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Spinoza

Spinoza tra libero arbitrio e superstizione religiosa

Nella celebre Appendice al primo libro dell’Etica, Spinoza riassume i principi fondamentali della sua dottrina: Dio – che per il filosofo altro non è che la natura, ovvero la totalità esistente delle cose – è perfetto e necessario nella sua essenza, e l’uomo, in quanto ne esprime la natura in un «modo certo e determinato», è anch’esso necessario, poiché inserito in un’infinita concatenazione di cause ed effetti tale per cui il suo agire nel mondo non è realmente libero, bensì sempre condizionato sotto un qualche rispetto. Assumendo per vero che Spinoza neghi completamente all’uomo la facoltà del libero arbitrio – almeno del libero arbitrio inteso tradizionalmente come volontà di agire senza essere mossi da alcun principio esterno – è interessante porre in rilievo come egli passi poco dopo a trattare della religione, analizzando e smontando le superstizioni che gli uomini alimentano quando sogliono parlare di Dio. È guardando al cristianesimo e all’ebraismo, infatti, che si comprendono adeguatamente le accuse di Spinoza ai pregiudizi del suo tempo, a quelle illusioni che ancora oggi sono radicate nelle menti di coloro che, inconsciamente persuasi di una certa visione teleologica del mondo, danno per scontato che la libertà sia un attributo dell’uomo in quanto tale, senza interrogarsi sufficientemente a riguardo.

Dopo aver dimostrato che l’uomo conosce il fine cui le proprie azioni tendono ma non le cause che lo muovono a desiderare, appetire una determinata cosa, Spinoza aggiunge che egli ignora anche che tale fine coincide sempre con il proprio utile, ovvero il vantaggio, e che è sulla base di quest’ultimo che egli giudica delle azioni altrui. Così, per esempio, se qualcosa lo danneggia o lo benefica, egli lo ritiene utile o svantaggioso, perciò bello o brutto, buono o cattivo: si tratta del primo pregiudizio, di carattere morale. In ciò consiste anche e soprattutto l’illusione del libero arbitrio, perché l’uomo scambia la propria capacità di raggiungere l’oggetto desiderato per un’incondizionata libertà di azione, come se potesse anche volere e fare altro da ciò che vuole e fa, mentre trascura di indagare le cause di questi effetti. Quando però questo finalismo ed utilitarismo vengono indebitamente applicati ad un piano ulteriore di comprensione della realtà, quello della natura e del divino, allora ne ricaviamo ben più drastiche conseguenze. Spinoza, infatti, avverte che quelle cose che in natura giovano maggiormente all’uomo (gli occhi per vedere, i pesci per mangiare, il sole per illuminare ecc.) sono state erroneamente considerata alla stregua di altrettanti mezzi approntati dalla natura stessa o da un dio benigno nei suoi confronti, affinché egli potesse conservarsi e prosperare. Dunque l’uomo, che agisce sempre in vista di un fine, ha creduto che anche Dio e la natura ne avessero uno: il proprio utile. Spinoza asserisce: «[…] dal che è derivato che ciascuno ha escogitato secondo il proprio modo di sentire maniere diverse di prestar culto a Dio affinché Dio lo amasse al di sopra degli altri e dirigesse tutta la natura a profitto della sua cieca cupidigia ed insaziabile avidità» (B. Spinoza, Etica, 2017, p.89). Questo è il secondo pregiudizio, di carattere teologico, ormai divenuto superstizione: l’uomo, spinto da una cupiditas a preservare se stesso e il proprio vantaggio, agisce come se qualsiasi cosa, Dio compreso, esistesse in funzione di quest’ultimo. Da ciò si comprende altresì perché gli uomini «hanno chiamato Bene tutto ciò che contribuisce alla salute e al culto di Dio, e Male tutto ciò che è contrario a queste cose» (ivi, p. 95), cioè affinché, attraverso la religione, essi si sentissero interamente legittimati a lodare o biasimare, salvare o condannare la natura delle cose per il semplice fatto che alcune di esse contrastano con i loro desideri e scopi.

Dunque, se ogni teleologia, poiché ignoranza delle cause, reca con sé inganni e finzioni – e tra queste la peggiore di tutte, cioè quella della libertà – ed ogni teologia è indubbiamente teleologia, qual è per Spinoza l’unico modo valido e sapiente di arrivare a Dio? Come considerare la natura senza renderla suscettibile di giudizi parziali derivanti da uno mero bisogno utilitaristico? Basti dire che la risposta a questi interrogativi, tanto semplice in apparenza quanto problematica nei suoi possibili sviluppi, comprende in sé sia l’antidoto spinoziano a qualsiasi superstizione religiosa sia un’efficace soluzione all’aporia del libero arbitrio: tutta la potenza e la nobiltà dell’uomo risiedono nella sua capacità di comprendere razionalmente le cause che lo determinano ad agire. Soltanto attraverso la forza della ragione l’uomo diverrà al tempo stesso libero dai pregiudizi morali e libero di conoscere la necessità della natura di Dio.

 

 

NOTE
Photo credit Fons Heijnsbroek via Unsplash

Tommaso Quaglia

Tommaso Quaglia

critico, oscuro come Eraclito, mens sana in corpore sano

Mi chiamo Tommaso Quaglia, ho ventidue anni e sono un filosofo. Mi sono diplomato in studi classici presso il Liceo Statale Enrico Medi (Villafranca di Verona) e ho successivamente conseguito una laurea triennale in filosofia a Verona con una tesi sul pensiero di Nietzsche. Cultore ed amante delle humanae litterae, venero il pensiero degli antichi, […]

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