18 marzo 2021 Massimiliano Mattiuzzo

Vaccino, scienza e informazione: una sfida filosofica alla società

La notizia che è sulla bocca di tutti negli ultimi giorni è quella della sospensione precauzionale della somministrazione del vaccino AstraZeneca (AZ). Questa decisione – che, va sottolineato, è stata di carattere politico, ovvero presa dal governo Draghi, e non puramente scientifico, quindi non dettata da Aifa1 – è stata determinata da una segnalazione del Paul-Ehrlich-Institut (un’agenzia federale tedesca che si occupa di regolamentazione medica e di ricerche inerenti ai vaccini e alla biomedica). La segnalazione è avvenuta per un presunto aumento dell’incidenza di casi di una rara forma di trombosi venosa cerebrale, la trombosi della vena sinusale: 7 casi – di cui tre mortali – su 1,6 milioni di vaccinati tedeschi2.
Ora sarà l’EMA (l’Agenzia europea per i medicinali) a studiare approfonditamente la questione e a garantire delle risposte tempestive: come si può leggere nel sito ufficiale, «EMA’s safety committee (PRAC) […] has called an extraordinary meeting on Thursday 18 March to conclude on the information gathered and any further actions that may need to be taken»3.

Attendendo le conclusioni dell’EMA, però, prendiamo in considerazione qualche dato ufficiale e tentiamo due riflessioni necessarie su quanto sta accadendo.

Primo gruppo di dati. Sempre sul sito dell’EMA vengono riportati i casi tromboebolici occorsi fino al 10 marzo sul territorio dell’Unione, dato ripreso dall’Aifa e ripubblicato sul suo sito: «Al 10 marzo 2021, sono stati segnalati 30 casi di eventi tromboembolici tra quasi 5 milioni di persone vaccinate con il vaccino COVID-19 AstraZeneca nello Spazio Economico Europeo»4, ovvero lo 0,000006%. Questo dato non sembra essere degno di particolare attenzione, tanto che, nello stesso documento, troviamo scritto che «The number of thromboembolic events in vaccinated people is no higher than the number seen in the general population»5. Infatti, nel mondo, la trombosi colpisce in media ogni anno una persona su 1000; proporzionando questo dato ai 5 milioni di vaccinati in Europa con AZ si ottiene una stima di 420 casi al mese su 5 milioni.

Secondo gruppo di dati. Il Paese che, nel continente europeo, ha effettuato più somministrazioni del vaccino AZ è la Gran Bretagna: oltre 11 milioni di dosi. Finora, come si apprende da un articolo del Sole 24 Ore6, in UK, tra i vaccinati AZ sono occorsi «15 casi di trombosi e 22 casi di embolia polmonare, una percentuale inferiore a quella della popolazione non vaccinata». Fa sorridere se si combina questo dato con il seguente: sempre in Gran Bretagna sono stati somministrati anche circa 11 milioni di dosi di vaccino Pfizer; tra queste persone 48 hanno avuto un episodio di trombosi. Perché non si è sentito dire che Pfizer causa trombosi?
Sempre nel sopracitato articolo leggiamo una dichiarazione del professor Anthony Harnden, (vicepresidente della Joint Committee on Vaccination & Immunisation britannica):

«In media ci sono 3mila casi di coaguli di sangue nella popolazione e dato che stiamo immunizzando così tante persone è inevitabile che ci siano casi di coaguli in contemporanea ai vaccini ma non dovuti ai vaccini».

Almeno due riflessioni sono necessarie.

La prima riguarda l’informazione italiana. Venerdì 12 marzo questo era il titolo a caratteri cubitali della prima pagina de la Repubblica: «AstraZeneca, paura in Europa». A valanga seguono la maggior parte degli altri giornali, sia cartacei che digitali (con l’esclusione di Domani e del Post). Ora, prendendo come esempio l’articolo di Repubblica, leggendolo si sottolineava il fatto che le tre morti non fossero state assolutamente relazionate con il vaccino e che verifiche erano in corso. Ma non si può non notare una certa, per lo meno, dissonanza tra titolo e contenuto dell’articolo. Come sappiamo bene, il dover catturare l’attenzione del lettore è ormai troppo spesso un fine che giustifica i mezzi più deontologicamente, se non “scorretti”, almeno discutibili. Un’informazione seria porrebbe l’accento, fin dal titolo, sul fatto che la correlazione sia ancora totalmente da dimostrare. Il rischio, altrimenti, è quello di supportare (anche involontariamente) ragionamenti che non rispecchino il modello razionale critico necessario in queste occasioni.

