25 gennaio 2015 lachiavedisophia

“Verità, sempre”. Intervista a Gabriele Parpiglia

Molti lo conoscono per averlo visto in televisione o per avere spesso letto il suo nome su un noto settimanale di gossip, ma nessuno sa chi c’è davvero dietro questo ragazzo che, attraverso l’impegno, la gavetta e la costanza è riuscito a diventare uno dei nomi più conosciuti nel panorama del giornalismo.

Per voi lettori de La chiave di Sophia, oggi abbiamo il piacere di intervistare Gabriele Parpiglia!

– Gabriele Parpiglia, giornalista professionista e nome conosciuto nel panorama delle notizie: quale è stata la gavetta che l’ha portata ad essere un numero uno?

Grazie ma non sono un numero 1. La gavetta non finisce mai e non è una frase fatta. Nel momento in cui pensi di aver finito la “gavetta” significa che hai finito di aver sete e fame, che ti sei adagiato, seduto e questo non deve MAI succedere. Ho iniziato come cameriere, ufficio stampa nei locali della Milano by night per mantenermi gli studi. Poi ho unito fortuna, costanza, fiuto e studio. I numeri 1 sono altri.

– Come è nata la passione del giornalismo? Cosa significa per lei essere un giornalista?

Io sono nato con l’idea di far questo lavoro. Fin da quando facevo i primi temi in classe alle elementari. Per dire: i miei amici compravano le prime sigarette o i giornaletti porno; io divoravo quotidiani e settimanali. Per me esser giornalista significa aver i crampi allo stomaco quando buco una notizia, aver i crampi allo stomaco quando ho una notizia in anteprima. Quando passeranno questi “crampi”, significa che mi sarà passata la voglia. Ma vengo dalla fame quindi… dureranno.

– Per Foucault, che considerava il proprio lavoro più affine a quello del giornalista che a quello del filosofo, giornalismo e filosofia sembrano intrecciarsi e modellarsi a vicenda, prendendo forma attorno alla problematica dell’oggi e del rapporto tra evento e attualità: scrive infatti Foucault, « non vi sono molte filosofie che non ruotino attorno alla domanda: Chi siamo noi al momento attuale? (…) Ma penso che tale domanda sia anche a fondamento del mestiere di giornalista ». Cosa ne pensa?

Mi sono “focalizzato” sulla risposta. Senza far ricerche, rispondo di pancia: al momento dell’ “attuale” noi siamo quello che produciamo, creiamo perché ci crediamo e realizziamo. Nella filosofia, certamente, vince la parola, il giornalista invece vince con la notizia che può esser fatta di parole ma anche di fotografie, video, del “non detto” e quindi prende forme e formule diverse. I mestieri non possono essere simili.

– Un altro concetto che ritorna sia nel giornalismo che in filosofia è quello di “verità”, in entrambi i campi la si insegue; oggi come oggi il giornalista lavora sempre per Lei o si spinge oltre arrivando in taluni casi a vera e propria finzione? Perché?

La parola finzione non può esser abbinata alla professione di giornalista. La finzione esiste nel cinema, in tv, ma non dove vive la notizia. La notizia che sia di cronaca o politica o leggera dev’essere sempre vera. Uccide più lingua che la spada e la lingua deve per forza di cose, per evitare di fare del male a terze persone, essere portatrice sana di vera verità. Sempre. Questa la considero una “non domanda”.

– Quanto conta la selezione delle notizie? Quali criteri vengono applicati a tal proposito?

Priorità all’attualità. Vince la notizia legata al fatto più eclatante, vince la tempistica legata all’evento che la notizia scatena.

– Quanto è rilevante, al fine di produrre un certo effetto politico, il fatto in sé di dire la verità?

Anche questa è una non domanda. Per me non esiste la possibilità di mentire o raccontare fatti irreali o artefatti. Quindi gli effetti prodotti da notizie politiche e non, se partono dalla verità, racconteranno conseguenze relative a discorsi… pur sempre veritieri.

– Quali sono le esperienze lavorative che le hanno lasciato positivamente il segno e perché?

Quando ho iniziato. Ricordo il primo stage gratuito a Panorama e il sogno di un contratto. Era un’Italia diversa ed ero più giovane, tredici anni fa. Poi è cambiata l’Italia, tutto è diventato più difficile. Ogni tipo di lavoro ha sentito la crisi sociale del Paese. Idem il nostro. L’avvento dei social oggi ha devastato parte del mondo della comunicazione e della cronaca leggera o se volete chiamiamola “People”. Un motivo in più per tirar fuori le palle e darsi da fare ancora di più e lavorare sodo per trovar notizie, notizie.

– Lei è un giornalista completo perché si occupa sia di ‘People’ che di cronaca: quale tra i due campi preferisce?

Ho sempre pensato che occupandoti di cronaca hai meno possibilità di far carriera. Ma in ogni caso quando fai il giornalista, devi essere giornalista a 360 gradi.

– Cosa distingue chi si limita al giornalismo ‘patinato’ da chi, invece, si rende capace di addentrarsi nel campo della cronaca?

La distinzione sta nell’essere un pirla. Chi si limita già di per se è un pirla. Ripeto: fare il giornalista significa saperne di tutto un po’.

– Il mondo dello showbiz è quello che si vede realmente nelle riviste patinate o, proprio in questi casi, la verità viene surclassata dal bisogno di dare una bella immagine di sé?

