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Jazz

Jazz e Differenza

Comunemente, osserviamo in noi e negli altri delle forme di identificazione con i simboli della nostra cultura nazionale. Quindi, noi italiani possiamo, ad esempio, identificarci con la nostra cultura culinaria o uno spagnolo può avere una relazione piuttosto forte con le vicende relative alla colonizzazione dell’America latina. Non è strano, in questi contesti, osservare che in molti rivendicano un’usanza o un artefatto come appartenente alla propria cultura nazionale, magari proprio per difendersi dall’appropriazione indebita da parte di altri. Per esempio, un italiano andrebbe in escandescenza se gli venisse messa in dubbio l’origine della canzone cantautoriale, mentre uno spagnolo non sarebbe felice di vedersi soffiare da altri il primato del romanzo moderno con il Quijote; un francese, poi, potrebbe prendersela se gli venisse toccata la storia della Rivoluzione. In questi casi, si sente dire che questo o quello è “nostro”, dove con “nostro” si intende l’appartenenza a sé come comunità nazionale. Ma, cos’è veramente nostro? Siamo davvero privi della possibilità di contaminazione tanto da poter rivendicare qualcosa come totalmente appartenente a noi senza la relazione con qualcosa di differente?

Ci sono dei casi storici dove è stata documentata la nascita di fenomeni culturali nuovi, casi che ci possono invitare a riflettere anche sulla nostra cultura e sulla nostra identità. Il caso che vorremmo qui prendere in considerazione è la nascita della musica Jazz, avvenuta nei primi anni del XX secolo in America. Come nota Stefano Zenni1, la nascita del noto genere musicale è piuttosto torbida e difficile da distinguere; tuttavia, sono noti perlomeno gli avvenimenti storici che hanno portato alla sua costruzione. Alla sua base sta sicuramente il fenomeno della migrazione: durante l’epoca coloniale, navi di schiavisti spagnoli e francesi portavano centinaia di afroamericani nel suolo americano, togliendoli dal loro terra originaria e lasciando loro portare solo determinati oggetti. Negli Stati Uniti, trovarono una società che appiattiva tutte le differenze culturali interne al paese di origine, in un contesto cittadino che le poneva le une accanto alle altre, costringendole, di fatto, a influenzarsi tra loro. Gli schiavi, nella generale volontà di esprimere il proprio Spirito popolare, ballavano e danzavano mescolando le loro diverse tradizioni a quelle dei criollos, ossia le seconde generazioni di schiavi, che possedevano oramai una cultura nativa. A New Orleans, inoltre, erano presenti anche molti europei, tra i quali, ad esempio, decine di italiani esperti in musica e nell’arte della lirica o tedeschi esperti nella composizione. Insomma, si intrecciavano almeno tre rami differenti: quello degli schiavi, quello della cultura nativa e quello della cultura europea. È l’unione di tantissime culture differenti che ha dato origine, lentamente, a un genere musicale totalmente nuovo che ha segnato poi la storia del Novecento intero. Ma non solo: pur essendo meno nota, è di questo periodo anche la storia della nascita delle tante forme musicali come la Ciaccona, la Sarabanda, la Giga, che sono generalmente custodite come picco della cultura musicale barocca europea. Come notano lo stesso Zenni e Davide Daolmi2, le parole e i ritmi che designano questi generi musicali, che consideriamo massimamente “nostri”, vengono da quell’insieme di culture africane trasportate negli Stati Uniti che, attraverso i marinai spagnoli che lavoravano in nave, compirono poi il loro viaggio verso l’Europa. 

Insomma, la stagione culturale appena descritta è particolarmente feconda per osservare come la cultura si sviluppi primariamente dalla relazione con qualcosa di diverso. A questo proposito, la tipologia di relazione con l’altro appena descritta è anche stata messa a fuoco filosoficamente da molti autori, uno dei quali, forse il più emblematico, è Hegel. Per il filosofo tedesco, l’identità concreta include in sé la differenza, e il pensiero che isola le determinazioni fissandole nella loro separatezza è il pensiero astratto dell’intelletto, contrapposto al pensiero speculativo della ragione. Si tratta, per Hegel, di cogliere come ogni determinazione fissa, tenuta ferma dall’intelletto, si tolga passando nel diverso, nel suo opposto, e come da questo movimento risulti una determinazione più concreta. Al centro della questione non sono le cose isolate, ma il processo in cui esse si rivelano momenti di un intero. Al di là delle questioni tecniche, riteniamo che l’esempio storico della storia del Jazz possa essere visto come un invito a scorgere la complessità che può celarsi dietro quello che più percepiamo come intimo e nostro.

 

NOTE
1. S. Zenni, Storia del jazz. Una prospettiva globale, Quodlibet, Macerata 2025.
2. D. Daolmi, Storia della musica. Dalle origini al Seicento, Firenze, Le Monnier Università, 2019.[Photocredit Jens Thekkeveetil via unsplash.com]

Francesco Marcuzzo

Francesco Marcuzzo

curioso, poliedrico, appassionato

Sono nato a Conegliano (TV) e vivo a Santa Lucia di Piave, in una tranquilla zona campestre. Ho sempre avuto due grandi passioni: la musica e la filosofia, che mi hanno portato nel 2021 a diplomarmi in Violino in Conservatorio e, nel 2022, a laurearmi in Scienze Filosofiche; mi piace molto mescolare le due cose […]

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