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La società in forma di dati. Intervista a Davide Bennato

Popsophia – Festival della filosofia del contemporaneo si è appena concluso nella sua prima edizione anconetana. Tra i tanti ospiti di grande interesse che si sono interrogati con il pubblico sul tema “Lo spettacolo del male”, abbiamo assistito all’incontro con Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche (DISUM) dell’Università di Catania. Si occupa in particolare di sociologia digitale, consumo di contenuti online e comportamenti collettivi nelle piattaforme digitali. È autore del blog Tecnoetica.it e collabora con la testata Agendadigitale.eu. Tra le sue pubblicazioni, Dizionario mediologico della guerra in Ucraina (Guerini 2023) e La società del XXI secolo. Persone dati, tecnologie (Laterza 2024).

Ecco cosa ci ha raccontato a margine del suo interessante intervento dedicato alla narrazione della guerra attraverso i media.

 

Giorgia Favero – Professor Bennato, che tipo di evoluzione ha fatto la sociologia con l’avvento del digitale? Si può dire che abbia scardinato degli assiomi fondanti della disciplina o ha influito prevalentemente sulle modalità più che sui contenuti?

Davide Bennato – La sociologia degli ultimi anni ha subito diversi importanti cambiamenti dall’avvento delle tecnologie digitali di connettività sociale, alcuni in continuità, altri in discontinuità rispetto alla sua impostazione classica.
La continuità ha riguardato essenzialmente l’orizzonte metodologico e empirico con cui la sociologia effettua le sue ricerche. Il digitale sicuramente ha provocato dei cambiamenti, che però sono stati assorbiti all’interno delle pratiche empiriche istituzionali.
La discontinuità invece sta riguardando alcuni assetti fondanti della disciplina come i suoi elementi concettuali. In particolare si sono ampliate sia lo studio delle strategie di connettività sociale, accogliendo anche le pratiche che usano la componente tecnologica, sia le istituzioni sociali, ovvero gli elementi strutturanti la società a cui – oltre a quelli classici come famiglia, scuola, gruppo dei pari eccetera – stanno entrando nuove istituzioni come la tecnologia (prima considerata appannaggio delle conseguenze sociologiche dell’economia) oppure nuove dinamiche aggregative (community online, hashtag community e così via dicendo).

 

Quali sono secondo lei le sfide più urgenti del digitale che andrebbero affrontate da un punto di vista pubblico-istituzionale e quale reale apporto positivo potrebbe dare in questo senso invece il mercato, che per sua natura è più orientato alla ricerca del profitto che del bene pubblico?

Le sfide del digitale alla vita pubblica a mio avviso sono dirette alla costituzione di nuovi diritti. Una società organizzata grazie anche alla tecnologia digitale ha bisogno di una nuova forma di cittadinanza che si esprima con un esercizio di nuovi diritti, come il diritto alla privacy, il diritto all’oblio, il diritto alla proprietà dei dati personali, il diritto alla non discriminazione algoritmica e così via dicendo.
Il mercato dal canto suo dovrebbe contribuire al cambiamento digitale valorizzando la tensione fra due forze in contrapposizione. Una è la forza centrifuga che porta alla frammentazione dei soggetti economici, ad esempio l’ecosistema delle startup o le forme di lavoro non convenzionale come i rider e i content creator. L’altra è la forza centripeta dell’aggregazione computazionale dei soggetti economici come i marketplace professionali, le app-datori di lavoro (penso a Uber o Glovo per esempio), le professionalità emergenti attribuibile all’intelligenza artificiale.

 

Grazie a internet siamo forse gli individui più informati della storia umana, eppure le informazioni che ci restituisce sono molto customizzate su di noi, su quello che già sappiamo o che si presume vogliamo sapere. Come uscire da questo paradosso?

