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La Filosofia dell’Informazione, intervista a Luciano Floridi

[…] abbiamo perso il contatto con il mondo contemporaneo. La cattiva filosofia si disinteressa di problemi attuali.

Questo afferma con forza, in questa intervista, Luciano Floridi, filosofo italiano trapiantato ad Oxford, che si sta occupando da tempo dei concetti di “informazione” e di “etica informatica”, tematiche assolutamente attuali che da molti filosofi sono state e continuano ad essere schivate perché non considerate di interesse filosofico.

Questa intervista vuole aprire ancora di più gli occhi, a chiunque la legga, dell’importanza della Filosofia nella realtà contemporanea, soprattutto quando viene realmente applicata alla quotidianità e alle situazioni che il mondo, cambiando ogni giorno, ci offre.

 

Luciano Floridi, dall’Italia all’UK: come è avvenuto questo passaggio e perché?

Il passaggio è stato inizialmente casuale. Volevo “fare” Filosofia e non studiarne la Storia. Ho incontrato dapprima la Filosofia Analitica, che in Italia negli anni ‘80 andava molto di moda perché dava l’idea di una rivoluzione, soprattutto con Wittgenstein. Eravamo molto presi da questo modo di ragionare e argomentare sui problemi, sulle teorie, sui fatti e sulle cose, piuttosto che sulle persone, sui testi, o sullo studio di vecchi autori minori mai sentiti nominare; così venni in Inghilterra per fare la tesi di laurea, grazie ad una borsa di studio, con due grandi logici, Michael Dummett che insegnava qui ad Oxford logica e con Susan Haack, che insegnava filosofia della logica a Warwick.

Successivamente ho provato a tornare in Italia ed è iniziato un periodo demoralizzante perché non riuscivo a vincere nessun concorso da dottorando o da ricercatore. Sono stato bocciato in maniera ripetuta e sonora e ogni volta tornavo qui. Inizialmente per fare il master a Warwick, in seguito per il dottorato, di nuovo a Warwick. Fui ammesso anche a Oxford ma in nessun ateneo in Italia, vinsi il concorso per la Fullbright a Yale, ma nulla in Italia, feci domanda ad Oxford e Cambridge e entrambe mi offrirono un postdoc ma non in Italia…alla fine capii che in Italia non mi voleva nessuno e allora ho smesso di bussare alla porta e mi sono rassegnato volentieri a vivere e lavorare ad Oxford.

Molti anni dopo, vinsi finalmente un concorso da professore associato di logica a Bari. Per cinque anni feci il pendolare tra Oxford e Bari. Alla fine diedi le dimissioni per ragioni personali, ma anche per disillusione. Incontrai un livello di mancanza di etica professionale veramente stravolgente. Con molta arroganza credevo di poter contribuire a migliorare il sistema ma nel giro di qualche anno ne divenni parte integrata. Mi resi conto che, anche per salvare un certo autorispetto, era ora di partire quando realizzai che non solo succedevano cose molto discutibili, ma si era perso il senso della vergogna, cioè, quando le cose fatte male venivano alla luce mancava addirittura la consapevolezza che qualcosa fosse sbagliato. Mi fu offerta una cattedra di ricerca dall’Università di Hertfordshire (la UNESCO Chair in Information and Computer Ethics) e allora tornai qui, spostandomi anche dalla Filosofia alle Scienze Sociali perché mi interessava di più interagire con queste e con la tecnologia piuttosto che con la Storia della Filosofia.

 

Si può considerare uno dei tanti ‘cervelli in fuga’?

Così mi hanno definito tante volte ma bisogna fare attenzione perché è un modo sbagliato di porre la questione.

In Italia si parla molto dei cervelli in fuga come se questo fosse il problema, ma non è così: il vero problema non è che molti escono dall’Italia ma che pochi arrivano. Anche in Gran Bretagna moltissimi vanno via, è un continuo partire, ma è anche un continuo arrivare: questo è un paese sano, in cui i giovani decidono di andare altrove perché si studia meglio o si lavora meglio in un altro posto, per esempio a Harvard, però a loro volta tanti altri da Harvard vogliono venire qui.

