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Pasolini e Bergson: morale dell’aspirazione e inautenticità della borghesia

«Se la parola di un grande mistico, o di qualcuno dei suoi imitatori, trova un’eco in uno di noi, non è  perché in noi può esserci un mistico che sonnecchia e che attende soltanto un’occasione per risvegliarsi» (H. Bergson, Le due fonti della morale e della religione, Edizioni di Comunità, Milano 1998, p. 71).

Quante volte ci ritroviamo immobilizzati nella routine, vivendo una vita che ci rappresenta solo in  parte, senza riuscire a raggiungere in autonomia la consapevolezza di ciò che ci appartiene davvero?  

In Teorema di Pasolini, Ospite, incarnazione di una figura divina, porta con sé una rivelazione legata all’esistenza di ciascuno dei membri della famiglia borghese di Milano nella quale entra a far parte per un breve lasso di  tempo: un passaggio fugace ma sufficiente nel concedere loro un dono che comprometterà  definitivamente quanto pensano di se stessi, del proprio ruolo sociale e della propria sessualità. L’ultima sequenza mostra il padre, figura emblematica della borghesia imprenditoriale, che, dopo  aver donato la fabbrica agli operai, vaga nudo nel deserto lanciando un grido disperato. 

La chiave di lettura del film si trova nella definizione dello stesso Pasolini: Teorema è un “referto”, il  rapporto di un esperimento di laboratorio dedicato allo studio del comportamento umano. Ciascun personaggio attraversa una crisi del comportamento, espressione coniata dall’antropologo Ernesto De Martino nel descrivere situazioni in cui i soggetti non sono più in grado di orientare il proprio agire entro un orizzonte simbolico condiviso e che comportano ciò che, sempre De Martino, definisce nei termini di crisi della presenza: situazioni-limite – come l’irruzione di Ospite – in cui  l’individuo rischia di smarrire il proprio equilibrio esistenziale, arginate ricorrendo a dispositivi religiosi e rituali in grado di ristabilire un ordine e una continuità del senso1.
In Teorema è innanzitutto Odetta, la figlia, a sperimentare questo smarrimento, ma tutti gli altri membri della famiglia finiscono per esserne travolti.  

Un mutamento che, filosoficamente, richiama il salto, tracciato da Henri Bergson nella sua celebre opera Le due fonti della morale e della religionedalla morale dell’obbligazione o pressione – un  benessere “senza scosse”, un coeso di abitudini rispondenti alle esigenze della comunità, che ben  rappresenta una “vita borghese” desiderosa di conservare se stessa, al riparo da sorprese – alla morale  dell’aspirazione fondata, invece, sul sentimento di un progresso sostenuto dall’entusiasmo di un cammino in avanti2. La seconda, è sì morale ma anche religiosa: nasce, infatti, dalla forza dell’esempio e introduce nel mondo un altro modo di rapportarsi agli altri, quello della carità, che non si fonda più su obblighi ma sull’attrazione esercitata da figure quali profeti, eroi religiosi, individui in grado di risvegliare – attraverso un’emozione creatrice – un’aspirazione sopita. Il linguaggio di questi fondatori – di cui dei quali Ospite ci fornisce un emblematico caso – traduce in  rappresentazioni l’emozione di un animo che si libera dalla chiusura naturale della società.  

Il passaggio dalla società chiusa alla società aperta coincide con un ritorno a quella che Bergson chiama Natura Naturante, la vita concepita come processo creativo in atto; restare nella società chiusa significa, invece, rimanere ancorati alla Natura Naturata, alla vita stabilizzata nelle forme già fatte. Queste figure toccano la vita degli altri, suscitando un’emozione che si accorda con la loro e  permettendo un progresso altrimenti impensabile.  

La prima esperienza che tali individui suscitano in coloro che ne vengono toccati è infatti un senso di  liberazione: ciò che normalmente attrae le persone – benessere materiale, piaceri, sicurezza – perde improvvisamente importanza. Il distacco da questi elementi non è vissuto come una perdita dolorosa, ma come sollievo e, talvolta, come una forma di gioia.
Analogo esito liberatorio non è, però, prodotto dall’incontro con Ospite che, al contrario, rovescia questo schema con un esito destabilizzante – potremmo dire apocalittico –: espone l’incapacità dei membri della famiglia borghese di sostenere tale apertura. Il sacro, entrando in contatto con la borghesia, esplicita integralmente l’inautenticità della sua esistenza. Di fatto, l’unico personaggio in grado di ristabilire un legame con la propria terra, con le proprie origini rurali e, in ultimo, con il sacro è la domestica che, una volta fatto ritorno al paese d’origine, viene santificata.  

Nonostante la volontà di costruire una realtà rassicurante fatta di certezze e abitudini, mettere in discussione ciò che diamo per scontato – che per noi ha assunto le sembianze di una “legge di natura” – è la chiave per aprire la strada a possibilità esistenziali autentiche. Non perché la natura abbia sbagliato a legarci alla vita e ai suoi bisogni, ma perché, a un certo punto, per andare oltre – per “mettersi in viaggio” – ciò che prima era utile diviene un bagaglio eccessivamente ingombrante.

 

NOTE
1. Cfr. E. De Martino, La fine del mondo, Einaudi, Torino 2019.
2. Cfr. H. Bergson, Le due fonti della morale e della religione, Edizioni di Comunità, Milano 1998.
[Photo credit: fermo immagine tratto dal film]

 

Eleonora Costi
Attuale studentessa magistrale in Scienze Filosofiche, si è laureata a novembre 2025 con una tesi sul Doppio standard morale e la sua legittimazione culturale. Oltre a occuparsi di filosofia morale e del suo imprescindibile legame con la quotidianità, approfondisce la relazione tra cinema e filosofia, esplorando come quest’ultima possa aiutarci a comprendere perché i film non siano mai soltanto film, ma autentiche chiavi di lettura del mondo.

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