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I muri in pietra a secco come medietas tra uomo e natura

In una serie di xilografie l’artista Remo Wolf (1912-2009) raffigura alcuni muretti a secco campestri, in cui l’elemento murario è al centro della rappresentazione, in un gioco di ombre ottenuto dal contrasto tra bianco e nero. Uno degli aspetti che emerge è la compresenza della componente antropica – il muro – e della componente naturale, costituita dalle piante che occupano gli interstizi fra i sassi. Nonostante nelle incisioni la figura umana non compaia, la sua presenza si manifesta nelle differenti tecniche costruttive dei manufatti, mentre la fatica del lavoro promana dalla pesantezza dei massi, disposti da anonime mani contadine. L’elemento vegetale ha un ruolo rilevante nelle immagini, che disvelano la biodiversità tra gli anfratti delle pietre, dove crescono arbusti, muschi, radici e piante rampicanti.

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Attraverso l’alternanza di chiaro e scuro, che intreccia le linee del manufatto e della natura, le xilografie di Wolf invitano a riflettere su valori e funzioni dei muretti in sassi nel paesaggio alpino. D’altra parte, quando si percorrono i sentieri di media montagna, capita di imbattersi in vecchi muri in pietra a secco, che marcano i terreni agricoli, corrono lungo i viottoli di campagna, sostengono i terrazzamenti. Succede di incontrarli anche quando attraversiamo un bosco o siamo in alta quota, e, nel loro stato di abbandono, testimoniano fin dove l’uomo si è spinto per ottenere spazi coltivabili. Sembrano opere d’arte incastonate nel paesaggio alpestre e la loro bellezza risiede nella capacità di evocare un equilibrio fra uomo e natura, tra attività antropiche e ambienti naturali. Eppure, le opere in pietra a secco sono state create principalmente per addolcire i versanti alpini, utilizzando materiale da costruzione trovato in loco, per dissodare terreni agricoli e per riempire pance di gente povera e affamata. 

Come suggerisce Mauro Varotto1, nel contesto paesaggistico i muri a secco dei terrazzamenti montani rappresentano una medietas ambientale, ossia una medietà in cui natura e presenza dell’uomo coesistono in modo armonioso, salvaguardando equilibri idrogeologici, ecologici e produttivi. Appaiono come cerniere relazionali, corridoi di biodiversità interposti tra sistemi diversi e contigui, come il bosco e il campo coltivato. Sono elementi permeabili che segnalano corrispondenze e sovrapposizioni fra cultura contadina e spazio montano. Oltre a ciò, i muri a secco sono elementi di mediazione e cooperazione sociale, poiché non sono mai il frutto del lavoro di un singolo, ma di una comunità che abita e si prende cura di un determinato luogo. Sono beni comuni spesso anche quando sono collocati all’interno di proprietà private, e raccontano una storia di saperi costruttivi tramandati da padre a figlio. 

Quando si affronta il tema della medietà da un punto di vista filosofico, viene in mente che gli antichi greci facevano coincidere la virtù dell’individuo con la ricerca della giusta misura (mesotes) tra gli eccessi. Nell’Etica Nicomachea per Aristotele la virtù consisteva nella disposizione costante a individuare il giusto mezzo tra due estremi. Per quanto la mesotes della virtù antica appartenga a un ambito differente dalla medietas dei muri a secco, risulta interessante notare che il termine greco aretè (ἀρετή, virtù) «deriva dalla radice indoeuropea ar, da cui il latino ars che indica l’abilità a costruire e, più estesamente, l’inventare, il creare. Da qui la parola corrente artigiano, vale a dire colui che possiede una certa maestria – tecnica e insieme creativa» (S. Natoli, Il posto dell’uomo nel mondo, 2022). Dalla radice ar hanno origine altre parole, che richiamano la capacità di mettere insieme, congiungere e armonizzare. Successivamente l’aretè «ha acquisito uno statuto morale: da abilità pratica si è venuta mano a mano disegnando come pratica finalizzata al perseguimento del proprio perfezionamento: da abilità a costruire ad abilità a edificare la vita» (ivi). 

Se da un lato nella parola aretè si trova un nesso fra abilità costruttiva e virtù come disposizione individuale a perseguire il giusto mezzo, dall’altro lato nei muri in pietra a secco e nei terrazzamenti montani si manifesta la capacità di intervenire sull’ambiente a fini produttivi in equilibrio e armonia con la natura. Le abilità nel costruire sono intrinsecamente connesse al nostro modo di vivere e di abitare il mondo, perché solo se abbiamo la capacità di abitare, possiamo costruire2. L’uomo allora dà un senso al costruire solo abitando e prendendosi cura degli spazi di vita. Quando la disposizione a perseguire il giusto mezzo non riguarda l’azione del singolo, ma il modo in cui una comunità abita un territorio, allora è possibile cogliere nel paesaggio i segni tangibili della medietas, come accade nei muri a secco campestri, spazi relazionali tra attività antropica e ambiente naturale.

NOTE:
1. Cfr. M. Varotto, Montagne di mezzo. Una nuova geografia, 2020.
2. Cfr. M. Heidegger, Costruire abitare pensare, in Saggi e discorsi, 1976.

[Photo credits:
– immagine di copertina: autore
– prima xilografia: (R. Wolf, Muro a secco, 1997, Xilografia, 348×248 mm, Museo Civico delle Cappuccine, Bagnocavallo) Museo dell’incisione https://www.repertoriobagnacavallo.it/incisori/loadcard.do?id_card=161637 ;
– seconda xilografia: (R. Wolf, Muro a secco, 1997, Xilografia, 350×250 mm, Museo Civico delle Cappuccine, Bagnocavallo) Museo dell’incisione https://www.repertoriobagnacavallo.it/incisori/loadcard.do?id_card=161637 ;
– terza xilografia: (R. Wolf, Muro a secco, 1979, Xilografia, 340×500 mm, Collezione privata) autore].

Umberto Anesi

filosofia, paesaggio, ermeneutica

Laurea specialistica in Filosofia a Padova e magistrale in Sociologia a Trento, ho acquisito conoscenze e maturato esperienze nell’organizzazione e nella gestione di eventi culturali e di attività formative. Sviluppo e coordino progetti educativi e percorsi di formazione nell’ambito del governo del territorio e del paesaggio. Vivo e lavoro a Trento. Tra i principali campi di […]

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