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Cura della dignità di giovani e anziani. Intervista a Mariapia Veladiano

Leggere i libri di Mariapia Veladiano è come entrare a sbirciare in punta di piedi all’intero di storie ricche di vita; per quanto tu rimanga in disparte a osservare, le emozioni sono talmente forti e ben descritte attraverso momenti più o meno ordinari che non è possibile non esserne coinvolti. Ho avuto il piacere di incontrarla poche settimane fa a Farra di Soligo (TV), dove abbiamo presentato il suo penultimo libro Adesso che sei qui (Guanda 2021, vincitore del Premio Flaiano) in una serata molto partecipata e di grande condivisione. Ciò che stupisce, tra le tante cose, di questo libro è la sua capacità di unire tanta umanità secondo alcuni importanti comuni denominatori.

Vicentina, laureata in Filosofia e Teologia, Mariapia Veladiano ha felicemente insegnato lettere per più di vent’anni ed è stata preside a Rovereto e Vicenza. Attualmente collabora con “Repubblica” e con la rivista “Il Regno”. La vita accanto, pubblicato con Einaudi Stile Libero, è il suo primo romanzo, vincitore del Premio Calvino 2010 e secondo classificato al Premio Strega 2011. Il nuovo romanzo è Quel che ci tiene vivi (Guanda) ed è uscito a maggio 2023.

 

Giorgia Favero – Lei proviene da studi di filosofia e di teologia. In che modo (ammesso che ci sia) questa sua preparazione accademica ritenga possa aver influenzato la sua scrittura e le storie raccontate nei romanzi?

Mariapia Veladiano – La scrittura narrativa porta con sé tutte le nostre esperienze di vita e lo studio è un’esperienza fondamentale per cui sì, certamente i miei studi in qualche modo entrano nei romanzi. Le storie che si scrivono raccolgono la voce del mondo e la filtrano attraverso la nostra capacità di renderle in parole e di restituirle al lettore in modo che lui si possa riconoscere, possa riconoscere una parte della propria esperienza. Questo non vuol dire che la scrittura abbia un fine da perseguire. Non deve né illuminare né illustrare né educare. Ha, come dire, solo un grande compito di onestà nei confronti della storia che racconta. La deve raccontare con parole giuste, che rispettino i personaggi, con la musicalità (o il rumore) che le vicende narrate richiedono. Le belle storie ci permettono di intuire punti di vista che non immaginavamo, di sentire emozioni che possono renderci più comprensivi, meno giudicanti verso le persone. Ma un romanzo deve essere innanzi tutto un bel romanzo.

Giorgia Favero – Lei è stata in cattedra per oltre trent’anni per cui ha avuto modo di osservare da vicino i ragazzi e le ragazze e di interpretare il loro modo di vedere il mondo, che certamente è in parte cambiato ulteriormente negli ultimi tempi. Quali sono secondo lei i più gravi pregiudizi degli insegnanti – ma in senso più lato degli adulti – nei confronti degli adolescenti?

Mariapia Veladiano – Credo che i ragazzi oggi vivano sotto il segno di molti tradimenti. Noi adulti abbiamo apparecchiato un mondo malato, per loro. Abbiamo dissipato i beni naturali, abbiamo spacciato l’idea che il denaro sia la nostra felicità, abbiamo mitizzato il successo e attribuito alla povertà e anche alla semplice normalità lo stigma della colpa. Se uno non ce la fa, è colpa sua. Tremendo. Come se non esistessero le disuguaglianze, sempre più feroci. Un altro tradimento è il credito di fiducia al quale ogni ragazzo ha diritto. I genitori non danno credito ai figli, spesso. Hanno paura. Che il futuro sia orribile, complicato e doloroso e per questo tendono strenuamente a proteggere i figli. Da un lato offrendo loro tutto quello che possono. Scuole migliori, corsi di ogni tipo, inseguono la perfezione che nessun nostro mondo può avere. Li proteggono dagli insuccessi, si infuriano per un cinque a scuola. Ma la protezione migliore è l’educazione. La protezione verso un futuro complicato è la capacità di affrontare e risolvere  in modo competente e autonomo le complicazioni. La fiducia di saperlo fare. È un grande tradimento di fiducia, quello con cui i ragazzi convivono. E poi, soprattutto, i ragazzi sono diversi uno dall’altro. C’è un mare di energia buona in molti di loro. Ciascuno è un mondo. Per questo ho servito la vita nella scuola. Perché lì abbiamo la possibilità di vedere ogni ragazzo individualmente.

 

Giorgia Favero – In Adesso che sei qui (Guanda 2021) tra i tanti temi interessanti toccati, e tutti con enorme delicatezza, c’è naturalmente quello della cura: zia Camilla, malata di Alzheimer, viene accudita a casa da un piccolo satellite di figure prevalentemente femminile che in perfetta cooperazione “salvano” la vita di zia Camilla – quella che rimane e che va tutelata nonostante il decorrere della malattia – ma si fanno involontariamente salvare a loro volta. Ritiene che questo tema della cura sia doverosamente o naturalmente un tema a prevalenza femminile?

Mariapia Veladiano – Proprio no. È che se avessi messo una piccola coorte di uomini attorno a zia Camilla, sarebbe stata un’operazione ideologica. Oggi sono le donne a curare. Non va bene che siano quasi solo loro, ma è così.

