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La Terror Haza di Budapest: quando il terrore diventa realtà

Oggi, chi lavora nel campo museale o cura mostre d’arte si trova ad affrontare numerosi problemi di natura estetica e didattica: creare installazioni che valorizzino le opere esposte, rendere la struttura bella ma agevole al pubblico, istituire dei percorsi tematici che aiutino a comprendere gli autori e raggiungere l’osservatore medio, che intenditore d’arte non è. Purtroppo le scelte estetiche che vengono poste in atto, spesso non riescono ad avvicinarsi ai più, i quali, pur rimanendo colpiti sul momento, dimenticano dopo poco il fil rouge della mostra e, passate alcune settimane, non riescono a ricordare nemmeno le opere cardine delle collezioni che sono state esposte.

Un esempio  che contrasta con quest’ultima affermazione è facilmente riscontrabile in un noto museo di Budapest: si tratta della Terror Haza, una sorta di casa-museo nella quale vengono ricordati gli orrori e le vittime del regime comunista.

L’uomo medio che entra per la prima volta in questa struttura viene in primo luogo toccato dall’impianto stesso: una sorta di abitazione, quasi un ambiente familiare, costituito da più piani e diverse stanze. La sensazione che prevale non è quella di un classico museo, freddo e distaccato, istituzionale per così dire, ma di un ambiente raccolto, nel quale l’osservatore non si può perdere.

Il percorso che viene costruito è ad una via e ciò permette di seguire un filo logico, una strada ben definita. Il visitatore è dunque condotto in un’escalation di emozioni, ogni stanza ricorda un pezzo di storia ed è resa suggestiva sia nel gioco di luci, sia negli elementi che la compongono.

Quest’ultimi, in particolare, sono a loro volta disposti in modo da creare una sensazione tridimensionale: abiti d’epoca appesi su normali attaccapanni, scrivanie arricchite con telefoni datati, scartafacci o porta documenti del secolo scorso. L’assetto di questi elementi istituisce una sorta di processo d’inclusione, quasi l’osservatore fosse catapultato in un momento storico che non è il suo, in una realtà che riprende magicamente ad esistere e di cui si sente parte.

Tale idea è a sua volta consolidata da un espediente che rompe il gioco di ruoli: la possibilità di interagire con parte dei pezzi di storia che sono esposti, non solo di “guardare e non toccare”. Ecco che il visitatore comincia allora a giocare diversi ruoli: utilizza i telefoni per sentire la voce delle vittime, guarda filmati di testimonianze seduto tra i documenti dei condannati, osserva le minuscole celle nelle quali morivano i prigionieri. Colui che entra nella Terror Haza si sente in qualche modo parte di quel mondo, a sua volta vittima, prigioniero, perseguitato, quasi fosse stato risucchiato da una macchina del tempo.

Nel caso della Terror Haza di Budapest, dunque, l’installazione diventa in un certo senso parte di ciò che è esposto, la musica, i video, sia pure riprodotti con tecniche contemporanee, collaborano nell’impianto e anche il visitatore meno preparato comprende e viene mosso nell’animo da un groviglio di emozioni.

Forse questo esempio dovrebbe spingere a riflettere sulle scelte che vengono effettuate in diversi musei italiani. Talvolta, pur alla presenza di collezioni o manufatti di valore inestimabile, dimentichiamo di costruire un contorno che possa renderli vivi, che riesca a dialogare con chiunque e, di conseguenza, che faccia realmente apprezzare le opere.

Spesso si dice che l’arte è superata, che gli interessi contemporanei ricadono ormai su altri svaghi, dimentichi delle epoche passate. In realtà bisognerebbe chiedersi se ad essere superato non sia il modo di trattare l’opera più che l’opera in sé, il modo con cui un oggetto viene reso fruibile al grande pubblico e a colui che è davvero l’ultimo interlocutore del nostro patrimonio culturale.

 

Anna Tieppo

 

[immagine tratta da google immagini]

 

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Anna Tieppo

empatica, precisa, buffa

Sono nata a Castelfranco Veneto nel 1991, piccola cittadina murata, dove tutt’ora vivo. Dopo il liceo ho  conseguito la laurea presso l’Università degli Studi di Padova in Lettere e successivamente in Filologia Moderna nel 2016, occupandomi principalmente di tematiche relative alla letteratura contemporanea. Il mio ingresso nel mondo del lavoro è stato nel settore dell’insegnamento, […]

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