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Vita activa

“Vita activa” e frenesia contemporanea

Dicendo che le nostre giornate sono sempre più impegnate, sicuramente non diciamo nulla di nuovo: basta aprire una pagina qualunque delle nostre agende per capire che siamo pieni di cose da fare. A volte capita di passare intere giornate senza riuscire, per così dire, a tirar fuori la testa dall’acqua: i nostri impegni si incastrano in modo tale da riempire tutti gli interstizi di tempo del nostro quotidiano e noi saltiamo dall’uno all’altro, finché in un batter d’occhio siamo arrivati a sera con l’impressione che la nostra giornata ci sia passata di fianco senza che ce ne accorgessimo. La nostra frenesia è tale che quando non abbiamo nulla da fare, anziché rilassarci e lasciare che il tempo si dilati per un po’, sentiamo invece un certo disagio e ci chiediamo se non ci sia qualcosa che abbiamo scordato di portare a termine. Spesso sfruttiamo questi momenti per portarci avanti, manifestando una sempre più critica incapacità di rallentare il ritmo di vita a cui ormai siamo abituati. Arriviamo addirittura al punto di sentirci in colpa quando finalmente non abbiamo nulla da fare: ci sembra di perdere del tempo che potrebbe e dovrebbe essere sfruttato, o ancora temiamo di aver dimenticato qualcosa, perché è strano avere del tempo in sovrappiù. 

Alla luce di tutto ciò, forse non è inutile spendere qualche minuto per interrogarci sul significato di questa espressione: avere delle cose da fare. Che cosa facciamo realmente?

Per fare un po’ di chiarezza ci si può appoggiare per esempio a Hannah Arendt, che nel 1958 pubblicava il suo celebre saggio Vita activa. La condizione umana. Qui viene posta un’interessante distinzione fra tre differenti modalità del “fare” umano, che sono rispettivamente lavorare, operare e agire. In breve, sotto il nome di “lavoro” vanno tutte le attività finalizzate al soddisfacimento delle necessità biologiche: il procurarsi cibo e acqua, la riproduzione e l’accudimento, la pulizia. Queste attività non hanno mai fine, perché mai si estinguono definitivamente questi bisogni. “Operare” significa invece produrre artefatti duraturi che vanno a costituire il mondo prettamente umano: case, letti, strade, automobili e smartphone; l’operare corrisponde quindi al produrre e l’essere umano risulta essere l’unico animale che manipola la materia per costruire un mondo a propria immagine in seno al mondo naturale. Infine, con il termine agire Arendt si riferisce al regno dell’interazione umana. Se nel lavoro e nell’opera l’essere umano “fa” in rapporto al mondo come res – come pura materialità che è lì – nell’azione egli è considerato come facente parte di una rete intersoggettiva, come soggetto che assieme ad altri soggetti contribuisce a costruire un contesto in cui, attraverso la parola e la relazione, si affranca dall’asservimento alla necessità materiale e diventare finalmente libero. Libero significa capace di rapportarsi al mondo in modo nuovo, esprimendo la propria individualità, che è unica e irripetibile. L’azione risulta quindi, più che un “fare”, una modalità di relazione: in effetti, fintantoché siamo chiamati a soddisfare dei bisogni biologici e materiali – come nel caso del lavorare e dell’operare – siamo prevedibili: la nostra attività è una risposta a tale bisogno.  Ma è nell’intersoggettività che ognuno può esprimersi liberamente e arricchire questa rete che è il contesto umano con la propria originalità.

Ora, che cosa facciamo nelle nostre giornate? Lavoriamo, operiamo oppure agiamo? Certamente, tutti lavoriamo; alcuni di noi operano anche, in vari modi. Ma agiamo? 

Il fatto, forse, è che fare tante cose ci dà l’impressione di essere attivi, di portare avanti la nostra vita come protagonisti. Ma questa è solo un’illusione: la verità è che siamo fagocitati dalle incombenze e ci vediamo costretti a passare dall’una all’altra, facendoci guidare dalla necessità di gestirle tutte quante. Così, anziché dare la giusta importanza e il giusto tempo a ciascuna delle nostre attività, esprimendo attraverso di esse ciò che siamo, corriamo il rischio di affrontarle tutte con la medesima superficialità, diventando prevedibili come le lancette di un orologio: basta pensare alla facilità con cui degli algoritmi sono in grado di anticipare che cosa ci interessa in un dato momento, così da fornircelo immediatamente, già pronto. 

Forse è proprio una questione di tempo. L’azione, come la più nobile attività che ci appartiene, richiede cura e tempo: ognuno è chiamato a riflettere su di sé e a prendersi cura delle proprie azioni, perché agire significa in definitiva mettere la propria unicità in ciò che facciamo. L’azione è per sua natura inedita, nuova; presuppone quindi un certo grado di libertà da parte nostra. Di questa libertà non siamo investiti dalla nascita: si tratta piuttosto di una condizione in cui è necessario mantenerci costantemente, sviluppando e alimentando la consapevolezza di quello che facciamo. La nostra libertà non sta nella quantità di cose che siamo in grado di portare a termine, ma nell’esprimere in esse ciò che siamo.

 

NOTE
[Photo credit Nathan Dumlao via unsplash.com]

Pietro Bogo

Pietro Bogo

Determinato, Titubante, Contraddittorio

Nato a Belluno nel 1994, ho conseguito una laurea triennale in Filosofia presso l’Università degli studi di Trieste. Ho poi continuato i miei studi presso l’Université d’Aix-Marseille, dove ho ottenuto nel 2019 una laurea magistrale discutendo una tesi sulla relazione tra la sostanza e l’attributo nel pensiero di Spinoza. Al momento insegno lettere presso una […]

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