Il rapporto tra fede, ragione e morale ha segnato in modo indelebile la storia del pensiero occidentale, oscillando per secoli tra tentativi di dialogo e fratture insanabili. La domanda cruciale che emerge da questo dibattito millenario resta attuale: la fede può davvero conciliarsi con la legge morale e la logica razionale, o non ne rappresenta invece necessariamente una radicale, scandalosa sospensione?
Cercheremo di scoprirlo addentrandoci nel pensiero di Søren Kierkegaard, che nella sua opera capitale Timore e Tremore (1843) trasforma questo conflitto teorico in uno scandalo esistenziale, introducendo magistralmente il concetto di angoscia come esperienza umana fondamentale. Per il filosofo danese, infatti, l’essere umano si scopre gettato nell’abisso del vuoto esistenziale, e solo nella fede – intesa come salto cieco nell’ignoto – può trovare la forza per trascenderlo.
Timore e tremore, riconosciuto come uno dei testi principali di Kierkegaard, affronta con intensità drammatica uno degli episodi più sconvolgenti dell’intero testo biblico: il sacrificio richiesto da Dio al patriarca Abramo del suo unico figlio Isacco. Si tratta di un’opera filosofica di straordinaria potenza non solo perché offre una delle visioni più penetranti su cosa sia la fede autentica in relazione alla ragione umana e alla morale, ma anche perché costituisce un’analisi esistenziale profondissima sul valore eterno di questo sacrificio mancato, sulle conseguenze devastanti che esso comportò, sull’indicibile angoscia che tale scelta generò nell’animo del protagonista e soprattutto sull’inaudito paradosso per cui l’individuo singolo, riesce misteriosamente a collocarsi al di sopra del generale, accedendo così a una dimensione di rapporto immediato con l’Assoluto. Scrive Kierkegaard: «La fede è infatti quel paradosso per cui l’Individuo è al di sopra del Generale» (S. Kierkegaard, Timore e Tremore, Mondadori, Milano 2016, pag. 65).
Nel tessuto dell’opera, il sentimento religioso emerge in tutta la sua primordiale grandezza attraverso due concetti cardine. Il primo risiede nell’assoluta libertà di scelta dell’essere umano; il secondo nella lacerante angoscia esistenziale che inevitabilmente scaturisce da questa libertà. Abramo fu chiamato a compiere una scelta tragica e umanamente incomprensibile. Chi conosce il racconto biblico sa che Isacco rappresenta un dono di Dio, un miracolo giunto quando Abramo e Sara avevano perduto ogni speranza di procreare. Ecco la grazia divina, nella sua forma più pura, che offre al patriarca la gioia smisurata di un figlio, promesso come capostipite di una numerosa discendenza. Quando Dio ordina ad Abramo di sacrificare Isacco sul monte Moriah, il patriarca obbedisce senza esitazioni. Solo l’intervento di un angelo fermerà la mano armata di pugnale un istante prima che il colpo fatale raggiunga il figlio.
Questa vicenda viene spesso liquidata facilmente tanto dagli atei, quanto dai credenti, ma Kierkegaard ne svela il vero significato: «Dal punto di vista morale, la condotta di Abramo si esprime dicendo che egli volle uccidere Isacco; e dal punto di vista religioso, dicendo che egli volle sacrificarlo» (ivi, p. 31). Qui si consuma lo strappo insanabile: omicida mancato o figlio prediletto di Dio? L’etica universale lo condanna senza remissione. Eppure Kierkegaard guarda a quel gesto con ammirazione tremante, pur confessando la propria incapacità di emularlo. Con la ragione si può pensare Dio come un concetto astratto, ma non credere in Lui: Dio eccede ogni categoria razionale ed etica. Questa dimensione appartiene esclusivamente alla fede. Dio non fonda sistemi morali precostituiti proprio perché li trascende radicalmente. Un filosofo cristiano sintetizza in due righe ciò che legioni di teologi non seppero fare in centinaia di testi.
Perché allora Abramo sfugge all’etichetta di potenziale assassino? Per Kierkegaard la risposta è categorica: dal mero punto di vista etico l’atto è intollerabile, ma la fede lo trasfigura. Affacciarsi a Dio significa gettare lo sguardo nell’abisso vertiginoso; la rassegnazione infinita, il salto nel vuoto, la solitudine cosmica sono passaggi necessari generati da quello sguardo. Timore e tremore resta un testo fondativo tanto per l’ateo che per il credente. Il primo vi scopre la natura filosofica della fede (troppo spesso mistificata); il secondo vi riconosce il meccanismo vero della scelta religiosa.
Nessuno potrebbe mai essere Abramo. Solo lui compie integralmente il movimento della fede in virtù dell’assurdo, come sottolinea Kierkegaard, consapevole che perdere Isacco equivale a perdere tutto, con l’ulteriore beffa di sopravvivere a se stesso. Qui brilla l’Individuo kierkegaardiano, che si eleva sul Generale attraverso il sacrificio esistenziale. La condizione di Abramo è di per sé abissale. Lo testimonia il fatto che dopo tre giorni di cammino, nel silenzio carico d’angoscia, alle domande di Isacco sull’ariete da sacrificare che non si vede, egli pronuncia parole eterne: «Figlio mio, Dio si provvederà da sé l’agnello per l’olocausto» (ivi, p. 144). Formula perfetta, che se fosse diversa, aggiunge Kierkegaard, getterebbe tutto in confusione.
Nessuno vorrebbe essere Abramo. Nessuno, forse, ne avrebbe la capacità. Solo un Dio può sacrificare il proprio figlio senza contraddizione. Ma Kierkegaard ci ricorda che Abramo è stato lì, spaventosamente prossimo al mistero insondabile del divino. In quel varco estremo, dove etica e ragione si infrangono, dove si consuma il paradosso supremo della fede: un uomo solo, che sfida ogni comprensione terrena per obbedire all’Assoluto. La sua solitudine è il sigillo della relazione più intima, il timore e tremore davanti al Sacro, che redime ogni assurdo.
NOTE
[Photocredit Priscilla Du Preez via Unsplash]