16 novembre 2015 Giuliano Galletti

Luigi Meneghello, Fiori italiani

“Che cos’è un’educazione?” La domanda con cui si apre Fiori italiani (1976) potrebbe riassumere il tema che Luigi Meneghello (1922-2007) sviluppa in tutta la sua opera: la formazione e le esperienze di un giovane nell’epoca fascista e nel dopoguerra. In Libera nos a Malo (1963) interrogandosi sul ruolo dell’ambiente rurale vicentino e della vita di paese; in Pomo pero (1974) approfondendo l’esperienza del linguaggio (dialetto, italiano letterario e inglese compongono l’originale impasto linguistico di molte sue opere). E poi, tra altre opere, I piccoli maestri (1964) racconta la Resistenza e Il dispatrio (1993) il trapianto in Inghilterra, dove l’autore ha trascorso gran parte della sua vita insegnando letteratura italiana all’università di Reading.

In questa ricerca, Fiori italiani è il tassello dedicato alla scuola, e riassume la carriera scolastica di un ragazzo brillante, S. (l’iniziale sta per “studente” o “soggetto”: è l’alter ego dell’autore). Ma non aspettiamoci un racconto nostalgico, una collezione di ricordi: l’autore analizza, intreccia il racconto con la riflessione sul senso della sua esperienza; e soprattutto istituisce un confronto serrato tra il sé stesso che viene formato dalla scuola fascista e ciò che diventerà successivamente.
Il primo trauma che S. affronta uscendo dal paese è la lingua italiana, e soprattutto il suo uso mistificatorio; i libri di testo, col loro linguaggio artefatto, cercano infatti di sminuire la realtà e di proporre un mondo ideale modellato sugli ideali fascisti: “Il fatto è che per questo casello non passavano treni, neanche uno! Un racconto di ventiquattro pagine intitolato Casello ferroviario N.793 e non ci si trova la parola “treno”! Per quanto ne sapevamo noi, il termine giusto in italiano potrebbe anche essere truogolo”.
Al ginnasio e poi al liceo classico – col passaggio all’ambiente cittadino – si approfondisce una lingua “alta”, depositaria di un’idea di cultura e di tradizione: “Era parte dello statuto della cultura che essa venisse esposta come la Sindone, non trattata come un servizio pubblico. La cultura vive, splende e minaccia per conto suo: in senso stretto non c’entra con la gente”. Lo studente viene solo addestrato a esercitarsi su temi dati, a ripetere con eleganza le idee ricevute.
All’università (Padova, prima lettere poi filosofia) S. cerca un senso generale della sua cultura (senza possedere, vista l’educazione ricevuta, la capacità di compiere un’operazione così complessa), e cerca un ruolo “ufficiale” come intellettuale riconosciuto, attraverso strutture sostenute dal regime, come il GUF o i Littoriali.
Ma proprio qui – sono gli anni della guerra – avviene finalmente la svolta: S. – dopo tanti insegnanti – incontra un vero maestro, Antonio Giuriolo. È un intellettuale brillante, da sempre oppositore del regime, che sopravvive dando lezioni private e si circonda di giovani ai quali apre per la prima volta la mente: una figura maieutica, che non offre soluzioni ma pone domande, che mette i suoi “allievi” a contatto con idee nuove e li lascia liberi di decidere… È un’esperienza decisiva, un cambiamento di paradigma da cui deriverà il gruppo partigiano che Meneghello racconta nello splendido I piccoli maestri.
Fiori italiani si svolge tutto nell’interiorità del protagonista, segue con passione lo sviluppo di una consapevolezza; e lo fa con un linguaggio straordinariamente preciso, duttile, capace di rendere qualunque sfumatura con piccoli tocchi, rinunciando all’impasto linguistico tipico di altre opere dell’autore a favore di forme più lineari. L’autore si rivela uno straordinario ritrattista (“Quanto a Tapanez, certo parlava nel naso. Era piccolino, nervoso, arcigno, introverso, stridulo. Ma era tagliente quella vocetta; stringata la figuretta; e (ora lo so) onesta la sua concezione del proprio mestiere”), e ricorre molto all’ironia – sulla scuola come su sé stesso – e spesso al sarcasmo, specie quando analizza le forme più sfacciate di indottrinamento. Solo nell’ultimo capitolo, la rievocazione di Giuriolo, il tono cambia: e diventa alto, solenne, commosso e severo, passando dalla terza alla prima persona.
E siamo costretti a notare che quest’opera dice molto su noi, sulla nostra mentalità di italiani, sulla nostra scuola: per la lungimiranza dell’autore, ma forse – purtroppo – anche per l’immobilità della nostra cultura.

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Luigi Meneghello, Fiori italiani, Milano, Rizzoli, 2006 (nella collana “BUR – scrittori contemporanei”)

Giuliano Galletti

[immagini tratte da Google Immagini]

 

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