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Perché nei conflitti ripetiamo sempre lo stesso ruolo

Capita a tutti, prima o poi, di accorgersi di qualcosa di strano dentro un litigio. Non è tanto il contenuto della discussione a colpire, quanto la sensazione di averla già vissuta altre volte, con altre persone, quasi identica nella forma. Cambiano i protagonisti e il motivo del contrasto; la struttura dell’episodio resta la stessa: qualcuno accusa, qualcuno subisce, qualcuno interviene per sistemare le cose. È un copione che si ripete più spesso di quanto ci piaccia ammettere, dentro la famiglia, sul lavoro, tra amici, e che si riconosce solo quando si è già dentro la scena.

Questo schema ha un nome preciso. Lo psichiatra statunitense Stephen Karpman lo descrisse nel 1968, in un contributo sull’analisi drammaturgica dei copioni di vita, come triangolo drammatico, individuando tre ruoli che tendono a comparire nei conflitti relazionali disfunzionali: il Persecutore, che accusa e giudica; la Vittima, che subisce e si sente impotente; il Salvatore, che interviene per risolvere senza che nessuno glielo abbia chiesto davvero. Non sono etichette fisse attribuite a una persona: sono posizioni che chiunque può occupare, anche nello stesso giorno, a seconda della situazione. Chi la mattina si è sentito vittima di un capo severo può, la sera, diventare persecutore nei confronti di un figlio che non ha eseguito un compito.

Il punto interessante non è che questi ruoli esistano, ma che ciascuno di essi generi, per chi lo occupa, un tornaconto psicologico implicito — un payoff, nella terminologia dell’Analisi Transazionale — anche quando il conflitto produce solo malessere. Il Persecutore trova conferma della propria ragione. La Vittima ottiene attenzione e viene sollevata dalla responsabilità di agire. Il Salvatore si sente utile e necessario, anche quando il suo intervento non è stato richiesto. Ian Stewart e Vann Joines, nel loro L’analisi transazionale (Garzanti 2000) illustrano come queste dinamiche si inseriscano nei giochi psicologici e nei copioni di vita: non li scegliamo consapevolmente: li ripetiamo perché confermano modalità relazionali apprese e procurano, al tempo stesso, un tornaconto, anche a un costo relazionale alto.

Riconoscere questo meccanismo mentre accade è più difficile di quanto sembri, perché il triangolo tende ad attivarsi con grande rapidità. Uno dei segnali più utili per accorgersene è un’emozione ricorrente, più che il contenuto della discussione: la sensazione di avere ragione a tutti i costi, oppure il bisogno urgente di intervenire per aggiustare qualcosa che magari non lo richiedeva affatto. Una possibile strategia consiste nel fermarsi un momento su questa emozione, prima di agire: permette di chiedersi silenziosamente quale ruolo si sta per occupare. Questa domanda, da sola, non risolve il conflitto. Introduce però una distanza minima tra l’impulso e la risposta, ed è in quella distanza che si apre la possibilità di scegliere diversamente. Un esempio quotidiano rende l’idea più concreta. Due colleghi discutono per un errore nel lavoro comune. Il primo accusa; il secondo si difende sentendosi ingiustamente colpito; un terzo, assistendo alla scena, interviene per calmare gli animi senza che nessuno dei due glielo abbia chiesto. In pochi minuti tutti e tre finiscono per occupare un vertice del triangolo, e la questione iniziale è passata in secondo piano rispetto alla dinamica relazionale che si è attivata. Sarebbe bastato che uno dei tre si accorgesse del meccanismo mentre si stava innescando per cambiare, probabilmente, l’esito della scena: non serve una soluzione perfetta, basta un’interruzione.

La filosofia pratica non ha bisogno di grandi sistemi per essere utile nella vita quotidiana. A volte basta uno strumento semplice, capace di rendere visibile un automatismo che agisce nell’ombra. Sapere che i conflitti tendono a organizzarsi secondo ruoli ricorrenti non elimina i conflitti stessi, ma toglie loro l’aria di inevitabilità. Alcune rielaborazioni successive hanno proposto alternative al triangolo originario: il Winner’s Triangle di Acey Choy ridefinisce i tre ruoli in chiave funzionale — Vittima come Vulnerabile, Persecutore come Assertivo, Salvatore come Premuroso — mentre The Power of TED di David Emerald sostituisce l’intero schema con una dinamica diversa, quella di Creatore, Sfidante e Guida. Nessuno dei due propone propriamente una quarta posizione interna al triangolo di Karpman; l’idea di una posizione che osserva la dinamica senza identificarsi con nessuno dei tre ruoli resta una possibilità più vicina alla metacognizione che uno sviluppo diretto di queste rielaborazioni. È la capacità di guardarsi agire mentre si agisce, che permette di riconoscere il ruolo prima di esserne completamente occupati. Il litigio resta, ma la scelta su come restarci dentro torna, almeno in parte, nelle mani di chi lo vive.

 

NOTE
[Photo credit Vitaly Gariev via insplash.com]

 

Andrea N. Autelitano
Integra competenze giuridiche, socio-antropologiche, manageriali e relative alla gestione dei conflitti nello studio dei processi di trasformazione sociale. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle dinamiche relazionali, sui contesti organizzativi e comunitari e sui processi attraverso cui valori, cultura e pratiche sociali si traducono in azione. Particolare attenzione è dedicata ai temi del benessere collettivo e della costruzione di modelli relazionali capaci di favorire l’integrazione tra ideali e prassi nei contesti contemporanei. È avvocato, socio-antropologo, Presidente della deputazione Italia nord-ovest dell’Associazione Sociologi Italiani (ASI) e membro SIAA (Società italiana di antropologia applicata).

 

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