Il problema dell’Italia non coincide con quelli che vanno via ma con quelli che non arrivano; e non sto parlando di “ritorno”, sono contrarissimo ad ogni politica di rientro dei cervelli in fuga, perché così si continua a non capire il problema, sto parlando di persone che desiderano venire a studiare e lavorare in Italia.

Il nostro Paese ha questo difetto: si cerca sempre la legge speciale per sistemare tutto. È la cultura di fondo che non funziona. Un paese sano è un paese che ha un buon bilancio tra entrate e uscite di cervelli. Il nostro Paese non è sano perché ha un totale sbilanciamento nei confronti dell’uscita.

 

I suoi studi si sono dapprima soffermati sullo scetticismo per poi arrivare alla ricerca sull’informazione: possiamo ritenere questi campi come due branche della conoscenza quindi vicini tra loro?

Direi di sì. All’inizio mi sono interessato molto al problema della domanda, del questionare, del formulare problemi, del “punto interrogativo” e quindi lo scetticismo era la corrente che si addiceva a tutto questo, perché si basa sul sollevare i dubbi più radicali, le domande più estreme, anche in casi in cui sembra che i dubbi non possano esistere (anche nella matematica, per esempio nei confronti di 2 + 2 = 4, o del fatto che i triangoli hanno tre lati). Il mio interesse nel domandare, che poi è tipico della Filosofia, si è allora sposato molto bene con quello nella logica, nella computazione, nell’informazione e nell’informatica convergendo verso una Filosofia dell’Informazione che vede proprio nel domandare e rispondere l’essenza stessa dell’ottenere l’informazione (il quering).

Quindi, per rispondere alla sua domanda, tutti i pezzi si sono incastrati in maniera abbastanza coerente.

 

Cosa l’affascinava e l’affascina del concetto di informazione?

Tante cose. Una tra molte è il fatto che la Filosofia l’abbia usato in maniera così intensa sempre e in qualunque contesto ma senza riconoscergli una seria cittadinanza intellettuale. Pensiamo, ad esempio, a quattro grandi branche della filosofia, cioe’ l’etica, la metafisica, l’epistemologia e la logica: in queste quattro aree il concetto di informazione è cruciale. Nell’ambito dell’epistemologia, intesa in modo anglosassone, come filosofia della conoscenza in senso ampio, senza informazione non si può neppure iniziare a discutere della conoscenza, che rappresenta un livello di informazione superiore. Nel campo dell’etica partiamo dall’assunto implicito e banale che se non c’è informazione non c’è azione etica e tantomeno valutazione normativa: se io non so che cosa sto facendo, sono, ad esempio, un sonnambulo o spingo un bottone perché penso di accendere la luce e nel frattempo esso è collegato ad un meccanismo che fa esplodere una bomba dall’altra parte della città, non entriamo ancora nel dibattito sulla responsabilità, sulle scelte e le decisioni e le possibili alternative; l’etica è sempre basata su una posizione informata nei confronti di quello che stiamo facendo, delle possibilità, di quello che avremmo potuto fare, delle alternative, del danno che si fa o del bene, delle possibili conseguenze, dei valori coinvolti. La logica, secondo le recenti teorie, è intesa come trasmissione e manipolazione delle informazioni, quindi come meccanismo con cui si estrae un’informazione, per esempio da un database o da assiomi o premesse date come punti di partenza. Così anche nella metafisica si sa, se si ha avuto a che fare con Spinoza, i presocratici o anche Platone, che i concetti come quelli di natura, nous, o logos, sono concetti di tipo informazionale.

L’informazione è, dunque, dappertutto in filosofia ma è come una Cenerentola: nessuno si è mai chiesto ‘ma chi è questa ‘ancilla’ che fa tutto questo lavoro, che è ovunque e aiuta in tutto?’