Qui si inserisce la seconda riflessione, più squisitamente filosofica: il nesso di causa-effetto. Analizzando la nostra quotidianità, questo principio causale è una delle basi fondamentali del nostro fare esperienza: da bambini impariamo che se avviciniamo la mano al fuoco ci scottiamo, crescendo capiamo come mantenere l’equilibrio per evitare di cadere, fino ad ampliare questo principio non solo a situazioni “materiali” ma facendone un vero e proprio caposaldo che contamina totalmente la nostra mente. E, a ben vedere, non può che essere così: grazie ad esso capiamo come evitare pericoli, come svolgere azioni in vista di un fine, come raggiungere determinati obiettivi.
Alcuni dei nostri mantra sono una sua esplicitazione: “chi dorme non piglia pesci”, “volere è potere”, “se ti impegni otterrai risultati”.

Ma chi ci assicura che il nesso causa-effetto sia effettivamente reale? Osserviamo una proposta filosofica in controtendenza con la certezza di questo principio. David Hume, filosofo empirista inglese del XVIII secolo, a questa domanda rispose in maniera sconcertante: la relazione di causa-effetto non è un principio della ragione, ma una pura e semplice credenza che si basa sull’opinione che non vi possa essere un cambiamento senza una causa. Per Hume, infatti, è assolutamente vero che quando vediamo un cambiamento pensiamo ad una causa che l’abbia generato, ma ritiene che ciò sia una conseguenza dell’abitudine umana ad associare le idee, unico modo che le persone hanno a disposizione per conoscere il mondo. Ma cosa vediamo in realtà? Hume ci dice che non vediamo altro che una successione di eventi in un arco temporale e – al massimo, per cambiamenti che si ripetono spesso – una ripetizione costante di questa successione. Ma questo è sufficiente a dire che l’evento A ha causato l’evento B? Per Hume no, manca la connessione necessaria (quel legame per cui dati due eventi A e B, non potrà darsi A senza B e viceversa). La necessità, insomma, starebbe nelle nostre menti e non nel mondo “esterno”.
Con ciò non vogliamo dire che Hume avesse ragione ma che il suo dubbio è necessario per affrontare adeguatamente la questione. Il nesso di causa-effetto, infatti, è alla base non solo del nostro fare esperienza quotidiano ma anche del metodo scientifico. Senza di esso non avrebbero senso le evidenze sperimentali e, a ben vedere, qualunque scienza umana lo ha come sostrato (un semplice esempio è un certo modo di intendere la Storia: quante volte pensiamo o abbiamo sentito dire, semplificando, che un determinato evento storico ne ha causato un altro?) La forza di questo principio è talmente elevata che sopravvive anche ai cambiamenti che interessano le scienze: se pensiamo all’evoluzione delle teorie fisiche e matematiche, che vedono sempre più spesso l’abbandono del principio univoco di verità a favore di uno probabilistico, osserviamo sorprendentemente che il nesso causa-effetto non viene minimamente scalfito da questi progressi.

Ora, assumiamo invece che esso esista effettivamente (con buona pace di Hume), cosa possiamo trarne per la vicenda vaccini? Innanzitutto che non va applicato indistintamente e senza ragioni: visto che, come abbiamo detto, in UK l’incidenza della trombosi è minore nelle persone vaccinate con AZ rispetto alla popolazione non vaccinata, potremmo anche essere sorprendentemente portati a ritenere che esso aumenti la protezione dalla trombosi. Sarebbe una fallacia logica.
In secondo luogo, dobbiamo evitare che la consecutio temporum (il fatto che un evento avvenga dopo un altro) ci tragga in inganno; troppo spesso, infatti, la successione temporale non è sufficiente. Un semplice esempio lo verifica: a Bari una donna è morta investita dopo che le era stato somministrato un vaccino7. Questo, ovviamente, non ci permette di dire che il vaccino aumenti le possibilità di essere investiti.
Infine, si rende necessario un recupero della fiducia verso l’autorità scientifica. Non in senso paternalistico, è infatti sicuramente auspicabile una capacità di comprensione scientifica sempre maggiore da parte dei cittadini. Ma bisogna anche fare i conti con la realtà e la situazione attuale, soprattutto in Italia. La speranza è che tutta la società dovrebbe collaborare per non creare inutili allarmismi. La farmacovigilanza è una garanzia e un traguardo irrinunciabile, su questo nessuno dovrebbe avere dubbi: lasciamo dunque la scienza a svolgere il suo compito pretendendo, certamente, rigore, tempestività e trasparenza.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

NOTE
1. A dichiararlo è Nicola Magrini, direttore generale dell’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco), in un’intervista a Repubblica del 15 marzo (leggi qui).

2. La notizia qui.
3. Letteralmente: «Il comitato per la sicurezza dell’EMA (PRAC) […] ha convocato una riunione straordinaria giovedì 18 marzo per arrivare a una conclusione circa le informazioni raccolte e su eventuali ulteriori azioni da intraprendere» (leggi qui).
4. La notizia qui. Per la notizia ufficiale dell’EMA leggi qui.
5. Letteralmente: «Il numero di casi tromboembolici nelle persone vaccinate non è più alto di quelli registrati nella popolazione generale [non vaccinata]» (ivi).
6. La notizia qui.
7. La notizia qui.

[Photo credit Mat Napo via Unsplash]

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