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Bataille e la perdita sacra: quel che l’Occidente ha dimenticato

Secondo Bataille, la continuità tra gli esseri si rivela nella dissoluzione. Nel momento in cui i confini cedono, le essenze, che sono verità, finiscono condivise tra tutte le cose.
Stiamo qui concependo l’ostilità tra conservazione e perdita. La conservazione è l’atto che confina ed è indispensabile all’esistenza. Per esistere occorrono infatti dei riferimenti chiari e utili che permettano di agire e comunicare. Si presentano sotto la forma di nomi, di conclusioni, di direzioni, di sintesi che permettono alla coscienza di proiettarsi positivamente nel suo futuro. La perdita è invece tutto ciò che vorrebbero evitare. La perdita è infatti scioglimento di questi riferimenti, è critica e berlina dei nomi. Perdere qualcosa significa perdere una possibilità per finire trascinati di fronte alla possibilità di creare possibilità. Ma è qui che si rivela la fecondità della dissoluzione.

L’opposizione tra conservazione e perdita è la medesima che intercorre tra risparmio e dispendio. La conservazione isola, crea discontinuità. La perdita invece rimette le cose alla continuità dell’Essere. Quando perdo qualcosa impatto con l’inesorabilità del divenire. Devo allora invertire il senso che accordo alle cose: la pretesa di renderle uniche è illusoria perché esse dilagano le une nelle altre non appena distolgo lo sguardo. L’ampiezza di questa marea mi sovrasta e io incontro il sacro. Ma lo incontro in doppia forma: prima come nuova casa di quel che ho perso e poi come anticipazione di quel che un giorno anche io abiterò.

Il sacro è staccato dalla mia esperienza, sebbene coinvolga eternamente me e insieme qualsiasi altro atomo. Ad esso accedo tramite una porta, che in questo caso si materializza nel vuoto lasciato dalla cosa perduta. A tal proposito Bataille rammenta il sacrificio umano: notando che “sacrificare” significa “rendere sacro”, egli indica nel corpo dilaniato il crollo dei confini, la distribuzione dell’essenza e la manifestazione della continuità. Il sacrificio è per lui il tentativo umano di aprire una porta di comunicazione tra i due mondi, quello della conservazione e quello della perdita. Non si manifesta però solamente nell’uccisione di un vivente: si manifesta anche nella dissipazione, in quei momenti, per esempio, in cui i sovrani di civiltà passate scialacquavano le loro ricchezze per il popolo. Il minimo comune denominatore è l’apertura dell’involucro. La cosa inscatolata, conservata, accumulata, viene riaperta all’esteriore e assolta in una fine gloriosa che ha tutto lo splendore dell’alba.

Questo tipo di sacrificio è, per Bataille, uno spreco. L’essere umano, quando spreca, si avvicina a Dio. Lo spreco, la perdita, il consumo, in quanto sacrifici improduttivi (ci lasciano solo un vuoto), accennano all’eternità. Ma che dire del nostro tempo? Tutte queste parole – spreco, consumo ecc – richiamano infatti la nostra economia. Forse non è mai esistita una società più sprecona della nostra; ma allora possiamo dire che siamo una società sulle soglie del sacro?

In realtà oggi si guarda con orrore alla perdita improduttiva. Anzitutto il consumo di cui siamo fautori produce guadagni per qualcuno. Noi poi lo inseguiamo per impinguire il nostro benessere, non per rinunciarvi. Persino gli eventi sociali che più di tutti dovrebbero sprecarsi (arte, feste, guerre) sono invece commissionati, vincolati, parsimoniosi. Gli stessi ricchi del mondo – possessori di ciò che potrebbe essere dilapidato – accumulano capitale senza farlo muovere.

Se dunque un tempo lo spreco non temeva né la morte né l’immortalità, oggi è tenuto sotto stretta osservazione affinché non si sprechi nulla. Tutto è consumato in nome del profitto e nessun destino può essere inutile. La natura diventa una risorsa, gli animali un prodotto, la ricchezza un trofeo che consente di elevarsi sopra gli altri esseri umani. Il consumo è un guadagno personale, non una distribuzione collettiva.

Questo modo di orientare la consumazione produce ovunque una morte che di sacro non ha nulla. In questo senso credo che l’Occidente sia la bugia del mondo. Esso elude la continuità tra le cose perché non questiona il suo benessere. Dalla perdita agita in pubblico che svegliava le coscienze, si è infine passati a una perdita calcolata mentre dorme chi dovrebbe guardare.

Esistono soluzioni? La più diretta sarebbe un boicottaggio diretto contro i responsabili di questa trasformazione: noi stessi e le compagnie. Si deve cambiare paradigma, rivoluzionare i sentieri, costringere all’etica. Ma gradualmente si può fare altro: 1) il riciclo; si utilizza continuamente la stessa materia e si evita così di consumare ulteriormente altra natura e altra umanità; 2) il dono; l’elargizione gratuita dell’eccedente a chi ne ha bisogno affinché ritrovi la propria autonomia. Queste due soluzioni ristabiliscono il senso antico della perdita: la solidarietà tra effimeri, il sacro e il senso dell’eterno.

 

Leonardo Albano

 

[Photo credit Joshua Eckstein su unsplash.com]

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