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Esistere senza morire? Il paradosso dell’Intelligenza Artificiale

Con il passare del tempo, l’intelligenza artificiale mostra sempre di più la sua portata totalizzante, interferendo in molti ambiti della vita e influenzando i nostri comportamenti, siano essi individuali, sociali, politici o economici. Se, da un lato, sembra essere rivestita da un’aura quasi demiurgica a cui è difficile reagire in modo da contrastarne la forza, dall’altro, invece, mostra appieno uno dei scuoi scopi: simulare il funzionamento della cognizione umana. Eppure, nonostante questa sua caratteristica intrinseca puramente operazionale, siamo portati a percepirla come un’intelligenza vivente, presente nel mondo al pari della nostra stessa presenza. Essere viventi però significa necessariamente anche essere morenti, questo perché siamo elementi biologicamente e ontologicamente regolati dalla logica degli opposti. Per questo, allora è sensato chiedersi in che senso esiste l’intelligenza artificiale, se essa non muore?

L’artificiale è qualcosa che contrappone la pienezza della sua definizione a quella che caratterizza il naturale. Ciò che è naturale nasce, viene generato secondo i meccanismi della natura (physis) ed è soggetto al continuo divenire. Esiste in un corpo, in una forma, in uno spazio e tempo determinato, e di per sé ha un limite: la finitezza. Qualsiasi essere vivente, infatti, ha un ciclo vitale destinato a concludersi secondo il principio dell’economia della specie. Per l’essere umano, però, la morte non è solamente un fenomeno da subire, ma è ciò che rende autentica la vita stessa: è stare appieno nel metafisico. Infatti, per Heidegger, «la fine del semplice-vivente è stata definita come cessare di vivere. Poiché anche l’Esserci “ha” la sua morte fisiologica quale essere vivente (non tuttavia isolata onticamente, ma condeterminata dal suo modo di essere originario), anch’esso può cessare, senza tuttavia che ciò significhi la morte in senso autentico. D’altra parte, poiché dell’Esserci come tale non si può dire che cessi semplicemente di vivere, indicheremo questo fenomeno intermedio col termine decesso. Morire varrà invece come termine per indicare il modo di essere in cui l’Esserci è per-la-sua-morte» (M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2005, pp. 296).

Quando nasciamo veniamo gettati nel mondo e diventiamo testimonianza ontologica di un atto di creazione che ci distingue dalle singole cose. L’intelligenza artificiale è di per sé una cosa che funziona, ma che non vive; che elabora, genera dati ma che non pensa perché non riconosce nel pensiero la sua soggettività. È un evento tecnologico che è nel mondo ma che non lo abita, perché si limita solo a operare in esso. Abitare, invece, significa anche non avere la possibilità di sottrarsi al fine ultimo dell’esistenza. Proprio perché non è un essere-per-la-morte, l’IA non è un soggetto esistenziale, ma è una tecnologia che riproduce le competenze umane senza farne esperienza incarnata. Il corpo, cioè la carne, è la via che permette una percezione viscerale dell’esistenza, è fonte delle nostre impressioni primarie che l’intelletto sintetizza successivamente in idee. L’esperienza corporea è, dunque, fondamentale per la percezione del mondo interiore ed esteriore.
Certo, anche alcuni artefatti artificiali hanno una dimensione corporea, di altra materia, che può essere cambiata quando non rispetta più standard di performance, così come parti del nostro corpo possono essere sostituite meccanicamente quando si rompono. Questo però non ha nulla a che vedere con il fatto di essere un essere. D’altronde, se vi chiedessero di dimostrare l’esistenza dell’intelligenza artificiale in che modo lo fareste?

Forse, il nodo della questione non è capire se l’intelligenza artificiale esista nello stesso senso in cui esiste l’essere umano, perché sarebbe un errore di antropomorfizzazione, ma comprendere, invece, che cosa significa riconoscere come esistente ciò che non è esposto alla possibilità del morire. L’intelligenza artificiale ci sta dando la possibilità di ri-pensare l’umano, senza modificare le categorie che ci definiscono, senza trovare altri modi per esprimere ciò che siamo, ma continuare a indagarci in accordo con la natura. Noi umani siamo un fenomeno biologico solo in parte esplorato dalle scienze e replicare la nostra complessità, senza che vengano posti dei limiti, ci fa correre il rischio di avere errate simulazioni che possano produrre falsa conoscenza.
Una riflessione di questo tipo può, allora, aiutare la filosofia a difendere – senza cadere in moralismi e narrazioni tecnofobe – l’essere umano da progressi tecnologici che possano indebolire l’essenza della nostra esistenza? Se l’IA viene ricondotta al piano dell’operatività, se il suo scopo viene riconvertito esclusivamente al potenziamento dell’intelligenza umana, e non alla sua sostituzione, se capiamo che è necessario umanizzare la tecnica e non tecnicizzare l’umano, allora potremmo smettere di pensarla e percepirla in termini di presenza vivente. Questo potrebbe essere un modo per scongiurare il fallimento della nostra esistenza e della nostra coscienza collettiva? Per questo dobbiamo convertire la rotta, perché «tocca a noi difendere il reale […]. Difendere il reale è la principale lotta politica del nostro tempo» (E. Sadin, Critica della ragione artificiale, Luiss University Press, Roma, p. 158).

 

NOTE
[Photo credit Igor Omilaev via unsplash.com]

Marica Notte

Marica Notte

attenta e distratta, paziente, meditativa

Sono nata in Molise nel 1987 e dal 2006 vivo nella Capitale d’Italia. Ho una Laurea Magistrale in Filosofia (Università Sapienza di Roma) ma non so se posso dirmi filosofa. Forse sì, perché di ogni cosa ne faccio una domanda. Dopo tre anni di borsa di studio ed esperienze varie, attualmente sono assegnista di ricerca […]

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