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lucrezia ercoli

Popsophia e lo spettacolo del male: intervista a Lucrezia Ercoli

Il suo Popsophia, festival della filosofia del contemporaneo è ai blocchi di partenza: sarà ad Ancona dal 21 al 24 marzo. In attesa del nuovo debutto – a cui ormai è certamente abituata – incontriamo la sua direttrice creativa, Lucrezia Ercoli. Un’avventura iniziata per lei nel 2011 che però è solo una delle sue tante occupazioni: è titolare della cattedra di Storia dello spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Bologna, collabora con trasmissioni culturali di Rai5 e RaiPlay e scrive di filosofia e cultura pop su diversi quotidiani nazionali. Da filosofa è anche autrice di diversi libri, tra cui Lo spettacolo del male. Perché abbiamo bisogno di mostri (Ponte alle Grazie 2024), Yesterday. Filosofia della nostalgia (Ponte alle Grazie 2022) e Chiara Ferragni. Filosofia di una influencer (Il Melangolo, 2020). Nel 2014 le è stato conferito il premio “Marchigiana dell’anno” dal Centro Studi Marche di Roma ed è senz’altro una forza della natura!
Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Sfogliando il curriculum delle tue pubblicazioni, sono molti gli argomenti di cui ti è occupata, temi trasversali alla storia umana come la nostalgia, la crudeltà, l’umorismo. Che cos’è che ti orienta nella scelta di scrittura di un libro? In che modo questi temi “emergono” secondo te dallo sfondo del panorama contemporaneo?

Ho sempre considerato asfittica e sterile l’abitudine di interessarsi di un solo tema. È molto lontana dal mio approccio – alla filosofia e allo studio in generale – l’idea di diventare “esperta” di un solo argomento o di un unico autore, anzi credo che l’iperspecialismo sia un grande danno per le discipline umanistiche che rischiano di perdere uno sguardo ampio e multidisciplinare. Con i miei saggi e i miei articoli ho tentato di analizzare alcuni aspetti chiave di quello che – dal mio punto di vista – è lo “spirito del tempo”. Temi che attraversano la storia della cultura occidentale e che contraddistinguono la vita dell’animale essere umano, ma che oggi assumono una connotazione sensibilmente diversa, all’interno del mediascape contemporaneo.

 

Parte della tua ricerca, che ti vede impegnata anche come docente di Storia dello spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Bologna, coinvolge il mondo delle arti e appunto dello spettacolo: il tuo occhio attento è sempre pronto ad analizzare fenomeni “cult” come l’ultima uscita cinematografica di cui tutti parlano o la serie tv The Ferragnez, ma anche musica e arti figurative. Quali sono gli aspetti che connettono queste esperienze estetiche o di intrattenimento al mondo della filosofia?

Non c’è niente di intoccabile: nulla di tanto alto da non poter essere criticato, nulla di così basso da non meritare considerazione. Quindi la moda, la pubblicità, il cinema, le serie tv, i fumetti, la musica, i social network – in quanto “oggetti pop” che determinano il nostro immaginario etico ed estetico – meritano più di una rapida e snobistica sottovalutazione a priori. Sono convinta che la filosofia possa essere anche una cassetta degli attrezzi utile per vivere consapevolmente nel presente e per decifrare tutti i fenomeni dell’immaginario, anche quelli di puro intrattenimento che hanno un peso sempre più ingombrante nelle nostre abitudini. Nei miei corsi in Accademia cerco di utilizzare questo approccio aperto, stimolando la curiosità degli studenti con percorsi inconsueti, dando loro gli strumenti giusti per creare le connessioni tra discipline diverse, tra testi classici e narrazioni contemporanee, tra le materie di studio e le loro passioni personali. E molto spesso sono le ragazze e i ragazzi che forniscono spunti nuovi, che mi danno accesso a nuove esperienze mediali.

 

Da oltre 10 anni sei direttrice artistica di PopSophia – Festival Internazionale della Filosofia del Contemporaneo, un appuntamento ormai molto seguito e apprezzato che porta sulla scena la filosofia in chiave pop. Che cosa intendete con questo festival per “filosofia del contemporaneo”? Di cosa si occupa e con quali metodi è indagata?

