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Meraviglia e IA: è possibile trasformare la nostra capacità di stupirci?

La meraviglia, potremmo dire, sta al mondo come il mondo sta alla meraviglia. La meraviglia, potremmo dire, sta all’essere umano come l’essere umano sta alla meraviglia. Se esiste una sorta di relazione simbiotica tra la meraviglia e noi, è perché, come osserva Jeanne Hersch, «l’uomo è una creatura incarnata» (J. Hersch, Essere e forma, Mondadori, Milano 2006, p. 34) e attraverso la carne entriamo in relazione immediata con il mondo. Il corpo, in quanto fonte primaria di percezione e di stimoli, promuove quei processi alla base della curiosità. Lo stupore di fronte ai fenomeni ed elementi naturali ha reso possibile una vera e propria rivoluzione gnoseologica, poiché dando avvio all’indagine sui principi primi delle cose ha fatto entrare nel mondo la filosofia. Infatti, come osserva Aristotele, «tutti gli uomini per natura tendono al sapere» (Metafisica, A, 1, 980a) e inoltre «gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia» (Metafisica, A, 2, 982b12).

Hersch insiste sul ruolo fondamentale della meraviglia nella nascita del pensiero filosofico, infatti osserva che si tratta di «un’esperienza, questa, che può essere di ognuno, non solo del filosofo, ma che nel filosofo è forse più radicale» (J. Hersch, Storia della filosofia come stupore, Mondadori, Milano 2002, p. 2). Questo perché filosofare significa mantenere vivo l’atteggiamento di accoglienza per nuove visioni del mondo. La meraviglia è un’emozione epistemica ed estetica, è il fondamento che può stimolare la ricerca sulle scoperte accidentali, che può avviare un movimento dialettico verso la conoscenza. Essa rappresenta un punto di partenza necessario affinché l’esperienza sensibile si trasformi in interrogazione sul reale, in costruzione del pensiero critico. Stupirsi dinanzi alle cose è, dunque, la prima manifestazione di uno spirito filosofico universale, che si mantiene vivo tenendo cara alla ragione la domanda socratica per eccellenza: che cos’è (ti estί)? Sostare, quindi, costantemente nella domanda. Stupore e meraviglia rappresentano dunque un atteggiamento vitale, quasi esistenziale, orientato a coltivare la curiosità e la conoscenza.

Date queste premesse, e considerando il contesto tecnologico in cui siamo immersi, possiamo chiederci se l’intelligenza artificiale generativa stia ridefinendo anche il nostro rapporto con la meraviglia. Non si tratta soltanto di un cambiamento negli strumenti della conoscenza, ma di una trasformazione delle condizioni stesse che la rendono possibile.

Per la prima volta nella storia, infatti, l’essere umano si trova di fronte a dispositivi che, per certi versi, tentano di simulare l’umano. A differenza delle tecnologie precedenti, come i motori di ricerca, che si limitano a indirizzare l’utente verso diverse fonti senza accompagnarlo nel processo di elaborazione, le IA contemporanee modificano il nostro modo di rapportarci alle cose. L’intelligenza artificiale diventa sempre più il luogo in cui non solo cerchiamo risposte già pronte, ma diamo forma alle nostre stesse domande, come se fosse un generatore e un ordinatore del pensiero. La meraviglia, però, nasce quando il mondo ci sorprende e ci chiede di sostare nel pensiero, alimentando il piacere di una scoperta spontanea. Allora, è opportuno domandarci  se la meraviglia può essere simulata, se può entrare nel dominio dell’artificiale? Un uso costante delle IA non rischia forse di trasformare lo stupore in un semplice gioco di aspettative, consumando lo slancio originario del domandare?

Se lo utilizziamo come un dispositivo che anticipa ogni risposta, colmando immediatamente ogni vuoto, rischia di ridurre lo spazio naturale della meraviglia, trasformando la domanda in un gesto automatico e la conoscenza in un consumo rapido incapace di maturare in noi. Laddove tutto appare già spiegato, accessibile e prevedibile, viene meno quella frattura originaria tra noi e il mondo, viene meno il significato stesso del meravigliarsi cioè guardare e sentire con attenzione, partecipare con la nostra complessità agli accadimenti del mondo. Nell’articolo 53 de Le passioni dell’anima (1649), Cartesio osserva che la meraviglia è la prima di tutte le passioni, poiché «la sua forza dipende da due cose, cioè, dalla novità, e dal fatto che il movimento che essa produce, ha fin dall’inizio tutta la sua forza» (Cartesio, Le passioni dell’anima, Bompiani, Milano 2003, p. 223). La meraviglia è all’origine delle passioni umane ed è condizione necessaria della conoscenza, forse anche per questo allora vale la pena di continuare a coltivarla, senza ridurla a un prompt. Conoscere, infatti, significa anche ricordare. Apprendere attraverso la meraviglia vuol dire formare dei ricordi: ricordi che servono anche a interpretare ciò che si presenta per la prima volta ai nostri occhi. E i ricordi, così come la meraviglia, abitano in un mondo che, per ora, ha ancora poco di artificiale.

 

NOTE
[Photo credit Chris Burgett via unsplash.com]

Marica Notte

Marica Notte

attenta e distratta, paziente, meditativa

Sono nata in Molise nel 1987 e dal 2006 vivo nella Capitale d’Italia. Ho una Laurea Magistrale in Filosofia (Università Sapienza di Roma) ma non so se posso dirmi filosofa. Forse sì, perché di ogni cosa ne faccio una domanda. Dopo tre anni di borsa di studio ed esperienze varie, attualmente sono assegnista di ricerca […]

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