Ecco, quando venni a studiare a Oxford come postdoc, mi ricordo perfettamente il luogo e la situazione in cui ho pensato, al Wolfson College, seduto sulla riva del fiume: ‘bisogna fare qualcosa per questa informazione che sta ovunque ma di cui nessuno si occupa’. Questa idea si sposava perfettamente con i miei interessi verso la società dell’informazione, Internet e il domandare e questo mi ha fatto rendere conto che c’era un enorme continente di ricerca filosofica ancora inesplorato, che ho pensato di chiamare, senza troppa immaginazione, la filosofia dell’informazione. Quello è stato il mio giorno dell’eureka. Da allora il percorso è stato chiaro, è stato il giorno in cui ho aperto gli occhi su qualcosa che era ovvio. La Filosofia dell’Informazione non è una materia che esiste da sempre, come l’etica, la logica, l’epistemologia o la metafisica, ma, per citare Moliere, i filosofi hanno parlato “informazionalmente” da sempre, solo senza saperlo.

Proprio per questo, parte del mio progetto è stato, e lo è tuttora, quello di rendere la filosofia dell’informazione un’area del discorso filosofico che sia al contempo di importanza tale quanto altre branche del sapere filosofico, ma che sia anche la filosofia che facciamo oggi per dialogare fruttuosamente con il mondo contemporaneo. Perché avere un grande bagaglio filosofico che ci portiamo dietro e non essere in grado di dire due cose sensate su dove vada il mondo oggi, su come migliorarlo, o su problemi quali la privacy, tanto per nominarne uno banale, che sono filosoficamente importanti e rilevanti oggi, è un po’ uno scandalo.

Riassumendo, il mio doppio progetto è, dunque, quello di stabilire una disciplina che si occupi di questo elemento macroscopico nel nostro filosofare che è l’informazione, ma anche un’area di interfaccia con il mondo, dove la filosofia possa interagire seriamente al livello di astrazione giusto, senza fare mera analisi concettuale, storia delle idee, o filosofia da bar.

Certo, è una filosofia difficile che deve essere masticata da filosofi. Deve al contempo riuscire a parlare con la nostra scienza e la nostra cultura, parlare con la politica e con i sistemi giuridici, che poi parlano con la vita di tutti i giorni. Ma questo è quello che fanno i filosofi seri. Sicuramente arrivare a questo punto è arduo ma bisogna avere almeno il progetto, sapere quale sia il traguardo ideale, che è quello di dare al nostro secolo la sua filosofia, pur avendo la consapevolezza che potrebbe essere un’ambizione esagerata e che si arriverà solo ad un certo punto. Non avere neppure questa ambizione è imbarazzante, significa rinunciare a quello che la filosofia è sempre chiamata a fare: dare senso al mondo e delinearne il futuro.

 

Accanto alla Filosofia dell’Informazione si affianca l’etica informatica. Cosa si intende con quest’ultima?

L’etica dell’informazione o etica informatica o Information Ethics, è un po’ il contraltare della parte teoretica, un po’ come la distinzione kantiana tra critica della ragion pura e critica della ragion pratica, le due aree alle quali la filosofia dell’informazione oggi può dare un contributo enorme.

Nel mio lavoro queste sono le due parti importanti, da stabilire con chiarezza.

Nel caso dell’etica rientra esplicitamente il problema di capire quali siano i valori, le responsabilità e i problemi etici in un contesto in cui l’ambiente in cui operiamo è cambiato; infatti noi oggi operiamo in un ambiente (che ho chiamato onlife) in cui online e offline confluiscono: nel contesto onlife, dove l’ambiente è diventato informazionale, dove le interazioni non sono solo persona-persona ma anche persona-gruppo o persona-agente artificiale e dove c’è una certa ibridizzazione delle azioni perché possono essere condotte da agenti molto complessi rappresentati da persone o macchine, i problemi o sono del tutto nuovi o sono rivisitati alla luce delle nuove tecnologie e del loro impatto. È proprio qui che l’etica dell’informazione può dare un contributo molto importante, sia di chiarimento, sia proggettuale, per capire i problemi che ci circondano e per disegnare soluzioni migliori.

Vi sono attualmente moltissimi problemi specifici, come per esempio quello di come costruiamo la nostra identità onlife (perché costruire la propria identità è un’operazione altamente etica ma ora passa anche attraverso i social media). Questi sono problemi seri che rischiano di essere ignorati o ridotti a chiacchiere da bar.

