26 gennaio 2018 Rossella Farnese

Woody Allen a pezzi nel paese delle meraviglie. L’ideale della Wonder Wheel

Non solo Alice ma anche Woody Allen, in balìa del proprio estro creativo inconfondibile – ma ormai, e proprio per questo, piatto e in frantumi – nel paese delle meraviglie. Quando? Dove? A partire da Natale 2017 al cinema, su una Wonder Wheel, titolo del suo ultimo film, prodotto e distribuito da Amazon Studios, nelle sale italiane come La ruota delle meraviglie.

Dopo il raffinato e malinconico Café Society, il regista del celebre capolavoro metacinematografico ‒ e in generale metacreativo – Harry a pezzi rimescola le medesime tessere del puzzle del proprio genio giocando questa volta in minore, scegliendo di indagare il dramma delle piccole vite di uomini e donne in equilibrio precario alla ricerca della montaliana «maglia rotta della rete», di uno squarcio di luce.

Coney Island. Anni Cinquanta. La ruota del Luna Park gira variopinta nel suo infinito cromatismo edulcorato sulle note di un motivetto jazz quando entra in scena una prosperosa e smarrita Juno Temple, figlia del gestore di una giostra, Humpty – interpretato da Jim Belushi ‒, in fuga dall’entourage del marito mafioso.

Sarà proprio questa ragazzina dai boccoli biondi poco più che ventenne, Carolina, a turbare gli ingranaggi perfetti e fragili del tourbillon de la vie di Coney Island, dove il vedovo Humpty vive con una cameriera quarantenne, Ginny, una macbethiana Kate Winslet, sposata in seconde nozze e con il figlio di lei, il decenne Richie ‒ verso cui gli spettatori provano spontanea simpatia.

Richie è un piccolo ribelle, bimbo intelligente che non frequenta la noiosa scuola estiva per andare al cinema e appiccare fuoco e che fa la domanda giusta al momento giusto alla persona giusta: chiede infatti alla madre, insoddisfatta, melodrammaticamente evasiva e isterica, cosa si intenda con il modo “condizionale”.

Per Ginny il condizionale è forse un barlume di sana irrazionalità, una medesima onda nuova e coccolante come quell’antico scialle a paillettes da ex attrice ancora indossato ripetutamente a casa: Mickey – interpretato da Justin Timberlake – il bagnino ‒ in inglese lifeguard ‒ lo studente universitario aspirante drammaturgo e voce narrante, un’amletica possibilità di fuga dal reale, dal meccanismo asfittico della Wonder Wheel.

Lungi dal fare la morale, se La Marea, ovvero il ciclo dei Vinti di Verga, si regge, anche, sul noto ideale dell’ostrica, l’ultima pellicola di Allen potrebbe farsi portatrice dell’ideale della Wonder Wheel, ruota delle meraviglie simile alla ruota del criceto, allegoria della vita, precaria e in labile equilibrio su marchingegni ignoti, schizofrenici e schizomorfi di «un chimico demente» ‒ per citare Dualismo di Arrigo Boito.

Humpty e Ginny sono legati da una relazione non certo di amore, ma di affetto, forse e quasi esclusivamente da parte di lui, e di aiuto reciproco: entrambi ex alcolisti, nevrotici e violenti, hanno cercato di rimettere in ordine i loro cocci aguzzi di bottiglia e di risalire sulla Wonder Wheel, una delle quali è gestita dal buon Humpty che come passatempo va a pescare con gli amici, attimi di luce nel vortice della ruota.

La vita e l’evasione, il presente e il condizionale, l’appartamento e la scena del teatro, la ruota delle meraviglie e la meraviglia, la sonnolenza o lo stupor, inteso come il ratto degli dei, l’acqua e il fuoco: Woody Allen si immerge con disincanto, genialità e leggerezza in una comune tranche de vie, con un piglio psicanalitico tuttavia eccessivo, con un lirismo tragico euripideo nauseante ma ben dosato con la trama e il risultato è una pellicola-arcobaleno, un film che nel riflettere la fisiologia del colore, indaga la cognizione del dolore.

Dire di “no” al baratro: è forse questa la terapia di vita? Quel “no”, ad esempio, sussurrato fino alla fine da Ginny al costante invito del marito ad andare a pescare, con la leggera brezza del vento tra i capelli e lo sguardo fisso. Oppure il fuoco di cui è portatore il piccolo Richie, appiccato ovunque, dagli androni dei palazzi allo studio della psichiatra, contro il sistema della Wonder Wheel, simbolo della purificazione e di quel piccolo qualcosa che arde e che deve continuare ad ardere.

Concludo riflettendo sulla meraviglia che si prova, insieme alla catarsi propria dei film di Allen, usciti dalle sale cinematografiche. La ruota delle meraviglie: un film breve e tutto sommato nuovo, chiaro e che suscita un piccolo riso amaro facendo sentire le cose insensibili e vedere le invisibili, un’allegoria di se stesso – secondo le parole del Tesauro nel Trattato della metafora inclusa nel Cannocchiale aristotelico – che suscita appunto «maraviglia, la qual è una reflessione attenta che t’imprime nella mente il concetto».

 

Rossella Farnese

 

[immagine tratta da google immagini]

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