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Cosa possiamo imparare dalla narrativa? Il romanzo come fonte storica

Siamo soliti acquisire nozioni relative al passato, più o meno recente, attraverso i manuali di storia. Questa pare essere la via “istituzionale”, quella verso cui siamo stati indirizzati fin da bambini. Ma se ci fosse un metodo alternativo, in cui a unirsi sono utile e dilettevole, per arricchire il nostro bagaglio storico? 

Per esempio, leggendo Guerra e Pace di Tolstoj ci viene data la possibilità di procurarci delle conoscenze in merito all’aristocrazia russa del XIX secolo, o ancora, Per chi suona la campana, di Hemingway, potrebbe dirci qualcosa a riguardo della guerra civile che ha dilaniato la Spagna tra il 1936 e il 1939. Questi testi, oltre a essere di argomento storico, hanno però un’altra e, aggiungerei, primaria (con un’accezione più ontologica che temporale) caratteristica comune: appartengono al genere letterario del romanzo, sono quindi opere narrative, composte principalmente da proposizioni finzionali e non da locuzioni assertive.

Sorge spontaneo chiederci se un prodotto finzionale, scritto con uno scopo diverso da quello della divulgazione scientifica, possa davvero essere dotato di un valore epistemico. Questa domanda prevede una risposta, almeno in parte, affermativa; d’altronde anche gran parte della tradizione umanista ammetteva la possibilità dell’acquisizione di un qualche tipo di informazione sul mondo (passato o contemporaneo a chi scrive) derivata specificatamente dall’esperienza letteraria – Aristotele poneva il piacere di imparare all’origine dell’ars poetica e Orazio definiva la poesia dulce et utile.

Prima di chiarire il motivo per cui un’opera finzionale è in grado di assolvere una funzione didattico-cognitiva, è doveroso mettere in guardia il lettore, esplicitando la modalità operativa di uno scrittore di narrativa, la quale, senz’altro, si differenzia da quella di uno storico. Leggendo un testo narrativo possiamo acquisire un’enorme quantità di dati empirici; tuttavia, non dobbiamo essere ingenui nel considerare valida ogni asserzione che sembra comunicarci qualcosa di fattuale. Gli eventi raccontati sono modellati dall’autore, e in particolare dal punto di vista che egli sceglie di adottare. Le narrazioni di un romanzo possono essere paragonate alla finestra di una stanza dalla quale osserviamo il mondo, ma tale finestra ha un vetro opaco, popolato da figure viste non attraverso ma sul vetro. Essa, quindi, è in realtà un dipinto, frutto dell’atto intenzionale e consapevole dell’artista di rappresentare il mondo, ma non necessariamente raffigurante eventi veramente accaduti e personaggi realmente esistiti.

Allargando il concetto di fonte a ogni tipo di lascito umano del passato, è possibile considerare testimonianze storiche più o meno attendibili, anche opere appartenenti al genere della letteratura finzionale, e in questo modo, un romanzo, anche se alienato dal suo uso originario (quello della fruizione estetica), può essere analizzato in vista di una conoscenza altra. 

In un testo narrativo si possono cercare informazioni dirette su eventi storici ma un impiego di questo tipo comporta che le notizie derivate dai romanzi vengano attentamente confrontate con altra documentazione, di altra natura; tale confronto consente di verificare ciò che – in un’opera di fiction – vi è di attendibile e ciò che, invece, deriva dal puro lavoro di invenzione. Un lettore leggendo un romanzo storico si trova sicuramente stimolato a chiamare in causa le proprie conoscenze in merito a una realtà determinata e a incrementarle con le immagini formatesi in seguito a tale lettura. È possibile quindi riscontrare una sorta di ampliamento cognitivo relativamente a un dato periodo, fatto o personaggio storico. Tuttavia, le credenze derivate in questo modo si configurano come particolari immagini mentali, plasmate da specifici dispositivi linguistici e da determinate strutture di rappresentazione comuni alla narrativa finzionale, e per questo non possono raggiungere il grado di scientificità richiesto dalle testimonianze storiche.

In secondo luogo, un romanzo può essere indagato non tanto in vista della ricerca di informazioni sull’epoca in cui l’opera è ambientata, ma come prodotto culturale che riflette la mentalità, i pensieri, i problemi e i gusti del periodo storico in cui l’autore vive e scrive. L’opera, in questo modo, deve essere messa in relazione alla biografia del suo autore, al ruolo assunto rispetto ad altri testi dello stesso periodo e alla risposta dei lettori. Un romanzo può diventare quindi una fonte primaria rispetto alla storia della mentalità in quanto documentazione fondamentale e una fonte secondaria in riferimento alla storia più generale se esaminato in riferimento alle strutture sociali e agli ambienti culturali. In breve, potremmo dire che I Promessi sposi risultano storiograficamente rilevanti non tanto in relazione alla realtà storica del 1600, periodo in cui è ambientata l’opera, ma piuttosto a quella del 1800, secolo in cui visse e operò Manzoni.

Quello che sicuramente fanno i romanzi, a prescindere dal loro grado di “storicità”, è aiutarci a esercitare la nostra immaginazione, estendendola a diverse situazioni e a nuovi punti di vista, che spesso si dimostrano illuminanti. Le storie ci aiutano a pensarci come fossimo un altro e questa è una capacità umana fondamentale, indispensabile nell’esperienza estetica ed etica, e di conseguenza anche nella vita di tutti i giorni.

 

 

[Photo credit Mikolaj via Unsplash]

Chiara Frezza

entusiasta, sbadata, riflessiva

Sono Chiara e ho 26 anni. Vivo a Soligo, un piccolo paese ai piedi delle colline del Prosecco. Nel 2022 mi sono laureata in Scienze filosofiche presso l’Università degli studi di Padova specializzandomi in estetica e filosofia del linguaggio. Attualmente frequento un master in discipline pedagogiche e da poco più di due anni sono un’insegnante […]

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