31 gennaio 2015 Alvise Wollner

Lo schermo del quotidiano: quando il cinema racconta il giornalismo

Provate ad immaginare che il giornalismo ed il cinema siano come due conoscenti di vecchia data. Non si può dire che siano grandi amici, diciamo che si conoscono e di frequente si vedono, anche se ognuno teme e non si fida mai fino in fondo dell’altro. Non possono andare avanti se non sono strettamente connessi, ma appena possono colgono l’occasione per screditarsi a vicenda, cercando di mettere l’amico-nemico in cattiva luce. Uso questa metafora per semplificarvi un rapporto che è in realtà molto più complesso di così e che dagli Anni 40 del secolo scorso, va avanti con risultati tanto affascinanti quanto altalenanti.
Tutto ebbe inizio quando Howard Hawks girò nel 1940 “La signora del Venerdì” con l’insuperabile Cary Grant. Una commedia frizzante in cui emerge il ruolo della stampa che si muove nel sotterfugio e nella meschinità grazie al memorabile ruolo di Rosalind Russell qui nelle vesti di una giornalista brillante e divorziata dal marito che per sua sfortuna però è anche l’editore capo del giornale in cui lavora. Intenzionato a fare di tutto pur di farle perdere il posto di lavoro e a impedire la nascita di un suo nuovo amore, Cary Grant darà vita a una serie di memorabili situazioni. La critica alla stampa si rivolge qui alla bassezza morale degli editori che preferiscono anteporre le loro vicende sentimentali alla vera caccia alla notizia. E’ solo nel 1941 però che il giornalismo entra nella vera storia del cinema grazie ad Orson Welles e al suo “Quarto potere”, considerato da molti come il miglior film del Novecento. Protagonista assoluto è il magnate della stampa Charles Kane, un uomo che “è un’autorità quando si tratta di far pensare la gente nel modo in cui lui ha deciso”. Una storia in realtà di grande solitudine, che racconta come il potere smisurato che i mezzi d’informazione possono offrire, sia in realtà un’arma a doppio taglio capace di logorare ogni uomo. Il cinema si è poi divertito a screditare nel corso degli anni la figura del giornalista, quasi a volersi vendicare delle molte critiche che la stampa ha sempre scritto nei confronti della Settima Arte. Un esempio su tutti è il film del 1992 “Occhio indiscreto”,con un ottimo Joe Pesci nel ruolo di fotoreporter invischiato nei malaffari della vita newyorchese. Un personaggio meschino che pur di arrivare per primo sul luogo della notizia di cronaca nera sarebbe disposto a compiere i crimini peggiori. E non è l’unico caso: film come “Prima pagina”, o “Sbatti il mostro in prima pagina” sono solo alcuni degli esempi che ribadiscono quanto detto finora.
Se però pensiamo al cinema che racconta il giornalismo, a molti di voi verrà in mente un titolo su tutti. Mi riferisco ovviamente a “Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula, la pellicola che ripercorre le vicende che hanno portato alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, vincitrice nel 1976 di ben 4 premi Oscar. Il suo merito fu quello di raccontare con coraggio e diretta semplicità uno dei fatti più importanti della storia americana nel Novecento. Senza prendersi alcun merito, ma riconoscendo il giusto e grandissimo valore dei giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, interpretati magistralmente da Robert Redford e Dustin Hoffman. Più che un film, un vero e proprio reportage cinematografico su un pezzo di storia del giornalismo. Quello vero, questa volta. Quello che anche Umberto Eco racconta nel suo ultimo libro. Quello infine che ama indagare sulla Storia per metterne a nudo i fatti e arrivare alla verità più pura da raccontare al pubblico. Citando lo slogan della rivista Life: “Vedere il mondo, attraversare i pericoli, guardare oltre i muri, avvicinarsi, trovarsi l’un l’altro e sentirsi”. Questo dovrebbe sempre essere lo scopo del giornalismo.
Alvise Wollner
[immagini tratte da Google Immagini]
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