 

Filosofia e Informazione. Etica e Informatica. Due binomi che dimostrano come anche i campi tecnologici dei nostri tempi siano soggetti alla riflessione filosofica. Perché, secondo lei, questo non è recepito dalla maggior parte delle persone?

In parte non è recepito perché abbiamo una Filosofia abbastanza ciarlatana. Molta della filosofia che viene fatta è chiacchiera: chiacchiera a volte semplice, quindi innocua, e chiacchiera a volte confusa e volutamente confusa, quindi anche negativa perché confonde le idee programmaticamente. Chiaramente, quando si tratta di affrontare temi anche soltanto minimamente tecnici o scientifici – dove scienza e tecnica, non solo la fisica ma anche l’informatica e l’economia o la giurisprudenza, per esempio, campi cioè dove ci sono parametri e standard chiari di ciò che è e ciò che non è cialtroneria – il filosofo da bar si trova in difficoltà perché non può sempre raccontare a vanvera le cose che gli passano per la testa, cavarsela con riferimenti eruditi o battute intelligenti, ma deve fare i conti con quella che è l’attuale conoscenza di come stanno le cose oggi. Noi sappiamo benissimo che domani le vedremo diversamente, ma oggi, date le nostre conoscenze attuali, bisogna fare i conti con dei determinati standard e parametri del sapere, perciò non ci si può inventare da un giorno all’altro qualche bazzecola su cosa siano i social media e quale sia il lor impatto, per esempio. C’è sempre un certo quantitativo di sapere che bisogna acquisire e dominare ed è faticoso. Certo, è molto più facile parlare a ruota libera.

Il rischio è che si confonda un alto livello di astrazione, basato su una profonda conoscenza del tema in questione, con “ognuno dice la sua”, o con l’oscurita’ gratuita. Mi piacerebbe fare dei riferimenti precisi, ma non e’ educato parlare male delle persone assenti. Diciamo che la semiologia francese mescolata con la conoscenza della rivoluzione di Guttenberg e l’estetica medievale sono insufficienti per parlare del disegno etico di protocolli internet, in cui si dibatte se rendere la criptazione un fattore di default. Oppure il cocktail in salsa postmoderna di Marx, Hegel e populismo lascia insoddisfatti quando si tratta di capire come evolve il potere nelle società dell’informazione mature. La scrittura furba o oscura è un tranello difficile da evitare.

I grandi filosofi non sono fatti così: Cartesio la sua matematica la conosceva molto bene e così anche Kant (si pensi ai suoi corsi non filosofici) e Husserl. Sono pochi i filosofi che proprio non hanno alcuna competenza che vada al di là dell’autoreferenzialità filosofica; insomma ci sono delle competenze che devono essere fatte proprie, non ci sono scorciatoie o vie regali, come ricordava Euclide. Questo non vuol dire trasformare la filosofia in un’ulteriore specializzazione, ma vuol dire che fare filosofia significa sapere anzitutto ciò di cui si sta parlando. Perché per esempio il filosofo che parla di Proust senza averlo letto in francese, o che fa filosofia della fisica senza avere idea di che cosa sia la fisica quantistica è imbarazzante, così come il filosofo dell’informazione che non conosca la teoria matematica dell’informazione o quella algoritmica. In questo modo si fa un danno sia alla filosofia stessa, perché appare cialtrona, sia al tema che la filosofia sta trattando, perché sembra banale e una mera questione di opinioni disinformate. Come diceva Picasso, bisogna prima imparare a dipingere come Raffaello, per poi cercare di fare qualcosa di diverso. Pasticciare con i colori non significa essere Pollock.

 

Vi è differenza tra il fare filosofia in Italia e il farla in UK? Perché?

È più facile fare filosofia così come interessa a me qui, perché qui è più facile dialogare con le altre scienze; non che in Italia non si possa fare, ma il modo di insegnare la filosofia nel nostro Paese è molto umanistico e troppo legato alla storia o alle lingue moderne o antiche. Ho l’impressione che ancora oggi (era così quando studiavo alla Sapienza) uno studente di filosofia in Italia abbia molta più facilità a sostenere un esame di latino piuttosto che un esame di fondamenti di matematica o di linguaggi di programmazione e questo è un peccato, perché magari quella persona ha grandi interessi scientifici.

