Beast Games è un reality show prodotto in Nord America e trasmesso in Italia su una piattaforma streaming commerciale da dicembre 2024 a febbraio 2025. Perché dedicare tempo in una pagina di filosofia ad un programma di intrattenimento che ha cercato di unire lo stile veloce dei video YouTube, con quello intrusivo dei reality e quello accattivante dei giochi a premi, creando un ibrido di scarsa qualità artistica, ma che ciononostante ha interessato un numero impressionante di spettatori? La risposta sta esattamente in questo ultimo punto: perché è stato visto da oltre 50 milioni di spettatori nei soli primi 25 giorni di messa in onda. Non si può trascurare un evento che ha interessato decine di milioni di persone in tutto il mondo, etichettandolo superficialmente come un mero prodotto commerciale. Se ha interessato così tante persone, se ha convinto così tante teste a sceglierlo tra altre proposte di intrattenimento e se ha mosso così tante dita a premere quel preciso bottone del telecomando, è dovere dell’investigatore sociale cercare di capirne il motivo.
L’investigazione sui Beast Games deve necessariamente partire dal numero, dalla quantità, dalla matematica misura delle merci coinvolte. Questo programma televisivo ha battuto da solo, più di cinquanta record mondiali: il più grande premio in denaro (10 milioni di dollari per il vincitore), il maggior numero di concorrenti (2 mila nella preselezione e mille alla prima puntata), il maggior numero di telecamere, l’isola privata più grande regalata in un gioco a premi, solo per citarne alcuni. I premi in denaro assegnati hanno sorpassato il totale di 20 milioni di dollari, produrre la serie è costato più di 100 milioni di dollari e ha comportato, tra le altre cose, la costruzione di una cittadina fittizia denominata Beast City, in onore di Mr. Beast (Jimmy Donaldson) che è lo youtuber ventiseienne più seguito al mondo, ideatore e conduttore del programma. Numeri da capogiro, numeri urlati costantemente da Donaldson durante la conduzione dello show, a ricordare in modo martellante che l’obiettivo del gioco, lo scopo di tutte quelle prove, il fine ultimo di ogni decisione, azione, pianto, sforzo, pensiero e fatica erano i soldi: i milioni di dollari esibiti costantemente in grandi montagne di biglietti verdi, al centro della scena.
Se si ha la pazienza (e lo stomaco) di guardare tutte e 10 le puntate, si potranno trovare degli spunti di riflessione interessanti o, quantomeno, contraddittori. Innanzitutto si noterà l’alienazione dei giocatori, resi tutti uguali da delle tute blu con enormi numeri bianchi stampati, con cui essi vengono chiamati, ammoniti o incitati dal conduttore. Eppure le loro identità vengono poi furbescamente utilizzate dalla voce narrante esterna al gioco (sempre di Donaldson) che indugia in dettagli intimi dei concorrenti, tipizzati secondo degli stereotipi molto basici: l’afroamericana ribelle segnata da una vita ai margini della società, che vuole usare la vincita per creare una casa rifugio per le donne vittime di violenza; il buon padre di famiglia bianco e di mezza età, che invece vuole vincere per trovare una cura alla malattia rara del figlio; o il leader carismatico dalla lunga barba grigia che prega e invoca il Signore ogni volta che deve prendere una decisione. Stereotipi delle varie disuguaglianze sociali esistenti sul territorio americano, messe a lottare tra loro per vedere chi si arricchisce.
C’è in questo show una rappresentazione brutale del conflitto sociale, in cui le disuguaglianze sono non solo mostrate attraverso una narrazione macchiettistica, ma maneggiate, amplificate e rese il perno dell’intero gioco. I concorrenti diventano chiaramente delle pedine di un gioco ideato da qualcun altro, a volte chiamate a cooperare, altre volte messe una contro l’altra, in uno scambio continuo di ruoli teso a impedire vere alleanze. Al centro dell’inquadratura però rimane sempre Mr. Beast.
Se lo show voleva raccontare che il mondo è un covo di belve pronte ad azzannarsi pur di diventare milionarie, ma chi comanda in realtà è quello che non gioca, nei fatti non ci è riuscito. Nel mondo dietro le quinte, che va avanti anche se si spengono i riflettori, sono state sporte delle denunce contro Donaldson e Amazon, per molestie e maltrattamenti sul set. Alcuni giornalisti stanno svolgendo tutt’ora inchieste sui turni di lavoro massacranti, le norme di sicurezza non rispettate, la mancanza di cibo e di materiale igienico-sanitario adeguato1. D’altronde il diritto (e la difesa dei diritti), nasce proprio per questo: per proteggere chi non può urlare, che non sta al centro della scena, che vuole giocare, sì, ma con regole eque.
NOTE
1. Per approfondire, ad esempio: https://www.nytimes.com/2024/08/02/style/mrbeast-beast-games-competition-show.html .
[Photo credit Mackenzie marco via Unsplash.com]