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Riscoprire l’importanza dell’empatia per la propria umanità

Ho riletto da poco L‘eleganza del riccio di M. Barbery. Ho affrontato il romanzo con occhi diversi, alla luce di una domanda che mi perseguita ormai da tempo: in una realtà in cui il tempo e lo spazio hanno perso ogni corrispondenza possibile con l’ “umano” e dove la realizzazione del “Sé” è diventata la principale ossessione di ogni individualità, è ancora possibile parlare di un autentico ascolto e rapporto con l’altro?

All’inizio del romanzo la solitudine domina le vite delle due protagoniste: Paloma, una bambina che detesta la sua famiglia e l’ambiente borghese in cui vive e Renée, portinaia colta e sensibile costretta a dissimulare costantemente la propria identità per impersonare il ruolo che le è stato imposto dai condomini.

I desideri e le emozioni di Renée e Paloma rimangono inascoltate fino al loro incontro. Le due protagoniste si muovono in totale autonomia al numero 7 di Rue de Grenelle, ma tutto intorno a loro sembra ignorarle. La piccola Paloma è una bambina molto acuta e intelligente per la sua età, ma proprio per questo rimane totalmente incompresa dai suoi famigliari che la giudicano “diversa” dalle altre bambine. Neanche i pensieri di Renèe vengono accolti, dal momento che nonostante la sua cultura e la sua sensibilità la rendano una donna interessante e unica, essa resta pur sempre agli occhi dei condomini la portinaia della palazzina e nulla di più. Ogni pensiero ed emozione di Renèe e Paloma non riceve ascolto, rimane nel silenzio della loro coscienza: esse possono dialogare soltanto con se stesse, il resto del mondo sembra non riconoscere la loro presenza, la loro autenticità.

Spesso l’“io” e il “tu” assumono significato solo all’interno di una dinamica di potere. La ragione strumentale ha reso tutti facilmente “intercambiabili” all’interno di un sistema dove sembra valere solo il principio dell’utile: tu esisti fintanto che servi al mio scopo. Anche dove sembra non attecchire, questa norma che regola l’ agire spesso manifesta indirettamente i suoi effetti sopratutto nei rapporti interpersonali.

Siamo ormai molto lontani da quell’imperativo categorico che Kant aveva formulato per fondare la sua etica:

Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di legislazione universale.

La cultura in cui siamo immersi ha reso l’oggettivazione lo specchio del reale. Ogni azione, emozione e comportamento non si compiono più all’interno di uno “scambio” reciproco. Ogni rapporto tra individualità, essendo appunto una relazione che si esplica solo attraverso un’autentica vicinanza tra l’Io e il tu, dovrebbe manifestare la reale profondità dell’uomo. Questo ormai è diventato difficile, dal momento che le stesse individualità vengono reificate e comprese solo “oggettivando”. Ciò che sei (il tuo vissuto, il tuo carattere e ciò che ti rende unico) è stato appiattito banalmente su ciò che fai, ovvero ciò che rappresenti e manifesti all’interno della realtà sociale. Questo ha coinvolto anche le relazioni interpersonali, generando una vera e propria trasformazione non solo delle singole individualità, ma soprattutto di come quest’ultime vengono percepite e comprese all’interno di un meccanismo dove la sofferenza, la fragilità e il limite non trovano posto. Ciò che cogliamo dell’altro non coincide con il suo vissuto, con il suo sentire e il suo essere, ma con ciò che fa, con la posizione che ricopre, con il ruolo che incarna all’interno del tessuto sociale. L’altro, da soggetto diviene così oggetto “disumanizzato”.

La comprensione e l’ascolto della soggettività estranea si trovano quindi subordinati all’utilità che l’altro riveste per me; in tal senso, ciascuno di noi, sempre più chiuso in uno spazio costruito ad hoc per se stesso, accetta di uscire difficilmente da sé per scandagliare quella separazione che lo allontana dalle altre soggettività.

Allora mi chiedo: si può ancora sperare in una comprensione empatica dell’alterità?