Come vede non è una questione di cervelli o di educazione o di mentalità ma è un problema istituzionale. Se si disegna il sistema in un certo modo, le persone che si inseriscono nel sistema finiscono per essere orientate in un senso piuttosto che in un altro. Basti pensare che qui a Oxford non è possibile studiare solo filosofia: tutti i percorsi sono prestabiliti in associazione con altre discipline, quindi ci si può laureare in filosofia e lingue antiche, filosofia e informatica, filosofia e fisica, filosofia e matematica, filosofia e teologia, filosofia e lingue moderne, filosofia e politica ed economia e filosofia e fisiologia e psicologia. È chiaro che così è più facile fare filosofia: c’è il percorso già stabilito e le persone lo possono scegliere, mentre, se il percorso deve essere inventato o costruito contro il sistema, controcorrente, allora diventa quasi impossibile.

 

Ho letto che lei punta ad una filosofia costruzionista: cosa intende e quale dovrebbe essere il suo scopo?

Non è una filosofia ‘costruttivista’ o antirelista, cioè non è una filosofia che si basa sulla costruzione sociale delle realtà, ma non è neppure realista in modo “australiano”, ‘naif’, per cui il mondo è come noi lo percepiamo. È una filosofia che, per fare riferimento ad un grande classico, è kantiana, dove la realtà così come noi la percepiamo è frutto di una costruzione, di un mettere insieme degli elementi forniti dalla realtà, i dati, e il ‘processamento’ (processing) di questi, da parte nostra, mirando ad una certa coerenza e convergenza tra mondo e mente. Questo non vuol dire che allora tutto è mentale, ma nemmeno che il mondo ci parla e ci dice realmente come stanno le cose in sé.

Per fare un esempio: se il mondo è l’emittente e noi siamo i riceventi, i segnali che riceviamo non sono sul mondo ma del mondo. È come se io ascoltassi la radio e la musica che sto ascoltando mi stesse descrivendo la radio: non c’entra nulla, la radio è lì ed è sicuramente reale, ma il messaggio che io ricevo dalla radio è assolutamente diverso da quello che mi descrive la natura della radio. Posso cercare di ricostruire in modo intelligente, a posteriori, come può essere fatta quell’emittente, da come mi viene dato il segnale che emette, ma appunto è una ricostruzione.

Un altro esempio che porto spesso è quello di stabilire cosa voglia dire per ‘qualcosa’ essere “cibo”. Si tratta di un fenomeno molto reale eppure è impossibile descrivere cosa sia un cibo, indipendentemente da che cos’è la sostanza che sta lì davanti a me ma anche da chi la assorbe, perché, per esempio, l’erba è cibo per la capra ma non per noi, la bistecca è cibo per noi ma non per la capra. Questo è “relazionalismo” non e’ relativismo. Assolutamente no, perché un mucchietto di sabbia non è cibo per nessuno. Ecco che allora bisogna essere in grado di aprire la mente e, invece di pensare in termini binari, sì/no, dentro/fuori, il mondo è così com’è/non è così, scoperta/invenzione ci si deve sforzare di capire che siamo degli organismi che abitano in questo universo e il risultato della visione che ne abbiamo è il frutto dell’incontro tra quello che il mondo ci segnala come organismi e quello che noi come organismi riusciamo ad estrarre da questi segnali. Il mondo non lo scopriamo e non lo inventiamo, lo disegniamo a partire dai dati che ci offre, che al contempo facilitano alcune interpretazioni e ne vincolano altre. In questo c’è molto realismo ma anche molta costruzione. Per questo lo vedo come un approccio di tipo kantiano.

 

Nel 1999 è uscito il suo libro Philosophy and Compunting che si rivolge a due diversi studenti di Filosofia. Quale voleva essere lo scopo di quel testo?