In questi anni di grandi cambiamenti, Popsophia non è stata a guardare. Anche il festival è cambiato ed evoluto. Ci siamo resi conto che non bastava cambiare “l’oggetto” del discorso, bisognava stravolgere la “forma” dell’evento. Abbiamo abbandonato la formula stantia della lectio magistralis dei soliti volti televisivi e della passerella degli autori dei libri più venduti imposti dalle case editrici. Un pacchetto che rende i festival culturali italiani ripetitivi e intercambiabili. Forse può funzionare per il pubblico locale attratto dalla notorietà del personaggio, ma non ha nulla a che vedere con la vitalità della creazione culturale. Dopo il selfie con il volto famoso, non rimane nulla. “Fare” filosofia è un’altra cosa. Per questo abbiamo deciso di non essere il contenitore di presentazioni e spettacoli altrui, ma di fare produzione culturale. I nostri “philoshow” sono spettacoli di filosofia e musica che – con la nostra band, con la nostra regia, con la nostra sceneggiatura – mettono in scena il tema del festival. In questo modo il festival diventa davvero un evento che produce pensiero.

 

Qual è secondo te il mix giusto di elementi per intrattenere ma anche far riflettere attraverso una materia (la filosofia appunto) ancora considerata noiosa dai più? Senti una responsabilità nel tuo operato da direttrice artistica nei confronti del mondo accademico “scettico”?

La nostra sfida culturale non è passata inosservata e ha generato consensi e dissensi nel dibattito nazionale. Contro il conservatorismo asfittico di una certa Accademia abbiamo volutamente giocato con la provocazione, sconfinando tra cultura alta e cultura bassa, lavorando con i fenomeni di massa e con la cultura pop. Abbiamo dimostrato che piacere e conoscenza, godimento e ragionamento non sono concetti alternativi. Convinti, parafrasando Roland Barthes, che “le cose intellettuali dovrebbero assomigliare alle cose amorose”.

 

Il tema della prima edizione nazionale del festival della Filosofia del contemporaneo è lo “spettacolo del male”, che coglie una sfumatura interessante di questo tempo presente: non tanto l’inclinazione umana a compiere il male – anch’essa purtroppo oggi ancora evidente – quanto quella a guardarlo. Da dove parte questa riflessione e quali esiti possiamo aspettarci dagli eventi in programma?

Lo spazio mediale nel quale viviamo ci costringe a un confronto costante con la violenza e la sua rappresentazione. Uno spettacolo macabro che attrae il nostro sguardo, che alimenta un certo piacere perverso, un godimento legato alla curiosità di vedere a distanza qualcosa di proibito e di estremo, qualcosa che va oltre i nostri codici morali. Quando ci troviamo “dentro al dolore degli altri” – condizione che sperimentiamo quotidianamente più volte al giorno – non possiamo, e non dobbiamo, smettere di riflettere. Il festival è un tentativo di ragionare attraverso l’arte e l’immaginario su questa condizione, tutti gli ospiti sono chiamati a farci riflettere su un tassello di questo puzzle complesso.

 

Il sottotitolo di questa edizione del festival è altrettanto intrigante: “perché abbiamo bisogno di mostri”, che compare anche nella tua ultima pubblicazione dal titolo Lo spettacolo del male (Ponte alle Grazie, 2024). Il mio pensiero corre alla famosa frase di Brecht “sventurata la terra che ha bisogno di eroi” e quindi ti chiedo: se davvero abbiamo “bisogno” di avere delle figure mostruose nel nostro immaginario collettivo, siano esse fiabesche o del tutto attuali ed esistenti, si tratta di qualcosa per cui ringraziare o per la quale provare inquietudine?

I mostri oggi non sono scomparsi. Anzi, la società di massa – dal true crime alla serialità televisiva, dalla cronaca nera all’intelligenza artificiale – produce costantemente nuovi mostri, da deridere, da osannare, da sacrificare. Il mostro ispira paura e meraviglia, ci inquieta e ci attrae. Nel libro rifletto sulla nostra tendenza a “mostrificare” e “disumanizzare” il colpevole, l’altro, il criminale. Ma è un modo per semplificare una realtà complessa e per mettere a distanza il male che, invece, prolifera all’interno di contesti sociali e familiari molto vicini a noi. Siamo sempre impegnati ad additare il mostro del momento, in modo da trovare un capro espiatorio per le paure (e le frustrazioni) collettive. Come nel quadro The nightmare di Füssli, il mostro non è altro che un nostro incubo, la creatura inquietante che opprime il nostro petto mentre dormiamo non è altro che un’escrescenza proveniente dalla nostra interiorità.

 

Grazie Lucrezia Ercoli per la tua disponibilità! Vi aspettiamo tutte e tutte a Popsophia dal 21 al 24 marzo!

Giorgia Favero

plant lover, ambientalista, perennemente insoddisfatta

Vivo in provincia di Treviso insieme alle mie bellissime piante e mi nutro quotidianamente di ecologia, disillusioni e musical. Sono una pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti del Veneto, lavoro nell’ambito dell’editoria e della comunicazione digitale tra social media management e ufficio stampa. Mi sono formata al Politecnico di Milano e all’Università Ca’ Foscari Venezia in […]

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