Non è la miniera per carità, ma non è un bel mondo. Ci vuole stomaco di facciata e stomaco di ricambio.

– Tra i personaggi noti chi la stupisce positivamente ogni volta che lo incontra? Perché?

Sono pochi e sono amici (veri) ma niente nomi. Almeno questo lo tengo fuori dal lavoro. Sarei scontato se dicessi Benigni o Fiorello. Oggi punterei molto su Emma Marrone. È una ragazza predestinata. Nata con un segno che lascerà il segno. Di lei ne sentiremo parlare, lei la sentiremo cantare per molti e molti anni.

– Negli ultimi anni le notizie si diffondono soprattutto sul web: è davvero preferibile alla carta stampata? Quale sarà, secondo lei, l’evoluzione?

Studi soprattutto americani dicono che la carta stampata andrà a morire. Dopo lo scandalo legato a New of the World e Murdoch la carta stampata ha subito un contraccolpo mondiale. La gente non ci credeva più. Come se fosse svanita la magia. In Italia, in piccolo, la vicenda legata a Fabrizio Corona, ha tolto il gusto di sfogliare i giornali. Svelare il dietro le quinte della notizia, per un breve periodo storico, significava alzar la macchina del fango. Poi la crescita dei social ha fatto il resto. Io sono un innamorato della carta e sono convinto che ci sono generazioni che non la abbandoneranno mai. Esempio: basta fare un giro negli ospedali e gli anziani non hanno l’Ipad accanto al letto, ma il settimanale di fiducia che gli tiene compagnia. E le signore al mare o in montagna non rinunciano al giornale nella borsa griffata. Idem gli stessi personaggi che ancora oggi nonostante tutto offrono “scoop” a colpi di cover. Ma io preferisco sempre trovar le notizie da me.

– Ad un giovane d’oggi che vorrebbe fare il giornalista cosa consiglierebbe? È davvero ormai un sogno proibito?

D’istinto mi verrebbe voglia di rispondere di pancia ma il messaggio sarebbe negativo. Di una cosa sono certo, se davvero ma davvero, ma davvero credi in qualcosa; devi spingerti oltre ogni tua possibilità. Noi siamo capaci di cose impossibili quando però lo vogliamo veramente. E se una volta raggiunto l’obiettivo, ci sediamo; beh è li che la vita arriva da dietro e con un colpo ti riporta a zero. Mai adagiarsi. Mai. Nemmeno quando si ha un minimo di potere. Il potere uccide non solo il singolo ma anche chi gli sta attorno. Purtroppo.

– Ultima domanda che facciamo a tutti i nostri ospiti: cosa pensa della Filosofia?

Potrei andare su google e trovare una frase adatta per rispondere e fare il figo. Invece rispondo d’istinto. Dunque credo che per chi come me ha fatto gli studi classici, la filosofia è un qualcosa che ti resta dentro. Non tutto. Solo ciò che ti ha appassionato, che ti ha illuminato. Io ero “fan” di Parmenide e Socrate. Forse perché in quel momento, a quell’età, quel giorno, li ho sentiti miei, o forse perché l’insegnante nel giorno in cui li ha spiegati, non aveva litigato con il marito e li ha spiegati al meglio! Universi paralleli difficili da sviscerare in poche parole. Ma io ho approfondito e ammetto che sia Socrate e la sua parola che Parmenide con il suo “essere”, mi sono serviti nella vita e nel lavoro.

Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo.
Tiziano Terzani
Fare giornalismo significa vivere, vivere attivamente, senza farsi travolgere dagli eventi passivamente.
Fare giornalismo significa osservare la realtà circostante e le persone che la popolano.
Fare giornalismo significa capire cosa succede attorno a noi.
Fare giornalismo significa raccontare e spiegare agli altri, non cosa vedono solo i miei occhi, ma quello che tutti riescono a vedere ma senza percepirne il senso.
Questo amore per la ricerca e la trasposizione reale dei fatti vale per il giornalismo di cronaca ma anche per quello patinato, perché, come ci ha detto Gabriele durante l’intervista, le parole possono fare molto male, quindi non si può giocare con esse sulla pelle di qualcun’altro solo per il gusto di sottomettersi alle illogiche regole di taluni ambienti.
Per me odioso, come le porte dell’Ade, è l’uomo che occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra.
Omero
Nel giornalismo che ci racconta Gabriele e che dovrebbe appartenere a tutti i giornalisti, non c’è spazio per la finzione, per l’artefatto, per la favola e se vogliamo anche per l’opinione personale perché tutto ciò porterebbe alla morte della verità come aletheia, cioè non-nascondimento.
La verità giornalistica la sovrappongo, dunque, a quella filosofica: in entrambi i casi essa è da considerarsi un’attività dinamica che confuta l’errore e smaschera il falso senza penetrare l’essenza delle cose, altrimenti si cadrebbe nella metafisica e come disse Wittgenstein: “di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.
Grazie Gabriele per averci dedicato un po’ del tuo tempo!
Valeria Genova
[Foto di Gabriele Parpiglia da lui concessaci]

 

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Comments (3)

  1. Luca

    A Salerno si dice” fare come prete dice, non come prete fa”. E infatti, il caro Parpiglia non ha capito affatto questo proverbio. Un modo odioso di fare il proprio mestiere. Non lo definirei giornalista, quello è ben altra ( e alta ) cosa

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