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Gennaro Carillo

Forme di cittadinanza dimezzata. Intervista a Gennaro Carillo

Popsophia – Festival della filosofia del contemporaneo si è appena concluso nella sua prima edizione anconetana. Tra i tanti ospiti di grande interesse che si sono interrogati con il pubblico sul tema “Lo spettacolo del male”, abbiamo assistito all’incontro con Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico nel Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, dove insegna anche Storia della tradizione classica e Storia della filosofia antica e medievale. Ha lavorato in particolare su Vico, Platone, Balzac e Simone Weil. Tra i suoi interessi di ricerca anche il rapporto fra politica e immagini mentali e fisiche. È co-direttore artistico del Festival Salerno Letteratura e curatore dei progetti Gli ozi di Ercole, presso il Parco Archeologico di Ercolano, Fuoriclassico. La contemporaneità ambigua dell’antico al MANN, Immagine del desiderio, al Museo MADRE, dove co-dirige il LET_, Laboratorio di esplorazioni transdisciplinari. Per Tutta l’umanità ne parla (programma Rai, Radio 3) è stato Socrate, Platone, Machiavelli, Giordano Bruno, e Vico.

Ecco cosa ci ha raccontato a Popsophia.

 

Giorgia Favero – Professore, da fine conoscitore della storia del pensiero politico e dei suoi fenomeni, perché secondo lei, nonostante le tante “storture” del tempo presente, non siamo più portati ad indignarci, di “sana indignazione” come suggeriva Stéphan Hessel non troppo tempo fa?

Gennaro Carillo – Se fine a sé stessa, l’indignazione è solo una passione triste, non una passione politica. Ha senso indignarsi solo se a questa passione, a questo moto dell’anima, fa seguito un’azione politica. Ma un’azione ponderata e pianificata razionalmente. Altrimenti l’indignazione non è sana ma patologica. Non corregge le storture del sistema ma, all’opposto, le alimenta, le consolida.
Credo che la crisi dell’indignazione rientri in un discorso più generale: è riconducibile a quella che Tocqueville definiva l’apatia del tipo umano democratico. La democrazia produce come contraccolpo la chiusura in una dimensione individualistica, cui si accompagna un crescente disinteresse per la sfera pubblica. Se poi vengono emanate leggi elettorali che sottraggono ai rappresentati qualunque possibilità di selezionare i propri rappresentanti, vanificando il senso stesso della delega, non c’è da stupirsi per la disaffezione crescente, della quale è espressione plastica l’astensionismo. Il sistema della comunicazione, con una compagnia di giro che satura gli spazi, ci mette del suo, ovviamente. Ed è paradossale che buona parte di questa compagnia di giro onnipresente posi a indignata, esibendo uno stile paranoide tanto nella postura quanto nei discorsi. Difficile, in un contesto simile, davanti a una democrazia bloccata, non provare un senso di rassegnazione e abbandonarsi a fantasie di fuga, a un «bruci la città» che tuttavia peggiora soltanto la situazione.

 

Sempre Hessel individuava nell’impegno la naturale conseguenza dell’indignazione, inteso non solo come sforzo individuale a fuggire al già dato e al conformismo, ma anche come azione concreta diretta agli altri. Che spazio ha secondo lei nella società di oggi l’impegno civico e come (e se) la politica attuale ha influito in questo slancio individuale verso l’altro?

La politica ha promosso il disimpegno civico. Quindi l’esatto contrario di quello che auspicava Hessel. Se essere cittadini significa – per Aristotele – metechein tes politeias, prendere parte alla costituzione politica, i governati sono cittadini dimezzati. Anzi sono considerati cittadini solo se e quando vengono chiamati alle urne. Il resto è silenzio. Il capitale sociale in Italia è sempre più scarso. Significa che le forme di auto-organizzazione della società civile sono poche e guardate con sospetto. La cosiddetta autonomia del politico è andata dunque configurandosi come autoreferenzialità, oltre che come rivendicazione di una patente di immunità/impunità. Tutto questo vuol dire che lo spazio per l’impegno civico ci sarebbe, eccome. Le motivazioni non mancano. Ma bisognerebbe trovare il modo – e avere il coraggio – di uscire dagli schemi, non di ripeterli.

 

Il tema centrale di questa edizione anconetana di Popsophia è la spettacolarizzazione del male, tema antico quanto attuale che ci unisce come un filo a dinamiche che già Platone aveva individuato nel IV libro della Repubblica. Quali sono le conseguenze per l’individuo di questo immaginario così ricco del male, dato dalla cultura di massa (libri, cinema, serie tv, televisione…) ma anche dalla cronaca?

Il male ha sempre pervaso l’immaginario. È un elemento fondamentale della finzione romanzesca, per esempio. Ma è anche il presupposto a partire dal quale possiamo definire un soggetto come agente morale: è la possibilità di fare il male che qualifica come morale la mia scelta dell’alternativa del bene. Se disponessi solo della possibilità di operare il bene, non sarei un soggetto morale perché non avrei scelta. Farei il bene in forza di un automatismo, di una mera necessità naturale. È proprio l’alternativa del male che dunque costituisce il deinon dell’uomo, del quale parla Sofocle nel primo – memorabile – Stasimo di Antigone. A differenza di ogni altro vivente, l’uomo può tendere (strisciare) tanto verso il bene quanto verso il male e non c’è nulla – né in termini di bene né in termini di male – che gli sia pregiudizialmente precluso.
Il problema che lei pone è legato al profluvio di immagini del male che ci sommergono, alla Cura Ludovico cui siamo sottoposti. L’effetto, purtroppo, è quello di un’assuefazione. Passato il trauma del primo momento, ci si abitua a qualunque efferatezza. Un trauma seriale è una contradictio in adiecto.