Avendo consapevolezza di questo paradosso. Le istituzioni sociali chiamate a vegliare su questa componente secondo me sono due: la scuola e la politica.
La scuola – che io intendo come l’arco che unisce la formazione primaria alla formazione post-universitaria – dovrebbe fornire gli strumenti culturali per comprendere il contesto socio-tecnico all’interno del quale ci muoviamo come persone, cittadini, consumatori.
La politica dal canto suo è chiamata con le sue azioni a porre all’attenzione del dibattito pubblico il cambiamento sociale che la tecnologia porta con sé e sul quale è necessario un confronto pubblico che sia il più ampio possibile.

 

Lei ha affermato che con la Computational Social Science le scienze sociali stanno in un certo senso diventando “un fatto di matematica”. Che cosa significa e che vantaggi ci può portare in termini di conoscenze della natura umana e dei suoi comportamenti questo utilizzo massiccio dei dati?

La trasformazione della realtà sociale in dati – la cosiddetta datificazione – fa si che si possa intervenire con strumenti computazionali per comprendere gli schemi nascosti dei comportamenti collettivi ed eventualmente intervenire su di essi.
Per evitare che tale strumento diventi una forma di ingegneria sociale è necessario però mantenere attenzione sulla questione dei valori, ovvero quali debbano essere i principi che governano tale sapere per evitare che diventi solo un fatto tecnologico appannaggio di strumenti come gli algoritmi o altre forme di estrazione non consensuale e non negoziata di dati.
Possedere i dati di un fenomeno sociale vuol dire conoscerlo e – volendo – controllarlo. È un potere troppo grande perché non sia governato.

 

In questi giorni di Popsophia stiamo parlando del male, per Hegel “motore della storia”, e in particolare della sua estetica, la sua messa in scena fino alla sovraesposizione. Anche i social media sicuramente hanno un ruolo in tutto questo, insieme ad alcune forti tendenze della cultura di massa – cinema, serie tv, fino anche ai docufilm. Si può dire che abbiano normalizzato, finanche a volte giustificato il male?

I social media sono una forma di potere, e come tutte le forme di potere si prestano ad essere abusate.
La questione secondo me non è la normalizzazione del male, ma la sua legittimazione. Ovvero si può anche considerare “normale” un fatto come il male, è necessario che questa normalità non sia legittimata altrimenti perdiamo l’orizzonte etico che ci definisce come persone e si apre la porta a forma di male sempre più estreme.

 

In particolare durante il suo intervento ha parlato della narrazione della guerra attraverso i social media ma anche i mezzi tradizionali. Le guerre non sono mai finite, ma forse per la prima volta dopo tanto tempo – a causa anche della vicinanza geografica con l’Europa – stanno avendo una copertura e risvegliando un interesse più deciso. Com’è cambiata quindi la narrazione della guerra? Si può dire che ne siamo più interessati anche per il modo con cui la si racconta?

La narrazione della guerra prende le forme dei media dominanti un certo periodo storico: il XVIII secolo ha avuto la stampa, il XIX la radio, il XX la televisione il XXI internet. Ogni guerra ha avuto una narrazione diversa anche grazie ai vincoli tecnologici e di immaginario dei media che l’hanno raccontata e che l’hanno spesso orientata.
La novità delle guerre nell’epoca di internet è che tutti noi a diverso titolo siamo coinvolti nella narrazione bellica; pertanto, da spettatori siamo – mutatis mutandis – diventati attori del fatto bellico. È questo che ha reso le guerre contemporanee sociologicamente interessanti e moralmente ambigue.

 

Grazie a Davide Bennato e a Popsophia!

 

 

[Photo credit Popsophia]

Giorgia Favero

plant lover, ambientalista, perennemente insoddisfatta

Vivo in provincia di Treviso insieme alle mie bellissime piante e mi nutro quotidianamente di ecologia, disillusioni e musical. Sono una pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti del Veneto, lavoro nell’ambito dell’editoria e della comunicazione digitale tra social media management e ufficio stampa. Mi sono formata al Politecnico di Milano e all’Università Ca’ Foscari Venezia in […]

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