È un libro ‘antico’, molto datato nella parte che fa riferimento alle tecnologie di circa venticinque anni fa. Era un’introduzione ai concetti elementari dell’informatica per chi, provenendo da studi di filosofia, volesse informarsi su quello che stava accadendo; parla, infatti, di internet come di una novità, della posta elettronica come di un sistema che dovremmo utilizzare tutti e più spesso…quindi è un libro antesignano ma ormai vecchio. È uscito in un periodo in cui non c’era Google, non esisteva Amazon, non c’erano i Social Media…un buon libro a suo tempo che ha aperto la strada alla filosofia dell’informazione e alla filosofia informatica.

 

Leggendo di lei si inciampa sempre sulla parola “computazione”. Perché questo concetto è così importante per le sue ricerche?

Il concetto di computazione è importante perché è la controparte dinamica e procedurale del concetto di informazione. Oggi si tende a mettere più in luce il concetto di informazione piuttosto che quello di computazione, quindi si dà più risalto alle cose rispetto ai processi, eppure in alcuni contesti io preferisco una metafisica dei processi (del divenire) piuttosto che una metafisica delle cose (dell’essere), quindi mi trovo spesso tra due fuochi.

Il concetto di computazione ha aiutato ad aprire la pista al mondo della teoria dell’informazione, dell’informatica, dell’intelligenza artificiale ecc. Se ne parla in maniera diversa, in alcuni casi in modo tecnico – ad esempio in termini di macchine di Turing o di sistemi a transizione di stati – e in altri anche in modo molto più semplice e blando, per esempio nella filosofia della mente, dove il concetto di computazione è spesso molto inclusivo, diciamo Hobbesiano (thinking is reckoning).

Bisogna pertanto fare molta attenzione perché questi sono concetti molto potenti che danno l’impressione, dapprima, di spiegare tutto, di definire tutto, non capendo che così si rischia di fare di tutta l’erba un unico grande fascio, di finire, come diceva Hegel in una “notte in cui tutte le vacche sono nere”. Hegel aveva ragione, perché se si utilizzano concetti come quelli di computazione e informazione senza rigore, essi sono così potenti che poi si rischia di perdere tutte le distinzioni, quindi tutto sembra uguale a tutto e quando tutto sembra uguale a tutto, tutto può diventare qualunque cosa e così pensiamo di essere liberi di rimettere le cose come pare a noi. In filosofia ci sono colleghi colpevoli di questa operazione e qual è alla fine il loro trucco? Far credere che tutto sia uguale a tutto così ognuno può dire quello che vuole.

Il problema della filosofia è che vuole superare i limiti senza rispettarli e non funziona così: bisogna ‘spostare’ i limiti mentre li si rispetta, innovare senza imbrogliare, è un difficile lavoro di equilibrio.

 

Nel Nord Europa la filosofia è utilizzata anche nelle aziende come pratica di consulenza. In Italia la filosofia è bistrattata e difficilmente entra in azienda. Perché, secondo lei, vi è questa radicata convinzione che la filosofia sia inutile?

In larga parte è colpa della filosofia. La filosofia si è messa in un angolo, si è autodichiarata inutile e poi si lamenta del fatto che sia presa come inutile… o una cosa o l’altra.

I nostri storici della filosofia continuano a dire che tutto quello che c’è da fare nella filosofia è la sua storia. Ma in questo modo non possono pretendere di essere presi sul serio da tutti quelli che non fanno storia delle idee; così come i filosofi analitici, quando insistono a dire che la filosofia è la rimozione di problemi o lo studio di astruse costruzioni concettuali: è come se stessero dicendo “noi vogliamo chiudere questo negozio”, “vogliamo essere lasciati in pace con il nostro ‘gioco delle perle di vetro’” e una volta che ci sono riusciti il negozio rimane ovviamente chiuso, nessuno gioca con loro quindi non si possono lamentare se nessuno si cura più della filosofia. La filosofia non è uccisa, si suicida.

Ecco che allora dallo storico che fa solo filologia del sapere e dall’analitico che individua solo i problemi come pseudo problemi o si impegna in analisi linguistiche normalmente di tipo indoeuropeo o in altri arabeschi logici di nessuna rilevanza, e dal filosofo continentale che dice cose senza senso pensando che togliere senso alle cose sia il suo compito… da tutto ciò si ricava una filosofia inutile, che bisognerebbe archiviare. Sono io il primo a suggerire di chiudere questi dipartimenti di filosofia, perché se questa è la filosofia che producono sono inutili anzi deleteri. Hume allora aveva ragione, questa filosofia è buona solo per il caminetto.

