22 novembre 2021 Massimiliano Mattiuzzo

Risposte globali per problemi globali

Il mondo contemporaneo si trova sul limitare di un crepaccio. Sotto di lui, come un torrente impetuoso all’interno di un canyon, scorrono i problemi e le sfide della nostra epoca; con un’azione di erosione, lenta ma continua, essi minano la stabilità della nostra posizione, facendoci rischiare la caduta nello strapiombo. Fuor di metafora, le Nazioni, la società e tutti noi – singoli individui – siamo di fronte a un bivio: trovare soluzioni per affrontare, o arginare, i problemi e le sfide del mondo contemporaneo o arrenderci e consegnarci nelle mani dell’inevitabile.
Per alcuni il punto di non ritorno è stato già superato: la crisi climatica avrebbe raggiunto una radicalità tale che le azioni che possiamo operare non possono fare nulla per evitare il declino dell’umanità. Per altri la situazione è drammatica ma, impegnandoci con decisione, potremmo essere in grado di limitare il problema nel presente e trovare soluzioni per risolverlo nel futuro. Per altri ancora, infine, un insanabile ottimismo li convince che l’apparato tecnico/tecnologico sia sicuramente in grado di affrontare la sfida, come in parte ha già mostrato di saper fare nel corso della storia umana.

Ma non esiste solamente la crisi climatica. L’uomo contemporaneo è accerchiato da una quantità tale di difficoltà, preoccupazioni e questioni da ritrovarsi la maggior parte delle volte disarmato e indifeso. Terrorismo, crisi migratoria, guerre economiche, assetti geopolitici instabili, scarsità di risorse, impoverimento culturale e crisi demografica sono solo la superficie di questa condizione terrificante.

Innanzitutto non bisogna lasciarsi sopraffare, analizzando con spirito critico ciò che ci si pone davanti. La prima riflessione che potrebbe emergere sarebbe quella di riconoscere la sostanziale interdipendenza che caratterizza questi problemi. Ciò è conseguenza necessaria della caratteristica sempre più complessa del mondo contemporaneo. “Complesso” non significa “complicato” ma intrecciato profondamente in un insieme di nodi, a formare una struttura resistente e compatta. Ciò significa che la prima azione da compiere è quella di riconoscere questa complessità, accettarla e capire che per affrontarla è necessario tenere conto delle infinite interconnessioni che formano – e non esauriscono – questo insieme.

Proprio questa caratteristica di complessità trascina la nostra seconda riflessione: questi problemi formano una matassa globale che nei suoi intrecci impatta sulla vita di tutti, nessuno escluso. Questa è anche una conseguenza necessaria della globalizzazione che ha contraddistinto lo sviluppo della società umana negli ultimi tempi e, riconosciuto questo fatto, dovrebbe allora risultare immediatamente chiaro che le azioni intraprese per affrontare queste questioni non possono che essere conseguenza di una risposta globale. Con buona pace dei sovranismi – la cui caratteristica intrinseca antistorica dovrebbe essere immediatamente visibile dopo la nostra, seppur breve, descrizione – risulta chiaro che risposte messe in campo a livello regionale, nazionale e “continentale” non possono più essere sufficienti per affrontare i problemi della contemporaneità e, anzi, si costituiscono esse stesse come nuovi problemi in quanto ostacolano una (se possibile) soluzione.

Ma come ottenere una risposta globale? Tentativi sono stati fatti – il più recente probabilmente è stata la COP 21 del 2015 a Parigi, seguita da quella avvenuta in questi giorni e nelle riunioni future che ci attendono – ma è evidente a tutti che finché gli accordi saranno siglati seguendo le disponibilità dei singoli Stati e con condizionalità ben difficili da far rispettare (basti vedere il ritiro degli Usa, sotto l’amministrazione Trump, dagli accordi di Parigi o, più recentemente, le posizioni di India e Cina) questi tentativi non faranno altro che rimanere tali. Il problema sostanziale è che non esiste una reale autorità che determini e regoli il gioco delle parti. Ogni singola Nazione (giustamente) tiene da conto i propri interessi individuali ma ciò la porta a mettere sul “piatto dei doveri” le minori risorse e il minor impegno possibili e a dedicarsi alla minor intraprendenza possibile. E può fare questo proprio perché non esiste un garante globale che obblighi ad un serio impegno i singoli Stati avendo l’autorità di imporre reali sanzioni per il non rispetto degli impegni. In sostanza, un’unione globale di stati, che si articoli nei tre poteri fondamentali – legislativo, amministrativo e giudiziario – con tutte le controversie e proporzionalità del caso. Tentativi verso un’unione delle nazioni sono già stati intrapresi dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale, rispettivamente la SDN (Società Delle Nazioni) e l’ONU. La prima è già stata sciolta, mentre i problemi del mondo contemporaneo stanno sancendo il definitivo fallimento della seconda: il peso degli ammonimenti, delle (relativamente poche) azioni e delle indicazioni delle Nazioni Unite sono il più delle volte insignificanti. Gli interessi particolari dei singoli Stati costituiscono una forza motrice troppo forte per essere minata da un organismo la cui autorità non è possibile da far rispettare, proprio perché non dispone né di sufficienti apparati volti allo scopo né di un reale principio valido per imporre quell’autorità.

La questione è ovviamente enormemente complessa ma risulta fondamentale iniziare a riflettere sulle sfide della nostra epoca a partire da un dato di partenza incontrovertibile: esse necessitano di risposte globali, essendo i problemi stessi globali.

 

Massimiliano Mattiuzzo

 

[Photo credit NASA via Unsplash]

copertina-abbonamento2021-ott

Tagged: , , , , , , , , , , , ,