26 gennaio 2017 Emanuele Lepore

Ho capito che ti amo. Abbozzo di un omaggio a Luigi Tenco

Accostarsi alla figura di Luigi Tenco fa tremare le vene ai polsi1. La sua voce melanconica ha saputo, in una maniera assai particolare, cantare la nudità dell’animo umano e mostrare che l’amore, al di fuori di ogni retorica sentimentalistica, è ben poca cosa: è un’esperienza semplice, che l’uomo vive col poco che di sé ha a propria disposizione. Una cosa da poco, che si fa spazio nel cuore dell’umano quando meno ce lo si aspetta, come risposta al naturale bisogno di ciascuno di aprirsi all’altro da sé: nasce quando non si ha niente da fare, perché si desidera qualcosa da sognare2. L’amore di cui Tenco si è fatto cantore sensibile è essenzialmente desiderio: etimologicamente, questa parola indica la mancanza delle stelle (de-sidus).  L’essere umano sa bene ciò che propriamente realizzerebbe la sua pienezza: conosciuto come ciò che manca per eccellenza, l’oggetto3 del desiderio è ciò verso cui l’umano quotidianamente tende. Nulla di sovrannaturale, nulla che sovverta la natura umana: a ben vedere, l’amore è proprio ciò che fa dell’essere umano l’unico che esso è.

Ciò che di veramente straordinario v’è nell’esperienza d’amore è costituito dalle sue imprevedibili conseguenze. Affinché l’umano possa mettersi per via e raggiungere, col passo del desiderio, ciò di cui avverte la mancanza, è anzitutto necessario che tale mancanza sia riconosciuta: più precisamente, occorre che si riconosca ciò di cui si è mancanti come un che di altro rispetto a sé. Ecco che il desiderare ha come suo passo preliminare4 l’apertura all’altro da sé: bisogna vincere l’illusione che ciascuno basti a se stesso, che si possa vivere entro i confini della propria identità – andrebbe mostrato come si possa pensare la propria identità senza perciò riconoscere l’altro da sé, ma è un altro discorso – senza morire d’asfissia. Certamente riconoscere l’altro non è cosa semplice né indolore ma è pure l’unica via possibile per la fioritura di sé: l’essere umano è originariamente in una relazione tolta la quale viene meno lo stesso umano.

Nel settembre 1964 Luigi Tenco incide per l’etichetta Jolly il singolo Ho capito che ti amo, pubblicato come lato “A” di un 45 giri e inserito l’anno dopo nell’LP Luigi Tenco. Tra le tante canzoni del nostro cantautore, questa è forse una di quelle che meglio rende l’idea delle straordinarie conseguenze che l’amore può avere in quanto apertura all’altro. Il testo, accompagnato dal delicato arrangiamento di Ezio Leoni, può essere letto come una vera e propria fenomenologia dell’amore, così come esso è comunemente esperibile da tutti.

Una persona che aveva perduto la speranza d’innamorarsi ancora, si ritrova coinvolto anima e corpo in un desiderio di cui neppure aveva idea, di prende coscienza a mano a mano; un desiderio capace di vincere l’indifferenza dietro cui a volte ci si maschera, specialmente dopo aver fatto i conti col dolore (che pure è connesso in certa misura all’amore) e si vuole preventivamente mettersi al sicuro da eventuali patimenti: l’amore è cosa semplice, la cui posta in palio è incalcolabile. Per quanto ci si schermi, accade un giorno d’aprire gli occhi su di uno sguardo che non si era mai visto brillare così tanto e se ne resta indicibilmente affascinati. L’amore è una cosa semplice: una serata come un’altra si illumina solo perché ci si avvicina ciò di cui siamo mancanti, sotto le spoglie di una persona come noi, che ci apre a tutto ciò che, altrimenti, non avremmo mai potuto considerare.

Come ciascuno sa, come ciascuno può, quando una simile attrazione fa capolino, bisogna ingegnarsi per edificare al desiderio la via migliore possibile: se si può indicare il punto che il desiderio incrocia (l’altra persona), non si può fare altrettanto né col percorso né, tantomeno, col punto d’arrivo definitivo dell’amore. A ben vedere, infatti, l’amore non termina nella persona amata: quest’ultima, piuttosto, si fa per l’amante viatico verso un che di ulteriore al quale ci si può solo affidare, affidandosi all’amato che si incontra.

L’amante che s’abbandona all’amato, grazie all’amore guadagna un’intima prossimità col bagliore di quelle stelle di cui è mancante: fosse anche solo per un istante, chi ama ha ciò che gli manca5.

Emanuele Lepore

NOTE:
1. Il benevolo lettore vorrà dunque perdonarci se incontrerà suggestioni non approfondite adeguatamente.
2. Cfr. L.Tenco, Mi sono innamorato di te: il brano, già pubblicato su 45 giri, è poi confluito nel primo album del cantautore di Cassine, che prende il nome da quello del suo autore, pubblicato nel 1962.
3. Se qui si dice oggetto, lo si fa fuori di ogni retorica reificante: si intende propriamente il termine verso cui l’umano tende nel suo desiderare.
4. È a ben vedere una condizione necessaria, più che un presupposto.
5. L’espressione è paradossale ed è volutamente lasciata senza ulteriori spiegazioni, almeno per ora.

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