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LA CINA ABOLISCE LA LEGGE SUL FIGLIO UNICO. Le devastanti conseguenze di trentacinque anni di pianificazione familiare forzata

Dopo aver per trentacinque anni forzatamente mantenuto sotto controllo la crescita demografica del Paese, Pechino cambia orientamento: lo Stato Comunista Cinese ha abolito la legge sul figlio unico.
Se torniamo indietro nella storia, il 1 ottobre 1949, l’allora presidente Mao Zedong, annunciando la nascita della Repubblica Popolare Cinese, attuò una serie di misure politiche atte a favorire la natalità; tale politica familiare portò al raddoppio del numero della popolazione cinese.
Alla morte di Mao, nel 1976, la Cina contava quasi un miliardo di persone e dopo qualche anno, nel 1979, il Governo cinese iniziò a promuovere una politica di regolazione delle nascite attuando una serie di provvedimenti di pianificazione familiare. Per l’occasione venne anche istituita una Commissione di Stato per la Pianificazione Familiare composta da migliaia di ufficiali addetti ai controlli in tutto il Paese.
Le famiglie vennero registrate in due differenti liste, quella urbana e quella rurale: alle prime venne assolutamente vietato di avere più di un figlio, mentre alle seconde venne concesso di avere un secondo figlio solo se il primo nato fosse stata una femmina; pena severissimi provvedimenti a livello pecuniario e fisico.
Con gli anni economisti e sociologi cinesi iniziarono a divulgare dati preoccupanti: rallentamento dell’economia, invecchiamento della popolazione e diminuzione della forza lavoro. La politica del figlio unico doveva essere assolutamente ridiscussa.
Già nel 2013 furono apportate alcune modifiche alla legge nel tentativo di ribilanciare il tasso di fecondità nel frattempo sceso sotto il livello di sostituzione. Per cercare di evitare un collasso demografico e il conseguente annientamento di alcune minoranze etniche il numero di figli per ogni famiglia venne portato a due, ma solo nel caso in cui uno dei coniugi fosse stato figlio unico.
Nelle scorse settimane lo Stato cinese, con l’annuncio dell’abolizione della “politica del figlio unico”, chiede alla popolazione di cominciare a produrre nuove braccia pronte a lavorare. L’obiettivo è consentire alla Cina di contare su una forza lavoro in grado di sostenere una popolazione sempre più vecchia.
Trentacinque anni di forzata pianificazione familiare hanno comportato “effetti collaterali” drammatici ed oramai irreparabili.
Dal 1979 ad oggi, secondo dati stimati Ministero della Salute di Pechino, sono stati perpetrati circa quattrocento milioni di aborti, un genocidio silenzioso se si pensa ai quindici-venti milioni di morti della Shoah, il tutto nell’indifferenza e con il benestare delle autorità.
Le ripercussioni negative non finiscono qui; oltre il dramma degli aborti indotti, vi è il grande numero di donne sottoposte alla sterilizzazione forzata. Anche in quest’ultimo caso ci troviamo di fronte ad una palese violazione dei diritti umani e ad un oltraggio alla dignità umana.
Ulteriore elemento da valutare è la sproporzione tra la popolazione maschile e quella femminile, il numero dei maschi risulta, in maniera totalmente innaturale, superiore a quello delle femmine. Si tratta di un dato che riguarda essenzialmente le realtà rurali; in effetti, in campagna, molte famiglie furono costrette a rinunciare non solo al secondo o terzo figlio, ma ad interrompere la gravidanza o a praticare l’infanticidio qualora il feto fosse stato di sesso femminile. Ciò avrebbe permesso ai genitori di tentare altri concepimenti con lo scopo di avere un figlio maschio che nelle zone rurali significa forza lavoro, intesa come forza fisica, fondamentale per il supporto all’economia familiare.
Le famiglie che decidevano di portare comunque a termine la gravidanza, spesso, non denunciavano le nascite all’anagrafe crescendo così “figli senza nome” privi di qualsiasi documento d’identificazione, che non potevano frequentare scuole e che non avevano accesso alle strutture sanitarie.
Nel 2013 all’appello mancavano decine di milioni di donne.
Ad oggi, con le nuove direttive dello Stato cinese, presumibilmente, la percentuale degli aborti si dimezzerà, ce ne saranno meno di prima, ma ce ne saranno ancora; se anche un solo aborto indotto e forzato, personalmente, è sempre troppo, rifletto sul dramma di milioni di aborti che probabilmente saranno la metà dei milioni di prima ma pur sempre milioni. Forse il dato peggiore è la logica che sta sotto queste politiche, ovvero che la popolazione cinese può avere tanti figli quanti decide il Governo in un determinato periodo storico. Quando i cinesi erano troppi, se ne è contenuto il numero con l’aborto statale; quando ci si è resi conto che ne servivano di più si è proceduto ad attenuare la morsa sulla legge del figlio unico consentendone un secondo solo a quelle coppie in cui almeno uno dei genitori è unico per legge, fino ad oggi, tempo in cui si incoraggiano le famiglie ad avere due figli perché è considerato legittimo plasmare l’uomo in base alle necessità economiche di un Paese, un uomo che non è il fine dell’economia ma un semplice mezzo il cui sfruttamento dipende da un beffardo calcolo di interesse.
È evidente che la vita umana e l’unicità delle persone, per il Governo cinese, non sono valori da proteggere e tutelare. Le persone esistono in Cina unicamente in funzione dello Stato, il quale periodicamente e a proprio piacimento decide di arrogarsi il diritto di disporre liberamente della vita umana.
Silvia Pennisi

[immagine tratta dal sito www.progettoitalianews.net]

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