La filosofa tedesca Edith Stein aveva riconosciuto l’importanza dell’empatia, delineandone i tratti essenziali con originalità e acume. La Stein, partendo dalla metodologia fenomenologica, aveva descritto l’empatia come un rendersi conto della realtà psichica dell’altro. Tuttavia, questo “rendersi conto” non si presenta come originario, dal momento che la realtà psichica di chi mi sta di fronte non viene vissuta in prima persona dal soggetto che empatizza, ma soltanto ripresentato nella forma della riflessione. La filosofa tedesca mette in luce, non solo come l’altro sia indispensabile per la costituzione della mia identità (ciò che il suo maestro Husserl aveva riconosciuto come carattere fondamentale dell’empatia), ma come ciò che determini l’autentica comprensione empatica sia lo scambio vero e proprio fra due individualità. Solo l’empatia, infatti, permette la costituzione del “noi”, ovvero la possibilità di una vera coscienza morale.

Secondo la filosofa tedesca, “essere empatici” significa, quindi, allargare la propria esperienza, accettare e accogliere le emozioni dell’altro ed esperirne in forma non originaria la gioia e il dolore, poiché solo così l’alterità può attraversare l’orizzonte della mia coscienza. La partecipazione emotiva è una fattore che può subentrare anche in un secondo momento. Ciò che è importante e che determina l’atto empatico, invece, è il voler “disporsi all’altro”, voler riconoscere e relazionarmi con qualcosa che mi trascende e che mi sta di fronte, ma che non è semplicemente oggettivabile, dal momento che questo “altro da me” è anch’esso un uomo e non una res. Ciò con cui io entro in relazione è la realtà psichica dell’altro. Proprio per questo, l’empatia si differenzia dalle altre forme di conoscenza: non corrisponde né a una conoscenza di tipo intellettuale, né a una semplice “riproduzione” di un proprio dolore vissuto in precedenza. Tutte queste forme di conoscenza, infatti, rimanendo per così dire legate al Sé, non trascendono l’esperienza soggettiva e non si aprono alla conoscenza empatica dell’altro, restano lontane, quindi, da quella costruzione del noi che sola può definire l’autenticità di ogni rapporto che scandisce la nostra esistenza.

È evidente che il concetto di empatia analizzato dalla Stein e da sempre al centro di numerose ricerche psicologiche e filosofiche, non sia del tutto ancora comprensibile e afferrabile nella moltitudine delle sfumature che porta con se.

Ciò che però possiamo cogliere immediatamente dalla sua analisi dell’empatia, è che il rapporto intersoggettivo si rivela cruciale per l’arricchimento e la completezza della nostra individualità. Non bisogna tentare di dare un senso solo al proprio microcosmo, è necessario invece aprire gli occhi e raccogliere nell’altro ciò che può costituire un significato per la comprensione di me stesso. L’empatia, infatti, cogliendo le forme specifiche delle altre individualità psichiche, permette un confronto sempre aperto tra la struttura della mia persona e quella degli altri. Ciò significa che solo il processo empatico permette una reale apertura alla psiche dell’altro che può rendermi pienamente consapevole di ciò che non sono e forse di ciò che potrei essere.

Io credo che l’empatia come autentica accettazione e profonda apertura all’alterità sia uno degli aspetti fondamentali che ci rende propriamente umani. Ecco allora che Paloma e Renée, distanti per età e per appartenenza sociale, si incontrano e si riconoscono reciprocamente senza alcun fine, riuscendo a sperimentare quella “vicinanza empatica” che sconvolge le loro vite, cambiandole per sempre. I pensieri e i sentimenti che fino ad allora erano rimasti celati nel silenzio della loro coscienza ora si rivelano nel dialogo con l’altro.

 

 

Greta Esposito

Greta Esposito

Introversa, empatica, ostinata

Laureata in filosofia teoretica con una tesi sulla differenza tra comprendere e spiegare nella filosofia di Karl Jaspers e Wilhelm Dilthey, all’ambito accademico ho preferito quello della comunicazione e degli eventi. Vivo a Bologna, dove tra un viaggio e l’altro lavoro come copywriter e ufficio stampa freelance. Appassionata di musica indie rock fin da quando […]

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