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Scrittura e oralità ai tempi dell’intelligenza artificiale

La scrittura è considerata una delle invenzioni più rivoluzionarie del genere umano. Apparsa in Mesopotamia circa 5500 anni fa, la sua nascita è attribuibile ai Sumeri i quali, avendo la necessità di trovare un modo per registrare la contabilità delle merci attraverso dei segni decifrabili, stabilirono i primi elementi convenzionali di comunicazione. Per questo, la forma sumerica è detta pittografica a differenza di quella ideografica, di cui un esempio sono i geroglifici egiziani, e di quella fonetica che, per mano dei Fenici e dei Greci, ha messo in relazione segno-suono, scrittura e oralità dando così origine all’alfabeto. La scrittura si è evoluta quindi in base all’evoluzione dei bisogni e degli scopi dell’essere umano, diventando anche uno strumento per narrare fatti, trasmettere credenze, documentare il reale e fare filosofia. 

Se questa è, a grandi linee, la storia della nascita della scrittura, quale sviluppo possiamo invece ipotizzare considerando il suo rapporto con l’intelligenza artificiale (IA)? 

L’innovazione tecnologica nel campo dell’IA e l’uso di software basati su modelli linguistici generativi, come ChatGPT di OpenAI, stanno apportando un cambiamento epocale che si riflette anche su alcune funzioni ritenute finora peculiari e specifiche dell’essere umano, come appunto la scrittura. Se la scrittura manuale con penna e foglio è sempre meno utilizzata, tanto da incidere sull’aumento dei casi di disgrafia negli ultimi dieci anni1, ad aggravare ulteriormente tale fenomeno è anche la percezione a livello sociale che mette in discussione l’utilità stessa del gesto fisico della scrittura. 

Se chiediamo direttamente a ChatGPT un commento al riguardo, il sistema di IA ci propone due interessanti risposte: scrivere sarà sempre più una scelta, non una necessità e l’oralità tornerà centrale, ma non sostituirà la scrittura. Ma che tipo di oralità?

Platone è considerato uno dei filosofi greci che ha più dibattuto sul rapporto tra scrittura e oralità, prendendo posizioni critiche rispetto alla prima perché essa in sostanza non favorirebbe in maniera opportuna un’indagine filosofica sulle essenze intelligibili. A differenza della prassi dialogica, la scrittura non faciliterebbe la vera comprensione dei contenuti esposti perché non permetterebbe di attivare un’interrogazione fatta di domande indirizzate alla continua ricerca di senso, compito questo che vediamo affidato al ti estì (“che cos’è?”) socratico. Inoltre, indebolirebbe la funzione mnemonica umana, cioè quella di richiamare alla mente ciò che si è già appreso. Aspetto quest’ultimo rimarcato anche nella risposta data dal re Thamus a Theuth:

«[…] la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti» (Platone, Fedro, Bompiani, Milano 2000, 274c – 275b). 

L’aspetto più controverso della scrittura, secondo Platone, sarebbe quello di dare al lettore l’illusione della conoscenza, alimentando così la nascita delle opinioni (dóxa), a differenza della conoscenza vera e certa (epistéme), l’unica che avvicinerebbe l’uomo al mondo delle idee. Se quindi per Platone la scrittura aveva dei limiti intrinseci e strutturali risolti in parte dal dialogo, oggi questi sembrano essersi trasferiti nell’interazione “orale” che abbiamo quando cerchiamo informazioni usando, ad esempio, ChatGPT, perché ci rapportiamo ad esso come se avessimo un interlocutore fisico davanti a noi in grado di cogliere anche le nostre intuizioni. 

Quando ChatGPT afferma, invece, che la scrittura sarà una scelta, come dovremmo interpretare questo tipo di risposta? Che significato assume il termine “scelta”?

Questa potrebbe forse riguardare la delega di due aspetti del processo: da un lato la produzione del testo, dall’altro quella della scelta dei contenuti e della forma di tale testo. Se la prima opzione potrebbe non essere in sé un problema, perché l’IA si limiterebbe a essere un puro strumento che realizza i nostri intenti comunicativi, c’è da chiedersi, però, se affidargli l’atto stesso di scrivere non possa portare, alla lunga, anche alla delega del contenuto che vogliamo veicolare, impattando di conseguenza anche sul rapporto tra scrittura, creatività e autenticità. 

Con la scrittura noi umani esprimiamo anche noi stessi e proviamo a raccontare e comprendere il legame che abbiamo con il reale. Per questo, e senza voler demonizzare l’IA, è necessario non perdere di vista questo aspetto fondamentale: che entrambi siamo nel mondo, ma a noi serve di più esserci con consapevolezza e autonomia di pensiero critico.

 

NOTE
1. Dati report dell’Osservatorio carta, penna e digitale.
[Photo credit Unseen Studio via Unsplash.com]

Marica Notte

Marica Notte

attenta e distratta, paziente, meditativa

Sono nata in Molise nel 1987 e dal 2006 vivo nella Capitale d’Italia. Ho una Laurea Magistrale in Filosofia (Università Sapienza di Roma) ma non so se posso dirmi filosofa. Forse sì, perché di ogni cosa ne faccio una domanda. Dopo tre anni di borsa di studio ed esperienze varie, attualmente sono assegnista di ricerca […]

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