Home » Rivista digitale » Cultura » Lettura » I veri eroi piangono. Ulisse, il destino e l’arte di essere mortali
destino

I veri eroi piangono. Ulisse, il destino e l’arte di essere mortali

Durante la lettura in classe di un testo particolarmente toccante, un alunno scoppia a piangere. Momento di panico. I maschi si guardano e ammiccano, come a dire:Marco sta piangendo. Che figura!”
“Mi ricordi Ulisse”, intervengo io. “Lo sapevi? Lui, l’eroe che ha combattuto a Troia e che ha affrontato perfino la discesa agli Inferi, piange tentando di abbracciare l’ombra della madre”. Tutti mi guardano incerti, Marco alza la testa.
“E non solo”, continuo, “Ulisse piange anche per la morte del suo cane Argo, l’unico ad averlo riconosciuto al suo rientro a Itaca”. Ora ho l’attenzione della classe.
“Vi do una bella notizia”, concludo, “anche i maschi piangono, perché piangere significa vivere autenticamente, significa essere eroi”.

Mai come nella società di oggi, dove la mascolinità sta vivendo una crisi profonda, dettata in gran parte dallo sgretolamento lento e necessario del sistema patriarcale, è importante infondere nei giovani, a scuola e in famiglia il germe del cambiamento. Bisogna far toccare con mano le vite di eroi autentici, uomini e donne che hanno lottato e che lottano ogni giorno con forza per compiere il proprio destino, per portare a termine un’esistenza degna di essere definita tale.
In questo la letteratura è maestra.

Nel suo ultimo libro, lo scrittore Alessandro D’Avenia afferma:

«Ulisse compare sulla scena per la prima volta in una condizione inattesa: in lacrime, segno fisico dell’incompiutezza del suo destino, di un respiro e di un desiderio interrotti. Tutto ci saremmo aspettati, tranne le lacrime. L’eroe piange, ma non lo ritiene una debolezza, piuttosto la conseguenza di una  privazione del destino, il pianto è il sintomo che qualcosa di dovuto è stato sottratto» (A. D’avenia, Resisti cuore, Mondadori, 2023, pp. 144-145).

Quando entra in scena nell’Odissea, Ulisse è confinato sull’isola di Calipso da ben sette anni. Sta in un posto paradisiaco, accanto a una semidea bellissima, che lo adora. Eppure non è felice. Il suo destino non si deve compiere lì, ma nella sua terra, dentro la sua casa dove la moglie Penelope e il figlio Telemaco lo stanno aspettando. Quello è il suo posto.

La parola destino, che deriva dal verbo greco ìstemi (“sto”), non si riferisce, dunque, a un volere divino che ci manovra e si prende gioco di noi. Tutt’altro. Il destino lo fa l’essere umano quando sta dentro la sua pelle, lo costruiamo noi quando portiamo a compimento il nostro essere, la nostra essenza. Restare e non partire è ciò che fa di noi degli eroi. Tutte le imprese eroiche trovano il loro più grande senso nel rientro a casa, metafora di un ritorno a se stessi, dopo aver navigato affannosamente per altri mari che non ci appartenevano o dopo aver superato tempeste inattese, ma spesso necessarie. 

«La vita per fortuna è un’Itaca paziente – continua D’avenia – che rimanda l’incontro fino a che non la desideriamo come un naufrago la terraferma. […] Itaca è una cena al tramonto dopo una giornata di lavoro. Fare ritorno è liberarsi di tutte le illusioni e fare l’opera quotidiana della vita. Ulisse ha “fame” di Itaca. La nostalgia è fame di destino» (ivi, p. 281). 

Le parole dello scrittore ci costringono a una riflessione profonda. Chi per tutta la vita cerca di realizzare se stesso inseguendo una carriera, sta in realtà posticipando sempre più l’incontro col suo destino. È l’etimologia della parola stessa a dircelo. Carriera deriva dal latino carrus, il mezzo più veloce al tempo dei romani. Quindi fare carriera significa correre, cercare disperatamente qualcosa che non è mai abbastanza e fare della corsa il nostro fine. Ma il destino non si compie correndo, il destino ha bisogno di calma e di solitudine. È l’arte di essere mortali, concluderebbe D’Avenia, non nel senso di saper morire, ma di saper rinascere dopo ogni singola morte, di tornare a casa dopo aver attraversato tutte le tempeste che il mare della vita ha in serbo per noi.

 

NOTE
Photocredit Mayank Dhanawade via Unsplash

Erica Pradal

creativa, empatica, appassionata

Mi chiamo Erica Pradal e vivo a Barbisano, in provincia di Treviso. Laureata in Filosofia, da anni insegno Lettere alla scuola secondaria di 1° grado “G. Toniolo” di Pieve di Soligo e il contatto con i ragazzi mi arricchisce ogni giorno. Ho molte passioni, tra cui la lettura ad alta voce, che mi ha permesso […]

Gli ultimi articoli

RIVISTA DIGITALE

Vuoi aiutarci a diffondere cultura e una Filosofia alla portata di tutti e tutte?

Sostienici, il tuo aiuto è importante e prezioso per noi!