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I volti dell’attesa ne “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati

Nella lingua greca classica per definire il Tempo troviamo tre parole: Chronos, Aiòn e Kairòs. Se Chronos va ad indicare la natura quantitativa del tempo, lo scorrere inesorabile dei minuti, Aiòn rappresenta il susseguirsi delle ere, il tempo vitale ma anche il destino; infine abbiamo Kairòs, probabilmente uno degli aspetti più affascinanti del tempo nella sua natura qualitativa: il “momento opportuno”. Kairòs corre veloce proprio come corre via l’occasione propizia che si deve afferrare per non rischiare di perderla per sempre. Nella vita di tutti noi può accadere di avere la percezione di aver incontrato Kairòs, di essere stati nel posto giusto al momento giusto, di aver colto un’occasione irripetibile, di aver compreso che quel momento esatto sarebbe stato il più importante e decisivo della nostra esistenza. D’altro canto possiamo aver sperimentato, però, anche un altro tipo di sentimento rispetto al tempo e al momento propizio, una zona grigia, impalpabile eppure presente: l’attesa. Questo limbo può prendere diverse forme e dimensioni: possiamo aspettare con gioiosa speranza il grande amore o il lavoro dei sogni, possiamo attendere con trepidazione mista ad ansia l’esito di un esame, una svolta nella nostra quotidianità, una notizia. Grandi e piccole forme di attesa, insomma, compongono spesso le nostre esistenze

Proprio questo misterioso e, a tratti, schiacciante tempo sospeso è al centro di uno dei capolavori della letteratura italiana del Novecento: Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Sin dall’incipit, Buzzati riesce a far sentire il lettore completamente immerso in quel momento che precede l’evento tanto atteso e in quella sempre imprevedibile reazione che può avere l’animo umano. Infatti l’indimenticabile protagonista Giovanni Drogo, alla notizia che aspettava di ricevere da tempo, non prova quella gioia che potremmo aspettarci da lui:

«Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. […] Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice […]» (D. Buzzati, Il deserto dei Tartari, 1940).

Giovanni Drogo è, dunque, finalmente ufficiale, una nomina che aspettava da anni, la luce che rischiara un giorno nuovo, ha nella testa e nel cuore grandi e alte aspettative e sente di meritarle. L’ufficiale, però, non riesce a provare una gioia piena, capisce che il tempo della giovinezza è andato perduto. C’è in lui, fin da subito, un presentimento: 

«Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare. Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? […] L’amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l’animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di indentificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno» (ivi).

Il tempo, per Drogo, si dilata ulteriormente e le attese si moltiplicano fino a diventare un labirinto che sembra non avere fine. Prima la nomina a ufficiale, poi l’arrivo di un nemico che sembra essere più un’ombra che reale. La direzione di Drogo infatti, come sappiamo, è la Fortezza Bastiani che si erge in un deserto il quale, secondo le leggende, era stato teatro delle scorribande dei Tartari. Ora è solo silenzio e vuoto, le giornate scandite da una routine incessante trascorrono tutte identiche. Ad accentuare la sensazione di un’attesa che sembra chiamarne un’altra, è Drogo stesso che, in ogni momento, ha la possibilità di andare via. Eppure rimanda di ora in ora, di giorno in giorno, aspettando quell’assalto, preparandosi ad affrontarlo; anche il più lieve dei rumori ridesta in lui una singolare speranza d’azione che lo porta, inesorabilmente, a restare tra le mura della Fortezza. L’attesa sembra, così, prendere una nuova forma che tutti noi potremmo aver già incontrato nel quotidiano, quella di uno scudo che ci protegge dalla vita e dalle delusioni che potrebbe infliggerci, ma è soltanto cercando di conoscere e capire i tanti volti dell’attesa e del tempo che possiamo imparare ad affrontarli con lucidità e magari accorgerci che quell’agognato “momento opportuno” è proprio lì, davanti ai nostri occhi, ogni giorno.

 

 

NOTE: photo credits Ryan Cheng via Unsplash

Veronica Di Gregorio Zitella

Veronica Di Gregorio Zitella

curiosa, determinata, sognatrice

Sono laureata in Lettere e Filosofia e tutto il mio percorso accademico si è svolto alla Sapienza di Roma dalla triennale al Master in Editoria, giornalismo e management culturale  e le mie più grandi passioni sono la filosofia, la lettura e la comunicazione; dalla fine del 2018 mi occupo di social media e comunicazione digitale […]

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