Giorgia Favero – Nel romanzo sopracitato torna a gran voce l’ambito dell’educazione – poiché la protagonista Andreina è un’insegnante – e vengono fatti interessanti parallelismi tra l’atteggiamento di cura nei confronti delle persone affette da demenze – come zia Camilla naturalmente – e il lavoro degli insegnanti tra i banchi di scuola. Uno dei punti che ho trovato più interessanti è stato quello sull’identità, in cui sottolinea una certa smania dei genitori nel trovare una diagnosi ai loro figli “fragili”, nel senso magari di disattenti, scostanti o lenti, arrivando a dire che la diagnosi è meglio della risposta “è lui signora, tutto qui”. Un po’ come si cerca di forzare i malati di Alzheimer in una normalità che non gli appartiene più invece di riconoscere la loro normalità come una normalità possibile. Sono due modi per dire che è vietato essere fragili?

Mariapia Veladiano – In mille modi ci inducono a pensare che non c’è posto per la fragilità. Le case sono scatolette progettate  per mangiare, dormire, rigenerare le energie per lavorare e poi ripartire. Non per vivere. E lo abbiamo visto con la pandemia. Impossibile vivere in casa. Si sono moltiplicate le tensioni, i ragazzi hanno sofferto tantissimo, niente spazi, niente privacy, così importante sempre ma di più quando si è giovani. Sono case pensate per adulti sani che rientrano per il sonno e il cibo e ripartono. Infatti, anche senza pensare alla pandemia, non c’è posto nei nostri appartamenti per un imprevisto, un genitore che si rompe un braccio e ha bisogno di assistenza per un mese, ad esempio. Una zia Camilla, nel romanzo la nipote Andreina lo dice, non avrebbe potuto avere la vita buona che ha avuto, pur malata, se avesse abitato in un appartamento di città. Ma non c’è posto per la fragilità neanche sulle nostre strade. Non passano le persone con disabilità, i marciapiedi non sono a norma, i servizi pubblici sono inaccessibili. Non passano le carrozzine dei bambini, le auto parcheggiano fin sulla soglia di casa. È una società malata. Ci lamentiamo perché non nascono bambini ma non costruiamo una città per loro, né servizi pensando a loro. Ci pensiamo solo quando si va a scoprire che il sistema pensionistico non regge senza un equilibrio demografico. È proprio un pensiero nuovo, quello di cui abbiamo bisogno.

Giorgia Favero – Ciò che emerge da più romanzi, oltre a delle interiorità mirabilmente sondate e con gentilezza, è una dimensione sociale a volte troppo assente, una rete che non si tesse abbastanza, un patto civile che viene a mancare; o di contro situazioni in cui questi aspetti ci sono e hanno evidenti riscontri positivi. Fuor di romanzo, come interpreta la situazione attuale italiana in relazione a questi temi?

Mariapia Veladiano – Sì. In generale i miei personaggi sono grandi tessitori di relazioni. Senza fare rivoluzioni, coinvolgono il mondo nei loro progetti di cura. E sempre senza abbracciare la logica del sacrificio. Culturalmente siamo portati ad accettare che la soluzione ad un problema che interessa una persona, ad esempio un infortunio o una malattia oppure una disabilità grave, sia “cosa di famiglia” e riteniamo normale che un familiare si sacrifichi per sostenere la situazione. L’ho visto tante volte a scuola. Un bambino con disabilità resta soprattutto in carico alla famiglia, spesso alla madre. Se si tratta di malattia dell’età anziana, allora il sacrificio (del lavoro, della vita personale) è della moglie o della figlia. Ci sono eccezioni naturalmente, ma spesso è così. E non va bene. La comunità intera ha il compito di aiutare a risolvere i problemi di tutti. Le persone malate di Alzheimer in Italia sono novecentomila, un calcolo per difetto. Insieme alle demenze varie senili si arriva a un milione e quattrocentomila. Non si può pensare che sia una questione di famiglia. È un compito della società trovare i molti diversi modi – residenze, case famiglia, assistenza domiciliare seria e continuativa – per permettere a tutti di vivere una vita degna.

 

Giorgia Favero – Visto il clima socio-culturale che possiamo tratteggiare per il nostro Paese, pensando per esempio alla marginalizzazione dei più fragili e degli anziani, a una rincorsa della performance anche in ambito educativo, a una serie ancora lunga di pregiudizi da superare riguardo alla parità di genere, ritiene che la filosofia possa avere un ruolo attivo per un opportuno e auspicabile cambio di rotta?

Mariapia Veladiano – La filosofia è esercizio del pensiero. Alle nostre azioni spaventate e solitarie serve un pensiero che ci permetta di comprendere i fatti che accadono dentro una cornice. La malattia è una possibilità della vita. La vecchiaia è la sua naturale evoluzione. La sfolgorante giovinezza non è il modello di tutto, non è la normalità. È anche questa una stagione, bellissima, che si evolve. Tutto ciò che è pensiero protegge la vita.

 

 

Giorgia Favero

[Photo credit Giorgia Favero]

Giorgia Favero

plant lover, ambientalista, perennemente insoddisfatta

Vivo in provincia di Treviso insieme alle mie bellissime piante e mi nutro quotidianamente di ecologia, disillusioni e musical. Sono una pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti del Veneto, lavoro nell’ambito dell’editoria e della comunicazione digitale tra social media management e ufficio stampa. Mi sono formata al Politecnico di Milano e all’Università Ca’ Foscari Venezia in […]

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