Di più. La filosofia smarrisce il suo originario movente qualora perde il contatto visivo ed emotivo con la volta celeste.

Proprio in queste notti agostane, contemplando il cielo in attesa di alcune stelle cadenti, scorgo fra le costellazioni i versi di poeti e filosofi che riescono ad evocare stupore, paura, meraviglia e spaesamento di fronte all’immensità del creato, alla sua forza e alla sua fragilità, che convivono e si completano in una profonda armonia, che chiamiamo bellezza.

Osservo Vega, la contemplo. Ai miei occhi è immobile, si fa via via più luminosa. D’improvviso però alcune nuvole la imprigionano, oscurandola senza spiegazioni, ma altrettanto senza spiegazioni la liberano. Vega è certamente consapevole che la sua è un’emancipazione temporanea. Per questo ora esprime la sua libertà sfavillando più di prima. Passano pochi istanti, infatti, e un altro ammasso nebuloso la cela completamente. Questa volta la reclusione sarà più lunga. Provo stupore e tristezza. Mi si gonfiano gli occhi e mi si stringe lo stomaco. È proprio in questo istante che mi sovvengono i versi di Pessoa:

Ho pena delle stelle
Che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle 4.

Decido di voltarmi alla ricerca di porti più stabili e sereni. Rivolgo il mio sguardo leggermente più in basso e ai miei occhi appare, con tutta la sua fragile e maestosa eleganza, la costellazione del Cigno. È molto grande e ben visibile. Nessun carceriere all’orizzonte. Per questo il Cigno può volare libero nell’aere, con la magnificenza della sua apertura alare. Lo contemplo a lungo ed egli sembra dirigersi verso di me. Provo un senso di pace e gioia, il mio respiro si fa via via più regolare. Le mie quotidiane preoccupazioni si ridimensionano e assumono tinte meno angoscianti. Ora sì. Ora colgo con profonda chiarezza il significato delle parole che Pavel Florenskij, scrisse ai figli nel suo testamento spirituale.

«È da tanto che voglio scrivere: osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete» 5.

Con l’animo rasserenato dall’incomparabile delicatezza estetica del volo del Cigno, scelgo di cambiare nuovamente orizzonte e dirigo i miei occhi verso est. Eccola, sua maestà Cassiopea. Mi piace chiamarla la costellazione regina, per la sua forma che ricorda la corona di un’antica regnante. È luminosissima, come i brillanti incastonati nelle corone. Cassiopea è una sovrana insolita rispetto a quelle che abbiamo conosciuto nel corso della storia. Essa ha una presenza imponente, ma discreta. E’ luminosa senza essere accecante, perché sa stare al proprio posto, lasciando così ad ogni altra stella e costellazione la possibilità d’essere e brillare senza sentirsi inferiore. Osservando questa regina senza sudditi e piena di amici, comprendo l’essenza della parola “cosmo”, che in greco significa ordine, armonia, parità, rispetto. Già nel VI sec. a. C. Pitagora sosteneva che l’armonia interiore e quella relazionale degli uomini deve rispettare e imitare il supremo equilibrio del cosmo. Tuttavia, se ripongo lo sguardo e il pensiero sulla terra e i suoi abitanti, fatico a scorgere un tale equilibrio. Piuttosto che la parola cosmo, di cui parlavano i primi filosofi, mi sembra di vedere il caos, la voragine, l’abisso di cui parlava Esiodo nella Teogonia.

La profonda contraddizione che intercorre fra l’armonia del cielo e il tragico disordine degli uomini in terra, è protagonista di una delle aperture più intense e struggenti della storia della letteratura. L’inizio delle Notti bianche di Dostoevskij:

«Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che possono esistere solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso, che a guardarlo veniva da chiedersi: è mai possibile che vi sia sotto questo cielo gente collerica e capricciosa? Anche questa domanda è da giovani, caro lettore, proprio da giovani, ma che Dio la faccia sorgere più spesso nell’anima tua!»6.

Lasciamo che l’incanto fecondi il nostro animo e attivi le nostre menti. Come Dante uscendo, finalmente, dall’Inferno, spalanchiamo una finestra sul cielo e con lui esclamiamo: «tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta l’ ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a rimirar le stelle»7.

Alessandro Tonon

NOTE:
1. I. Kant, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1994, p. 197.
2. Ivi, p. 198.
3. Aristotele, Metafisica, tr. it. di G. Reale, Bompiani, Milano, 201412, p. 11.
4. F. Pessoa, Poesie di Fernando Pessoa, a cura di A. Tabucchi e M. J. De Lancastre, Adelphi, Milano 2013, p. 157.
5. P. Florenskij, Non dimenticatemi, tr, it di G. Guaita e L. Charitonov, Mondadori, Milano, 20113.
6. F. Dostoevskij, Notti bianche, tr. it di G. Gigante, Einaudi, Torino, 20142, p. 3.
7. D. Alighieri, La Divina Commedia, a cura di A. Marchi, Paravia, Milano, 2005, p. 328.

[Immagini tratte da Google Immagini]

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