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Elogio a Partenope

In estate a Venezia si crea quella cappa di umidità che ti si attacca addosso, sui vestiti, sulla pelle, e anche un po’ sui pensieri. Appare e se ne va, poi torna in pieno inverno per qualche attimo fugace, per sconvolgere il freddo a cui aveva involontariamente ceduto il passo. Nella canicola si riconoscevano persone e cose vaganti, si arrampicavano sui ponti al ritmo dettato dagli scalini, molti si facevano le foto con alle spalle il canale più famoso d’Italia. Superato il grande arco di acciaio, cemento e vetro, si entrava sul lato della stazione in quel momento semideserta. 

Treni fermi, allineati in attesa di un annuncio. 

Capitreno: tre, schierati a triangolo equilatero, all’ombra del primo porticato; discutevano del più e del meno, quasi sempre turni, sindacati, ritardi, scioperi.

Turisti: pochi, si facevano aria con ventagli improvvisati, cercavano di estorcere un biglietto alla macchinetta elettronica, quella che non si fa problemi a prendersi le ferie quando vuole mandando sullo schermo un avviso di indisponibilità momentanea, un momento indefinito.

Il tabellone con gli orari e le destinazioni: lui nero, perché il nero fa elegante; gli orari e le destinazioni in arancione, perché l’arancione fa contrasto al nero anche sotto il sole.

Una donna era seduta alla panchina del binario 3 dove arrivava e partiva il lungo serpente rosso per Napoli.

“Aspetti qualcuno?”

 “Il treno per tornare a casa”

“Non hai visto il tabellone? È in ritardo di centosedici minuti, si sono pure scusati per il disagio”

“Accidenti – ma l’imprecazione era un’altra – non ci avevo fatto caso”

“Napoli vero?”

“Sì”

“Il tuo accento sai, un po’ ti ha tradita”

“Anche il treno mi ha tradita”

“Già, ma se posso chiedere, una donna che torna da sola a Napoli, non sarà pericoloso?”

Mi guardò scostandosi leggermente i capelli dal viso.

“Dovevo essere ammogliata?”

“No, lo dicevo per quello che si sente dire in giro”

“E cosa si dice?”

“Che c’è la criminalità, che non si può andare in giro la sera, che ti rubano tutto appena arrivi”

“Ci mancano le sparatorie, gli inseguimenti e la terza guerra mondiale”

Sorridemmo entrambi.

Lei per aver sentito una sciocchezza, io per aver capito di averla detta.

“Ma tu ci mai stato a Napoli?”

“A dire il vero no”

“Quindi basi le tue opinioni sul sentito dire”

“In effetti… però potresti raccontarmela tu”

“Dovresti vederla, le parole non rendono bene l’idea”

Ci andai.

Alla fine misi da parte le dicerie, tappai anche gli occhi per non indovinare il labiale e ci andai. Presi quel treno, qualche tempo dopo s’intende, senza ritardo e senza lunghe attese assieme a strani personaggi annoverabili tra i seccatori di professione. Entrai in quel labirinto, perché la prima figura che mi venne in mente appena vidi Napoli fu un labirinto.

Napoli è un labirinto a ordine sparso su più piani.

Comincia, finisce, ricomincia, si interrompe, riprende altrove, ora si sviluppa verso ovest, poi inclina impercettibilmente il capo e cammina a nord-est. È un mosaico di tante cose; palazzi, case, genti, persino di pavimentazioni.

E le strade?

Le strade sono innumerevoli, molto lunghe e disposte quasi a griglia, sono griglie disegnate a seconda del tempo, dell’umore, dell’urbanista, degli abitanti stessi e dei secoli. Seguono il percorso dei palazzi, si aprono in piazze e piazzette, in alcuni punti formano fazzoletti a trapezio e spuntano panchine, un piccolo quadrato verde con un paio di alberi divenuti ormai d’asfalto. Portano ovunque e non smarriscono nessuno, ci si perde per poi ritrovarsi, ci si allontana con la consapevolezza di tornare ancora più vicini da dove si era partiti. 

Strade e vicoli, dai nomi altisonanti, dai vecchi rettangoli di pietra con la scritta ormai invisibile, con il selciato sconnesso dai crateri, dai sampietrini scomparsi.

La gente si arrangia, la battuta può salvare da una giornata di pioggia interiore. Parlano e impari i loro gesti solo se hai abbastanza curiosità per farlo. L’ Eh napoletano è come il get inglese: lo puoi mettere ovunque. Eh = sì; sono d’accordo; va bene; mi fa piacere vederti; sono a disposizione; è giusto ciò che dici; ti sto ascoltando; finalmente hai capito!

La gente di Napoli è come le sue vie.

I monumenti, le chiese, il silenzio e il frastuono.

Napoli è un contrasto, non va capito perché un contrasto non si può capire, al massimo lo si coglie e non si scarta nulla per non perdere la visione dell’insieme.

È una donna.

Un elogio dedicato a chi non c’è mai stato.

A chi pensava di non andarci mai.

 

 

Alessandro Basso

Sono nato a Treviso nel 1988, nel 2007 ho conseguito il diploma triennale in grafica multimediale e pubblicitaria all Centro di Formazione Professionale Turazza di Treviso; dopo aver lavorato alcuni anni, ma soprattutto dopo un viaggio in Australia, sono tornato sui libri e nel 2013 ho conseguito il diploma di maturità al Liceo Linguistico G. Galilei di Treviso. Attualmente sono laureando in Storia e Antropologia all’Università Ca’Foscari di Venezia.
Mi piace molto leggere, senza tuttavia avere un genere preferito; i miei interessi spaziano dalla cultura umanistica alla sociologia, e in certi ambiti anche alla geologia.

[Immagine di Alessandro Basso]

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