25 luglio 2014 Alvise Wollner

Owen Wilson: un lucky loser a Hollywood

Parlare di Settima Arte non significa solo recensire e commentare i film. Vuol dire anche capire un po’ più a fondo chi lavora e rende speciale questa grande industria di sogni. “Fil(m)osofia” racconta oggi Owen Wilson, il biondo che non impegna. Troppo bravo e sfortunato per essere apprezzato ai giorni nostri.

Strana professione, quella dell’attore cinematografico. Fatta di luci e ombre, giorni di gloria, adulazione da parte dei fans e pochi minuti dopo di depressione più profonda per essere stato scaricato da tutti quelli che chiamavi amici a causa di un solo passo falso. E’ un mestiere con innumerevoli privilegi, ma che richiede da parte sua un carattere fuori dal comune per sopportare tutte le pressioni del caso. Ecco perché c’è chi nasce con la stoffa del divo e chi invece sceglie di fare l’attore nonostante un carattere pieno di fragilità e debolezze. Sono loro i primi a soccombere, quelli che lo star system getta nella spazzatura dopo averli spremuti a suo piacimento. E’ la fine che ha rischiato di fare anche un uomo che molti degli spettatori medi tendono a considerare come una star di secondo livello. Stiamo parlando di Owen Wilson, uno degli interpreti più sottovalutati dell’industria cinematografica odierna.

Nato a Dallas, in Texas, 49 anni fa, trascorre la sua infanzia con i fratelli Luke e Andrew, tutti e tre figli d’arte. La grande svolta per lui arriva però ai tempi dell’università di Austin dove conosce e stringe amicizia con un ragazzo che avrete sicuramente sentito nominare: Wes Anderson. Uno a cui non è mancata una carriera di enormi successi, ma che non si è mai dimenticato del legame con il suo amico del college, chiamandolo a recitare praticamente in ognuno dei suoi film, diventati cult in pochi anni. Sono le amicizie e l’affabilità di Owen a regalargli le più grandi soddisfazioni professionali. Nel 1996 è iniziata la più longeva delle sue collaborazioni: quella con l’amico Ben Stiller che l’ha portato a recitare in ben nove film con il comico americano: da “Il rompiscatole” fino a “Vi presento i nostri”, passando per “Zoolander” e i successi della serie “Una notte al museo”. Ma se dovessimo isolare la carriera del biondo divo in tre pellicole queste sarebbero senza dubbio: “Due single a nozze”, “Midnight in Paris” e “She’s funny that way” che ci aiutano a definire un profilo completo dell’attore.

Il primo titolo risale al 2005 ed è una delle commedie americane più esilaranti e riuscite degli Anni Duemila. E’ la pellicola che segna la perfetta unione tra Wilson e la sua spalla comica Vince Vaughn, qui nei panni di due sfrontati perdigiorno il cui unico scopo è imbucarsi ai matrimoni degli altri per andare a letto con le damigelle della sposa. Una storia di equivoci e sentimenti talmente ben scritta che perfino Woody Allen l’ha usata come base per il suo miglior film di questi anni. La coppia di “Due single a nozze”, composta dal nostro Owen e dalla splendida Rachel McAdams, verrà scelta dal regista newyorchese per “Midnight in Paris”, dopo aver osservato l’ottima alchimia che si era creata tra i due attori. Il risultato finale del film fu al di sopra di ogni aspettativa. La critica americana etichettò Wilson come il nuovo Robert Redford e la pellicola volò al primo posto dei botteghini. La verità è che Allen è stato forse l’unico (insieme a Wes Anderson) ad aver capito fino in fondo il valore di un attore come Wilson, mettendolo al centro di una storia così importante, sapendo benissimo che solo un attore come lui avrebbe saputo rendere al meglio un eroe timido e legato ai ricordi passati che sogna di rivivere un mondo che oramai non esiste più. Owen Wilson è un divo silenzioso, uno che ha imparato a stare sempre in secondo piano anche quando deve fare il protagonista. Non un montato con manie di protagonismo, ma una persona fragile con una recitazione magari non eccelsa o al livello dei vari De Niro o DiCaprio, ma comunque onesta e mai scadente. Un uomo che sa stare al proprio posto ma che ha visto negli occhi il lato oscuro della celebrità.

Nel 2009, l’attore ha tentato il suicidio. Alcune voci parlavano di un problema di droga alla base di tutto. Poi si scoprì che era stata la depressione. Lo sconforto di non trovare una parte che sentisse veramente sua, lo sconforto di essere abbandonato dalle persone sui cui contava di più. Quegli amici che nel mondo del cinema non possono mai definirsi tali. Oggi Owen ha vinto con fatica le sue paure. Grazie a Wes Anderson è tornato nel cinema d’autore con una piccola parte nell’ottimo “Grand Budapest Hotel” e ora, il prossimo Settembre, sbarcherà al Festival del cinema di Venezia per presentare il nuovo film di Peter Bogdanovich in cui recita al fianco della sexy Jennifer Aniston, ex compagna guarda caso del suo amicone Vince Vaughn. Una svolta autoriale dopo molti titoli leggeri, che lo avevano fatto prendere sottogamba a molti spettatori. Tenetelo d’occhio, questo il nostro consiglio.

Owen Wilson non vi regalerà magari la performance che vi cambierà la vita, ma sarà una garanzia quando avrete voglia di trovare un attore onesto, che non ama la luce falsa e abbagliante dei riflettori. Uno che preferisce lavorare senza troppi gossip intorno, sensibile ma efficiente. Un’anomalia nella grande industria cinematografica, che ci ricorda che il cinema non è fatto solo di primedonne, ma anche di operai silenziosi e concreti. Quelli insomma che per tutto un secolo hanno fatto la loro parte per trasformare questo mestiere in un’Arte.

Alvise Wollner
[immagini tratte da Google Immagini]
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