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Dal film “L’ultimo Samurai”, una breve riflessione sulla guerra

Il protagonista del film L’ultimo samurai (2003) è il capitano americano Nathan Algren (Tom Cruise), che in preda al disgusto verso sé stesso per aver eseguito ordini di guerra terribili, acconsente, con sofferente cinismo, di partire per il Giappone per addestrare l’esercito imperiale. Il Giappone si trova infatti coinvolto in un processo di modernizzazione che, destabilizzando l’antica tradizione culturale, pone su due fronti opposti gli interessi del potere economico e gli ideali dei Samurai. Nathan, costretto a vivere per alcuni mesi nel loro villaggio, rimarrà attratto dalla disciplina del loro stile di vita. Quando il piccolo Higen (Sosuke Ikematsu) chiederà a Nathan il motivo per cui combatterà a fianco dei Samurai, Nathan risponderà: “Perché vengono a distruggere quello che io ho imparato ad amare.

Ma l’amore può davvero giustificare una guerra? O meglio, traducendo questa domanda in termini a noi più vicini, possono degli ideali etici giustificare una guerra?

Se guardiamo al passato (ma anche al nostro presente) possiamo riscontrare che molte guerre sono state e vengono combattute in difesa di profondi ideali etici come la libertà, l’uguaglianza o la giustizia. La guerra viene quindi, in questi casi, considerata e accettata, se non addirittura valorizzata, come il mezzo necessario per raggiungere una condizione sociale e politica “positiva”. Ciò non toglie però che la guerra implichi di per sé sempre disperazione e distruzione e pertanto ogni qualsivoglia giustificazione etica risulta, per forza, paradossale. Affermare, per esempio, di combattere una guerra per la pace equivale a desiderare di far entrare luce in una stanza tenendo contemporaneamente chiuse le sue finestre. Finestre che debbono rimanere chiuse, si sostiene, per la pace ma per un tempo indeterminato che è, nel frattempo, di guerra. Ricordare la distinzione reale che vi è tra la guerra e la pace significa allora evitare di incorrere nell’illusione di combattere una guerra che possa definirsi di per sé giusta. Le guerre sono sempre sbagliate già solo per le terribili condizioni che esse implicano. Vengono combattute perché, a un certo momento, risultano inevitabili ma mai perché siano da considerarsi inequivocabilmente corrette. Se si combatte una guerra perché non si ha scelta ciò non significa che quella guerra sia giusta. Anzi, tutto l’opposto significa che, da più parti, si è già gravemente sbagliato.

Nell’opera cinematografica il giovane imperatore del Giappone (Nakamura Schichinosuke) appare insicuro e indeciso, non riuscendo a farsi portavoce del suo popolo. Attratto dai vantaggi del mondo moderno non rinnega né sostiene le antiche tradizioni culturali del suo paese. La sua incertezza comporterà lo scontro bellico tra l’esercito imperiale e i Samurai, i guerrieri responsabili dell’operato dello stesso Imperatore. Ed è proprio questo particolare che può aiutarci a riflettere su quanto le guerre siano spesso le conseguenze di decisioni mancate o semplicemente sbagliate. Sicché si comprende quanto sia importante che i nostri ideali etici ispirino costantemente i nostri discorsi, le nostre scelte e le nostre azioni al fine di evitare qualsiasi genere di violenza. Ciò a maggior ragione quando non abbiamo le stesse opinioni o quando necessitiamo delle stesse risorse. Nessuno dovrebbe essere costretto né a combattere né a difendersi. Tutti dovrebbero voler comprendere la differenza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, trasmettendola l’un per l’altro.

La storia ci dice – fin qui – che, prima o poi, le guerre finiscono. Vengono stipulati i trattati e gli accordi di pace. Ci sono i vincitori, i vinti e le vittime. Molto è distrutto e si ricostruisce. Si susseguono le generazioni e il tempo del conflitto diventa per tutti memoria. Si conserva la convinzione che la guerra abbia condotto alla pace mentre la pace è arrivata quando tutti hanno smesso di combattere. Lo sguardo scosso e commosso del sottoufficiale (Satoshi Nikaido) inquadrato nella scena della battaglia finale arriva, se e solo se, si lascia il cuore a osservare e giudicare. Egli ordina ai suoi soldati di cessare il fuoco. Forse ha capito che non c’è nessuna giustificazione per quello che sta accadendo. Trovare il modo di convivere bene e in pace è l’unico vero nostro obiettivo. In fondo, tutti sappiamo che la guerra non è la pace eppure ci ritroviamo sempre e di nuovo a combattere, dicendoci l’un l’altro, che è ciò che è da fare. Scendiamo in campo per i nostri ideali che diventano degli assoluti e ci impediscono di sentire il dolore che riversiamo nel reale. Basterebbe già solo un istante di immedesimazione per iniziare a vedere quanto stiamo sbagliando, recuperando così la sensibilità della nostra ragione.

 

 

NOTE: [Photo credits Ryunosuke Kikuno via Unspalsh]

Anna Castagna

dolce, creativa, solare

Sono nata e cresciuta a Verona. Ho conseguito la Laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Verona nel 2004. Ho lavorato per più di quindici anni in diverse realtà aziendali e vivo a Sesto al Reghena in provincia di Pordenone dal 2010. Mi piace molto leggere per capire quello che mi circonda. Approfondisco con […]

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