Per fortuna, però, tutti noi nasciamo con l’idea che la filosofia serva a qualcosa. La consapevolezza che il mondo abbia sempre bisogno di buona filosofia per dare senso e forma alle cose e agli eventi si rinnova di generazione in generazione, quindi la filosofia non muore mai, non perché non riusciamo ad ucciderla, ma perché la gente muore e per fortuna le nuove generazioni rinascono con la sana e corretta idea che la filosofia è il sale della vita, è quello che ci rende umani e unici su questo pianeta.

Tutto ciò avviene perché abbiamo perso il contatto con il mondo contemporaneo. La cattiva filosofia si disinteressa di problemi attuali. Se si occupasse di cosa significa fare politica oggi nella società dell’informazione, cos’è l’etica nell’era della vita onlife, che cos’è la conoscenza nell’era dei big data e degli algoritmi, dove sta andando la scienza quando questa oggi è dominata da grandi gruppi di ricerca… sarebbe una filosofia del nostro tempo. Ci sono mille problemi da affrontare, e quando la filosofia non li affronta, e viene meno alla sua chiamata, giustamente non viene presa sul serio.

Non ne farei un problema di società ma di autogestione: se i filosofi uscissero più spesso dai loro studi e guardassero di più al mondo che sta mutando tornerebbero a fare filosofia come è sempre stata fatta, perché tutti i grandi filosofi sono stati filosofi del loro tempo: Socrate, Platone, Aristotle, Agostino, Tommaso, Cartesio, Spinoza, Locke, Hume, Leibniz, Kant, Hegel, Russell, Wittgenstein, Husserl, Heidegger … dialogavano con il loro tempo. Il filosofo o è un filosofo del suo tempo o non è. Finché la filosofia rimarrà insegnata solo storicamente, analiticamente, o decostruttivamente la si può abbandonare al suo destino di irrilevanza.

 

Consiglierebbe ad un giovane di studiare Filosofia all’università?

No. A chi è interessato a ‘fare’ filosofia consiglierei di laurearsi in una scienza seria e poi di fare filosofia. Quindi di studiare informatica, neuroscienza, matematica, economia, sociologia, fisica, geografia, biologia,… cioè una scienza che gli permetta di avere un serio bagaglio di conoscenze e di mantenere la filosofia come sapere, e magari fare la laurea biennale in filosofia dopo; partire, quindi, col piede giusto con una laurea triennale che fornisca subito un’àncora col mondo attuale, perché in Italia se si comincia con la filosofia che ci insegna la ‘storia della storiografia storiografica’ si può dire addio alla riflessione attuale. Dopo un percorso di 3+2+3 anni con laurea, master e dottorato si rischia di diventare esperti su Michelangelo Fardella (disclosure: sono io l’autore della voce su Fardella per la Routledge Encyclopedia of Philosophy). Perché è questo che si studia al dottorato, con la giustificazione “non se ne è mai occupato nessuno” (ed io risponderei: “eh beh c’era una ragione per cui nessuno se ne era mai occupato!”).

Una filosofia fatta sui problemi di oggi questo è quello di cui c’è un bisogno estremo. E la domanda c’è. Non è un caso se Google viene a cercare un filosofo per affrontare i suoi problemi etici (https://www.google.com/advisorycouncil/#bio-floridi): il mondo non sa dove sbattere la testa e per questo si rivolge alla filosofia, che ha il dovere di impegnarsi. La filosofia deve essere pronta ad affrontare il mondo contemporaneo. Come diceva Pasteur, la fortuna aiuta solo le menti preparate.

 

Ringraziamo il Professore Floridi per avere accettato il nostro invito e per averci fatto capire che la Filosofia deve generare azioni e non solo parole.

 

Valeria Genova

 

[Immagine di proprietà del Prof. Luciano Floridi]

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