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Imparare a vivere nell’incertezza: il benessere come competenza

Il mercato globale del benessere è in forte crescita e si stima che in questo 2026 si svilupperà ancora. Il mondo del fitness ha sempre più seguito, aumentano le iscrizioni in palestra e online spopolano le opinioni di nutrizionisti e psicologi. Su social e riviste troviamo sempre più spesso esempi di routine perfette: meditazione, colazione proteica, allenamento. Non mancano poi consigli per dormire meglio, tecniche di respirazione, strategie per la produttività.  

Questi non sono solo dei trend. Viviamo nella società postmoderna, dove le certezze tradizionali si sono dissolte (cfr. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Bari-Roma, 2011). I percorsi di vita che un tempo sembravano segnati – un lavoro stabile, una carriera lineare, legami duraturi – oggi appaiono fragili e temporanei. Le istituzioni che fornivano struttura e orientamento hanno perso la loro solidità. In questo scenario, il benessere – inteso come equilibrio complessivo della nostra esistenza – è diventato una responsabilità esclusivamente personale. Ognuno è chiamato a scoprire da solo qual è il proprio equilibrio in un contesto in continuo cambiamento. Inoltre, ognuno è affidato a sé stesso perché non tutti disponiamo delle stesse risorse, delle stesse condizioni e degli stessi strumenti.  

Il messaggio che emerge da contenuti di questo tipo è che siamo sempre più responsabili della nostra vita e tutto ciò, a fronte di una vastissima gamma di possibilità, ha un costo da un punto di vista psicologico. Come osservava già Erich Fromm, l’eccesso di libertà può generare ansia e disorientamento (cfr. E. Fromm, Fuga dalla libertà, Mondadori, Milano 2022). Ogni scelta ne esclude mille altre: quale carriera intraprendere quando le opzioni sembrano illimitate? Come gestire le relazioni in un’epoca di connessioni infinite ma spesso superficiali? Senza schemi predefiniti, siamo costretti a sviluppare da zero le abilità per orientarci, per costruirci un equilibrio personalizzato in mezzo al caos

Di fronte a questa sfida, la cultura contemporanea ha trasformato il benessere in un insieme di competenze tecniche frammentate. Il corpo diventa il primo terreno su cui esercitarsi: mens sana in corpore sano non è solo un detto latino, ma un imperativo che riempie palestre e negozi di abbigliamento sportivo. Dobbiamo imparare a mangiare correttamente, ad allenarci efficacemente, a dormire meglio. Il benessere fisico è misurabile, quantificabile, e questo lo rende controllabile. L’attenzione che oggi viene rivolta alla salute è sicuramente qualcosa di importante e ovviamente la salute fisica rientra nel concetto di benessere. A monte, però, c’è una considerazione più profonda che è necessario fare: tutto ciò è possibile grazie alla disciplina.  

Ultimamente il concetto di disciplina sta perdendo quell’alone negativo che aveva in passato perché essere disciplinati oggi non significa essere rigidi ma significa aver individuato degli obiettivi di crescita e perseguirli. Tutto ciò porta ovviamente a migliori indicatori di benessere. In questo caso siamo nella sfera del benessere eudaimonico, quello aristotelico, che consiste appunto nella crescita e nel sentirsi allineati con i propri valori (cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, Bompiani, Milano 2022, libro II). Poi, certo, esiste anche il benessere edonico, quello basato sui piaceri della vita, che è importante ma non fondamentale, poiché anch’esso è “fluido”. 

Tuttavia padroneggiare il corpo non basta per stare bene. Ecco allora che proliferano i contenuti sulla realizzazione personale, podcast sulla crescita interiore, consigli psicologici.  Il benessere psicologico ed esistenziale diventa anch’esso oggetto di apprendimento tecnico: mindfulness, journaling, affermazioni positive, tecniche di gestione emotiva. Come avrebbe notato Michel Foucault nelle sue analisi sulle Tecnologie del sé, siamo chiamati a lavorare costantemente su noi stessi, acquisendo sempre nuove abilità per plasmarci secondo ideali di ottimizzazione che non hanno mai fine (cfr. M. Foucault, Tecnologie del sé, Bollati Boringhieri, Torino 1992). Anche qui la parola chiave che emerge da questo panorama è “disciplina”: non più come imposizione esterna, ma come autodisciplina, come competenza fondamentale per gestire tutte le altre. Disciplina per alzarsi la mattina, per meditare, per allenarsi, per seguire una routine. È l’abilità meta-cognitiva necessaria per non farsi travolgere: se il mondo è imprevedibile, dobbiamo imparare almeno a controllare noi stessi.  

Il benessere diventa così una performance che richiede allenamento quotidiano. La proliferazione di contenuti sul benessere sui social media non è quindi solo marketing o tendenza: è la risposta a una domanda reale di formazione. Cerchiamo disperatamente qualcuno che ci insegni come stare bene, perché non esistono più modelli stabili da seguire. Siamo preoccupati per il nostro benessere perché sappiamo quanto sia facile perdere l’equilibrio. In realtà siamo di fronte a un paradosso: questa ricerca ossessiva del benessere rischia di diventare essa stessa fonte di malessere. L’ansia di ottimizzare ogni aspetto della nostra vita, di non perdere l’equilibrio, può trasformarsi in un peso insostenibile. Forse, dunque, dovremmo chiederci se questa individualizzazione del benessere come competenza personale non sia essa stessa parte del problema.

 

NOTE
[Photo credit Katerina May via unsplash.com]

Elisa Chiandotto

Elisa Chiandotto

curiosa, riflessiva, sensibile

Sono Elisa Chiandotto, ho 25 anni e attualmente vivo a Portogruaro, in provincia di Venezia. Fin dall’adolescenza coltivo due grandi passioni: la musica e la filosofia. Quest’ultima è diventata il fulcro del mio percorso di studi, portandomi a laurearmi in Filosofia e in Scienze Filosofiche all’Università di Bologna. Credo profondamente che la filosofia non sia […]

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