 

In che modo secondo la sua opinione il male può essere al contempo nella natura dell’individuo, costitutivo dell’umano, ma anche una potenza seduttrice alla quale si può resistere?

Platone si è interrogato più volte sul potere di fascinazione esercitato dal male. Per esempio, ci dice che la maggioranza delle persone ammira e invidia chi sia capace di una grande ingiustizia sfuggendo all’occhio della legge, anzi costruendo attorno a sé una parvenza di giustizia. Questa stessa maggioranza, viceversa, disprezza il criminale da strapazzo che, per imperizia, per un deficit di competenza tecnica nell’esecuzione del disegno criminoso, fallisce e si fa beccare. Quindi non lo condanna perché ha commesso un’ingiustizia, ma perché non è stato all’altezza del compito. Non a caso, Platone ricorda come Euripide definisca il tiranno – la personificazione di un’ingiustizia portata alle sue estreme conseguenze – isotheos, pari a un dio. Ovviamente lo è nella considerazione dei più. Compito della filosofia è sconfessare la doxa ton pollon, l’opinione dei molti. E di sconfessarla non per quanto maggioritaria ma in quanto maggioritaria: questo è uno degli argomenti fondamentali del Platone politico. La filosofia può essere dunque un antidoto alla seduzione del male: mostrando tutte le controindicazioni di una forma di vita improntata all’ingiustizia. Per farlo, la filosofia deve avere il coraggio, la parrhesia, di contrastare l’ethos (il costume) e la doxa dominanti, accettando la sfida della solitudine, della minorità, del ridicolo (il geloion). Oggi c’è qualcuno che questa sfida sia disposto a raccoglierla? A uscire di scena? O comunque a mettere in discussione le regole del gioco dettate dal sistema della comunicazione? Che è quello che fa il Socrate di Platone.

 

Crede che un utilizzo più appropriato ed etico dell’immagine potrebbe aiutare il nostro equilibrio con il male insito in ciascuno di noi?

Sono d’accordo. Occorre saggezza, phronesis, nell’uso pubblico sia delle immagini sia delle parole. Andrebbe restituito corso legale a una virtù dimenticata, anzi non più annoverata fra le virtù: la temperanza, quella che i greci chiamavano sophrosyne. Che non va intesa come autocensura ma come governo di sé e soprattutto come dosaggio, come krasis, tra gli opposti che ci costituiscono. Ma oggi va di moda l’intemperanza: tuttavia parlare senza freni non è parrhesia, spesso è solo barbarie. Lo stesso discorso vale per le immagini.

 

Oggi nel suo intervento ha parlato di cospirazionismo e post verità. Quest’ultimo in particolare è un termine ormai entrato nel nostro orecchio, ma in che modo si inquadra in questa grande riflessione sul male?

La post-verità è una delle forme più subdole che può assumere il male contemporaneo. Perché è una parola – e una pratica – che dissimula l’impostura. Quando non c’è tempo per verificare la fondatezza di un’affermazione, la si prende per buona. È la più facile delle scorciatoie. Il problema lo colse già Heidegger in Essere e tempo, allorché parla del Gerede, del chiacchiericcio, del rumore di fondo della società contemporanea. Sono pagine degne di un moralista classico, una volta tanto limpidissime, di selvaggia chiarezza, per citare un titolo dell’indimenticabile Franco Volpi. Heidegger scrive che un’affermazione falsa viene reputata vera non nonostante sia falsa ma proprio perché falsa. Non è un paradosso. È la strategia enunciata da Goebbels: la ripetizione in loop di un’affermazione falsa determina la convinzione inscalfibile della sua veridicità. Negli Stati Uniti, per esempio, alle farneticazioni di QAnon, che hanno giocato un ruolo rilevante nell’incubazione e nell’affermazione del trumpismo, dà credito una percentuale impressionante dell’opinione pubblica di orientamento repubblicano. La stessa tesi sui presunti brogli democratici che avrebbero scippato a Trump la riconferma alla Casa bianca è stata ripetuta con un martellamento così costante da diventare una verità alternativa, compiendo un salto da meramente plausibile a vera, da doxa ad aletheia e legittimando l’assalto al Campidoglio, istigato dal presidente uscente con un clamoroso senso di impunità. Non dimentichiamo che in America c’è chi ha ucciso a fucilate i propri bambini ritenendoli rettiliani, una minaccia aliena. Tesi delirante ovviamente mutuata dalla rete, dove circola di tutto.

 

In conclusione, da profondo conoscitore della letteratura, ha avuto modo nel corso della sua attività di ricerca di approfondire molte opere, personaggi e autori, della filosofia e non solo. Ce ne vuole citare uno che secondo lei andrebbe (ri)scoperto per la sua capacità di offrire riflessioni fondamentali anche per gli individui di oggi, in una società globale ma frammentaria e tendenzialmente infelice?

Domanda difficilissima. Di sicuro, Platone. Sul potere delle immagini: Giordano Bruno, Spinoza, Vico.

 

Grazie a Gennaro Carillo e a Popsophia!

 

 

[Photo credit Popsophia]

Giorgia Favero

plant lover, ambientalista, perennemente insoddisfatta

Vivo in provincia di Treviso insieme alle mie bellissime piante e mi nutro quotidianamente di ecologia, disillusioni e musical. Sono una pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti del Veneto, lavoro nell’ambito dell’editoria e della comunicazione digitale tra social media management e ufficio stampa. Mi sono formata al Politecnico di Milano e all’Università Ca’ Foscari Venezia in […]

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