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Il dolore fisico, questo grande maestro

Nelle nostre occupazioni quotidiane ci sono momenti che vorremmo far durare a lungo, attimi di gioia, traguardi raggiunti che ci fanno sentire invincibili e fieri di noi stessi. Ci sono poi le sconfitte e i fallimenti, che a fatica sosteniamo e che spesso abbattono ogni nostra sicurezza. Quello che molte volte dimentichiamo, però, è la condizione necessaria perché tutto questo avvenga, ossia il benessere del corpo e della mente. Noi pensiamo di essere padroni delle nostre decisioni, siamo convinti di avere pieno possesso delle nostre facoltà, ma diventiamo estremamente fragili e impotenti di fronte alla sofferenza fisica. Quando il dolore impedisce le ordinarie attività, il nostro io si ritira in se stesso e ogni prospettiva cambia.
Anche la persona più cinica, di fronte al dolore, è costretta a rivedere le sue priorità. Questo perché la nostra attenzione viene completamente assorbita da esso. Tutto si cancella, ogni cosa scivola in secondo piano e l’unico obiettivo che vediamo è la fine del patimento. Quello che prima ritenevamo indispensabile per la nostra felicità, ora si fa corollario. C’è un prima di cui dobbiamo occuparci.

Nel suo breve scritto La serata col Signor Teste (in P. Valery, Monsieur Teste, 1961), il filosofo e scrittore francese ci regala uno scorcio di vita estremamente realistica e al tempo stesso fortemente simbolica di un personaggio letterario, che incarna la piena coscienza di sé, un uomo che «quando parlava non alzava mai né un dito né un braccio: che aveva ucciso la marionetta» (ivi), ma che si trova a combattere con la sofferenza del corpo.
Il signor Teste è un cervello senza limiti, una creatura eccezionale nata dal bisogno di Valery di costruirsi un linguaggio puro, di sfiorare la perfezione. Ma il breve scritto evolve in maniera inaspettata. Questo personaggio apparentemente imperturbabile, nell’atto di uscire dal teatro dove ha trascorso una serata con l’amico (che poi è lo stesso Valery), comincia a parlare in modo strano, a fare discorsi incomprensibili. «Improvvisamente tacque. Soffriva», si legge nel testo.

Nel corso dell’opera, monsieur Teste diventa via via meno personaggio e più uomo. Egli invita l’amico a salire nel suo appartamento e a stare lì con lui finché non si sarà addormentato. L’uomo dall’attenzione profonda cede pian piano il passo al bambino impaurito e bisognoso di vicinanza. Emerge dal racconto un velo di malinconia che accompagna i due fino all’interno della casa. «Il mio ospite esisteva nel più generico degli interni. Pensai alle ore che passava in questa poltrona. Ebbi paura dell’infinita tristezza possibile in quel luogo puro e banale» (ivi). L’appartamento del signor Teste è lo specchio della sua interiorità. Piccolo, spoglio, svuotato di ogni possibile abbellimento perché la sofferenza del corpo annulla ogni bellezza esteriore e concentra lo sguardo su di sé.

«Che cosa può l’uomo?»chiede a un certo punto il signor Teste al suo interlocutore.

«Io combatto tutto – tranne le sofferenze del mio corpo, oltre una certa dimensione. Proprio di lì tuttavia dovrei cominciare ad affondare in me stesso. Perché soffrire significa dare a qualcosa un’attenzione suprema» (ivi).

Ecco lo spiraglio di luce da cui ripartire. La sofferenza del corpo annienta, ma amplifica la capacità di attenzione. I dolori catturano il nostro sguardo e ci portano completamente dentro di noi. Si accendono come si accende un’idea, permettendoci di comprendere. È quasi un’esperienza mistica. Il dolore fisico può diventare un mezzo per sottrarre da noi ogni distrazione e farci tornare in noi stessi rinnovati. Da lì si può intraprendere una conoscenza più profonda e più vera. Infatti, quando si soffre e si deve rinunciare alle abituali attività, il nostro io ha una grande opportunità: incontrare se stesso. Sfruttando la luminosità che la sofferenza del corpo ha prodotto, possiamo illuminare un problema, una questione, e trovare le risposte che cercavamo da tempo.
Il dolore, inoltre, è un bravo maestro perché ci riporta a uno stato primordiale, ci fa ripartire dal primo gradino della scala e ci mostra come la felicità possa trovarsi già nel gradino successivo e non necessariamente in cima a essa. Si ridimensionano le aspettative, tutto diventa più lineare. La stessa posizione corporea ti pone in un’altra prospettiva; da seduto o da sdraiato molte attività non le puoi fare, quindi riscopri la bellezza di attendere, di leggere, di progettare. La prima passeggiata, allora, avrà davvero il gusto delle prime volte, così come un incontro con gli amici o il ritorno sul posto di lavoro, una volta guariti.

 

 

[Photo credit Mitchel Hollander via Unsplash]

Erica Pradal

creativa, empatica, appassionata

Mi chiamo Erica Pradal e vivo a Barbisano, in provincia di Treviso. Laureata in Filosofia, da anni insegno Lettere alla scuola secondaria di 1° grado “G. Toniolo” di Pieve di Soligo e il contatto con i ragazzi mi arricchisce ogni giorno. Ho molte passioni, tra cui la lettura ad alta voce, che mi ha permesso […]

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