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Quel tesoro nascosto nella paura: tra euristica e rivoluzione

Alcuni la chiamano ripartenza, altri fase 2. Qualsiasi sia il termine utilizzato, è evidente ai più quanto questo periodo si avvicini ad una sorta di riabilitazione esistenziale, emotiva, professionale… Tra ferite e risorse, con Timore e tremore – per dirla alla Kierkegaard – di cosa ha davvero bisogno la gente, oggi?

Affetti, serenità, sicurezze, abbracci, speranza. Per ciascuno è fondamentale tornare ad avere un cuore che non si isoli a causa della paura, ma che in essa sappia trovare l’occasione per riscoprire la bellezza dell’essere insieme. Spesso, quando ci apprestiamo a ricominciare, cerchiamo di partire dalle nostre volontà, dai nostri sogni e progetti. La verità, però, è che in alcuni momenti il cammino non appare per niente chiaro e sembra crearsi un distacco tra la necessità di orientare il nostro agire nell’imminente e, allo stesso tempo, la difficoltà nell’avere dei piani più o meno certi. Il tempo della scelta risulta così percepito come troppo breve rispetto al tempo della vita.

Dunque, cosa fare? Una delle strategie particolarmente valide dall’antichità ad oggi è, in questi casi, quella di mettere a fuoco ciò che non vogliamo prima ancora di ciò che vogliamoC’è un detto che recita “Non conosci mai l’importanza di qualcosa, fino a quando non la perdi”. Opinabile, poiché alcune cose è necessario perderle per capire quanto ci facevano male. Per altre, invece, è proprio così. In questi lunghi mesi abbiamo momentaneamente perso quelle piccole grandi libertà quotidiane di cui abbiamo continuamente goduto e che, per questo, ci sono sempre sembrate scontate, banali. Esse sono piuttosto la sostanza del nostro vivere, nel senso proprio del termine, ovvero il substratum che regge la nostra vita e da cui nessuna ripartenza può prescindere. Sono una delle componenti fondamentali della nostra qualità di vita. Perderle di nuovo, sarebbe deleterio, a più livelli: psicologico, economico, sociale…

Hans Jonas, fautore de Il Principio Responsabilità, sostiene saggiamente che «c’è da dubitare che qualcuno avrebbe mai tessuto le lodi della salute senza perlomeno la vista della malattia, le lodi dell’onestà senza la vista della frode e quelle della pace senza conoscere la miseria della guerra»1. Egli afferma che uno dei principi guida della filosofia morale dovrebbe essere l’euristica della paura2: ogni singola azione deve avere come faro guida il timore di poter perdere ciò che abbiamo di più caro. La prima domanda da porsi valutando gli effetti dell’agire, secondo Jonas, non sarà “Cosa ci guadagno?”, bensì “C’è il rischio di perdere qualcosa di fondamentale?”.

Illudendosi di avere eternamente tutto sotto controllo, l’uomo ha trasformato i beni primari in conquiste eterne, non più degne di cure, attenzione, salvaguardia. Tuttavia, questi mesi ci hanno dimostrato che non è affatto così e che, seppur nei limiti della nostra condizione umana, sarebbe bene concentrarsi più su ciò che è davvero in nostro potere anziché su ciò che vorremmo controllare ma che, in realtà, sfuggirà incessantemente dal nostro comando.

Di conseguenza, non si può pensare di ripartire mettendo da parte tutto questo. È necessario, sì, puntare alla responsabilità civica e sociale di ogni individuo, ma non è sufficiente. Bisognerebbe guardare a quelle che Marx ha storicamente denominato “strutture” ma che noi sappiamo essere tra le basi di un vero welfare state: i sistemi sanitari pubblici, ad esempio. E questo non tanto e non solo a fronte del Covid-19, virus che ha messo a dura prova anche Stati fortemente preparati a fronteggiare emergenze di vasta portata, ma in quanto necessità ontologica e giuridica di ogni realtà politica. «Il bene può passare inosservato e, senza l’ausilio di una riflessione (per la quale dobbiamo avere un motivo particolare), può non essere riconosciuto»3. Solo quando riusciremo ad investire veramente nelle strutture, intercettando quel bene che tendiamo a non vedere più ma di cui abbiamo estremo bisogno, potremo poi pensare a tutte quelle sovrastrutture che non sono assolutamente accessorie e che contribuiscono alla vita del singolo nella comunità sociale. Perché «soltanto il previsto stravolgimento dell’uomo ci aiuta a formulare il relativo concetto di umanità da salvaguardare»4 e la paura, lungi da strumento di manipolazione di massa, deve divenire un principio regolatore per ogni azione governativa, collettiva ed individuale. Non basta delegare tale euristica alla volontarietà degli individui, né attraverso un’app per il contact tracing né, agli antipodi, al gossip mediatico a cui siamo quotidianamente sottoposti.

Come ha detto Papa Francesco nelle scorse settimane, «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi»5. Cerchiamo, allora, di fare tesoro della nostra paura, perché in essa è nascosta la possibilità di rivoluzionare in meglio le nostre vite.

 

NOTE:
1. H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Torino, Einaudi, 1990, p. 35.
2. Ivi, p. 34.
3. Ivi, p. 35.
4. Ibidem.
5. Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 Maggio 2020.

[Credit Tim Trad su unsplash.com]

 

Agnese Giannino

Agnese Giannino è una dottoressa in Scienze Filosofiche.  Dopo la laurea triennale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Catania, consegue cum laude, nel medesimo Ateneo, il titolo magistrale in Scienze Filosofiche, presentando una tesi in ambito bioetico. Appassionata di etica ed innamorata dell’insegnamento, ha lavorato nella formazione e, ad oggi, continua ad approfondire i propri studi.

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